La paranza dei bambini, ovvero tutto quello che un film non dovrebbe essere

 In Cinema e Teatro

La paranza dei bambini, tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano e uscito nelle sale italiane il 14 febbraio, è un film brutto. Non ci sono modi migliori per dirlo, è così e basta. Però vedete c’è brutto e brutto, c’è il brutto che un po’ salvi, apprezzi l’intenzione, l’impegno, come le maestre a scuola con l’alunno che sanno che proprio non è arte sua ma almeno ci prova e allora un 5+ glielo mettono, d’incoraggiamento. Poi però c’è quel brutto inammissibile, in cui vedi un mare di potenziale sprecato, e allora la delusione è troppo forte, ci rimani proprio male e pensi “Ma com’è possibile?”. Ecco, dopo essere andata al cinema a vedere La paranza dei bambini, di cui avevo letto e in maniera controversa apprezzato il libro, la sensazione era proprio quella di una terribile e cocente delusione, tale da rimpiangere i soldi del biglietto.

Ora io non so cosa avesse in testa il regista Claudio Giovannesi e non riesco nemmeno a capire se io e lui abbiamo letto le stesse pagine – probabilmente no – ne perchè al Festival di Berlino il film abbia vinto l‘Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura ma so di certo che i 105 minuti sono tempo buttato che nessuno mi ridarà indietro.

Dopo questo primo, necessario, sfogo cerco di parlare un po’ più diffusamente del film, infliggendomi la sofferenza di ripensarci.

Saviano nel libro La paranza dei bambini riesce a mettere insieme due aspetti fondamentali e inscindibili dei protagonisti: da un lato la spensieratezza fanciullesca, fatta di goliardia, scherzi e innocenza, dall’altra la brutalità della ferocia, della bramosia con cui si immergono nel mondo delle gang tra spaccio, sparatorie ed estorsioni. Le due realtà però convivono costantemente e prepotentemente senza lasciare mai che l’una prevarichi sull’altra. Dov’è tutto questo nel film? Dove sono i personaggi? Quelli che appaiono sullo schermo sono figure prive di qualsiasi spessore psicologico, caricature che ricalcano quello che l’opinione comune pensa di questi ragazzi.

Non c’è un solo momento in cui si squarci il velo dell’apparenza per andare a fondo, per scoprire cosa pensano, cosa c’è dietro la loro spavalderia e lo sprezzo della vita propria e altrui.

La madre di Nicola che nel libro dà il tormento al figlio perchè intuisce i suoi traffici nel film si fa comprare da un po’ di mobilio nuovo, e il padre perchè è stato cancellato dallo stato di famiglia? Lui che nel libro de La paranza dei bambini è il simbolo dell’incapacità di reagire alla rovina di questo figlio che aveva cresciuto con valori di lealtà, umiltà, onestà. O ancora perchè si parla della sofferenza di Biscottino per quell’uomo, il primo, ucciso involontariamente?

E’ vero che nel passaggio dalla carta alla pellicola qualcosa deve essere sacrificato fosse solo per motivi di tempo, ma perchè sacrificare parti e figure cruciali?

Così come il finale tragicissimo nel libro, che lascia in una valle di lacrime con tutta la sua irruenza e illogicità, specchio di una vita priva di spiegazioni, e nel film tagliato, rimaneggiato, distorto fino a renderlo una scena trita e ritrita.

A questo punto, chi di voi non l’ha visto, si aspetta che io critichi La paranza dei bambini per l’eccessiva violenza delle scene. Rispondo con un secco: Magari potessi farlo!

Nel film la violenza – coprotagonista tanto del libro quanto della vita vera di questi ragazzi – è aleatoria, accennata, ma anche qui il risultato è un impoverimento del girato che diventa una sommatoria di canzoni neomelodiche, frasi recitate male e inquadrature dei vicoli di Napoli, giustapposte senza una continuità.

Non so cosa altro posso dire, ci sarebbe tanto davvero ma mi fermo qui. E nel frattempo vado ad accendere un cero chiedendo che per nessun motivo venga girato anche il film del sequel Bacio Feroce perchè non penso che riuscirei a reggere il colpo.

Nike Del Quercio

Nike Del Quercio

Se dovesse essere descritta con tre frasi, queste potrebbero essere: non riesce mai a stare ferma e appena può salta su un aereo; viaggia sempre con un libro in borsa, tipo copertina di Linus; parla tanto, a volte troppo, ma ogni tanto dice anche cose intelligenti.
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