La straniera di Claudia Durastanti, racconto di una vita errante

 In Letteratura

Classe ’84, fondatrice del Festival of Italian Literature di Londra, metà newyorkese metà lucana, Claudia Durastantiè l’autrice del libro rivelazione La straniera, finalista all’ultimo Premio Strega, edito da La nave di Teseo.

A cavallo tra racconto, memoire, romanzo e a tratti anche saggio, Durastanti ripercorre la sua vita tutt’altro che comune e caratterizzata da un eterno e plurieziologico senso di estraniamento, è lei infatti La stranieradel titolo e nelle 287 pagine che compongono l’opera tenta di spiegare il perchè.

Il punto di partenza della storia è la sordità di entrambi i suoi genitori, vissuta senza riserbo ma come dice lei stessa “con incoscienza”. Non aspettatevi infatti la narrazione classica della disabilità fatta di luoghi comuni, di messaggi di forza e speranza, e di grandi imprese. No. I genitori della Durastanti sono sordi sì ma sono anche folli, sconclusionati, degli eroi punk che vivono a cavallo tra Roma, Brooklyn e la Basilicata rifiutando l’etichetta di “handicappati” ma senza la volontà di imporsi nella normalità. Sono outsider che hanno scelto di esserlo.

Al racconto delle loro rocambolesche, devastanti e a volte deprimenti avventure l’autrice affianca profonde riflessioni sul rapporto tra società e disabilità, sul significato di essere la figlia di due genitori “menomati”, ponendo l’attenzione su apparenti piccolezze che però nascondono ferite mai rimarginate e nella stragrande maggioranza dei casi ignorate.

Il secondo capitolo de La straniera, “Viaggi”, è dedicato invece alle tre grandi migrazioni che hanno caratterizzato la sua vita: la prima, quando era ancora un feto fluttuante nel liquido amniotico, da Roma a New York, dove vivevano i nonni che avevano lasciato l’Italia anni prima in cerca di fortuna; la seconda, da bambina, quando dopo la rottura dei genitori, la madre decide di tornare in Basilicata compiendo uno sbarco al contrario, dal futuro della Grande Mela al passato di un minuscolo paesino lucano dove la prima lingua è il dialetto; la terza, dopo l’università, a Londra per seguire il fidanzato andato a lavorare lì.

In mezzo a tutti questi spostamenti c’è lei, apolide, un’isola, o per l’appunto La straniera, sempre fuori dal contesto, ovunque si trovi, troppo arretrata per vivere il sogno americano, ma anche troppo avanti per potersi adattare alla piccola realtà di paese, troppo italiana per Londra, ma troppo italoamericana per Roma.

Non le resta allora che cercare le sue radici (fittizie) altrove, nel lavoro magari, in un amore lungo, profondo, ma sempre inquieto, caratterizzato da una simbiosi così totale da essere annientante e dolorosa.

Lungo le pagine de La straniera, Durastanti sgrana come un rosario la sua vita, si pente, si duole, prega, cerca una redenzione, una parola di conforto che talvolta trova, ma che il più delle volte si riduce ad un punto interrogativo.

Ad una trama così intrinsecamente contorta e costruita magistralmente con un meccanismo a scatole cinesi, non poteva che corrisponde una scrittura complessa e ricercata, mai banale. Certo non facile, ma comunque scorrevole al punto da costituire già di per sé un piacere per ogni lettore.

Insomma dopo il caso editoriale di Sally Rooney, classe ’91, un’altra giovanissima entra nel panorama letterario imponendosi come una rivelazione e al contempo come una promessa.

Nike Del Quercio

Nike Del Quercio

Se dovesse essere descritta con tre frasi, queste potrebbero essere: non riesce mai a stare ferma e appena può salta su un aereo; viaggia sempre con un libro in borsa, tipo copertina di Linus; parla tanto, a volte troppo, ma ogni tanto dice anche cose intelligenti.
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