Godzilla, Il Re dei Mostri – Let them fight!

 In Cinema e Teatro

Prendete un lucertolone radioattivo con un discreto caratteraccio e chiudetelo in una scatola in compagnia di un idra alieno che sputa elettricità, di una falena gigante e di uno pterodattilo infuocato. Se l’idea di scuotere la scatola e vedere cosa potrebbe accadere vi mette l’acquolina alla bocca, Godzilla il re dei mostri fa per voi. Altrimenti potete smettere di leggere anche adesso.

Con il Godzilla di Edwards (2014) e Kong Skull Island di Vogt-Roberts (2017), Godzilla il re dei mostri ci proietta definitivamente all’interno del MonsterVerse, universo narrativo popolato dalle principali creature che hanno fatto grande il genere Kaijuu (a base cioè di mostri giganti).

Nel film, il programma para-governativo Monarch ha ormai individuato 17 di queste creature, dormienti in località sparpagliate per il globo. Alcune di loro sono benevoli, altre un po’ meno. Sono titani di un’era lontana nella quale l’uomo, conscio dei propri limiti, coesisteva in equilibrio con la natura. Ora, risvegliati dalla stupidità umana, potrebbero essere la condanna o la salvezza per il pianeta fatalmente inquinato. Tutto dipenderà da chi detterà legge tra loro, da chi riuscirà a imporsi come re dei nuovi Dei. Sarà il terrestre Godzilla o l’alieno Ghidorah? Raggi radioattivi, fuoco e zanne lo decideranno.

Nè buono né cattivo, Godzilla è sempre stato un predatore pronto a difendere ad ogni costo se stesso e il proprio territorio. Nato nel Giappone bombardato con l’atomica, incarna come poche cose nell’immaginario collettivo la paura per tutte le forze incontrollabili con le quali l’uomo deve imparare a convivere, pena l’annientamento totale. Godzilla ci spodesta dalla nostra pretesa centralità anche sul pianeta terra, usando un immaginario popolare quanto antico. Qui il suo fascino, ancora intatto dopo ben 35 film.

Rispetto a questa materia, il regista Michael Dougherty sceglie un approccio diametralmente opposto a quello del suo predecessore Gareth Edwards. Un po’ come nel classico del 1954, Edwards costruiva la tensione nell’attesa epifanica del mostro, sottratto alla vista fino allo scontro finale. Sceglieva cioè di mettersi ad altezza d’uomo e di quanto i suoi occhi spaventati potevano cogliere, dal basso e nell’apocalisse. In Godzilla il re dei mostri, la pietanza principale è invece servita ben presto, a centro tavola, in porzioni all you can eat.

Non si erano mai visti mostri così convincenti e avvolti da un così genuino alone di terrificante carisma. Ogni volta che il terribile Godzilla, l’amorevole Mothra o lo spietato Ghidorah prendono posto sullo schermo, lo fanno strappando più di un brivido, anche se spesso avvolti nell’oscurità di una tempesta di fuoco o acqua. Sono loro gli attori più bravi sulla scena, protagonisti di fantastiche scene d’azione, visivamente impressionanti.

Peccato per la trama. I personaggi umani sono vuoti ingranaggi di una sceneggiatura inutilmente contorta che con una spruzzatina ecologista mira soltanto ad allestire di volta in volta i campi di battaglia per i mostri. L’unico personaggio vagamente interessante è forse Serizawa (Ken Watanabe), depositario dello spirito nipponico del franchise. Per il resto, gli umani, quando non agiscono stupidamente, si limitano a fornire stanche spiegazioni su quanto sta accadendo.

Non riuscendo a costruire il benché minimo tessuto drammatico, Godzilla diventa così un insieme di singoli momenti di sontuoso divertimento sospesi letteralmente sul nulla. Come per un mancato equilibrio tra le parti, mostri ed esseri umani percorrono così due strade parallele, quasi giustapposte. Lì dove i due piani riescono ad incrociarsi sembra di assistere ad uno strano mix tra Pacific Rim di Guillermo del Toro e il Godzilla del 2014. Veramente poco ci importa delle vicende umane, trattate anche con una certa pigrizia registica.

Basti pensare alla scena del lancio H.A.L.O nel film del 2014 di Edwards. Con la sua atavica angoscia dimostra come il giusto punto di vista avrebbe aiutato non poco a superare il piattume dell’amorfa sceneggiatura.

Godzilla il re dei mostri è un NI irritante, perché le sue creature emozionano e meravigliano con uno spirito degno dell’universo targato Toho nonostante i mille e più “nonostante”: dalla sciatteria da B-movie della narrazione e della recitazione, alla sgradevole sensazione di un film a due pesi e due misure scollate. Irrita perché poteva essere un blockbuster degno del Mad Max di George Miller, ancora unico vero re di un certo cinema d’intrattenimento, ma si ferma a metà strada tra un ruggito e uno sbadiglio. Al netto di tutto, resta un godibile B-Movie, pieno di emozionanti omaggi alla saga, da prendere o lasciare in base alla vostra fame di risse titaniche, in attesa dello scontro definitivo per il dominio sulla terra: Godzilla vs King Kong.

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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