Oltre il memoir: Febbre di Jonathan Bazzi

 In Letteratura

Un cliché che spesso in letteratura si abbatte sugli esordienti, vittime talvolta inconsapevoli di un istinto  che s’insinua in maniera naturale, è quello di “cedere”, per la loro prima opera, al memoir come strumento narrativo, e il risultato si traduce con testi poco riusciti e poco incisivi. Ma non è davvero questo il caso. Tra gli esordi italiani più importanti del 2019, infatti, un libro che per tematiche e per stile mi ha colpito particolarmente, anche per il suo essere esplicitamente autobiografico, è Febbre di Jonathan Bazzi, pubblicato da Fandango a maggio.

Il libro di Jonathan Bazzi, che mescola bene un immaginario pop a una prosa a tratti dissacrante e lirica, è un testo che spiazza soprattutto per il coraggio col quale Bazzi affronta il tema fulcro del romanzo: l’HIV.

La storia, come da titolo, è quella della sua febbre. Una febbre che s’insinua nella sua quotidianità improvvisamente. Da prima in maniera quasi laterale, una febbriciattola di 37,3, ma successivamente, palesandosi a spettro di una diagnosi più grave che non sembra mai rivelarsi concretamente.

Nel percorso che porta dunque alla scoperta della malattia, l’autore affronta e ripercorre a ritroso la sua storia, raccontandoci delle sue origini e della sua città, Rozzano, periferia sud milanese, quartiere e dormitorio popolare, e luogo col quale Jonathan Bazzi non riesce a far pace neppure da grande.

La famiglia, il divorzio dei genitori, il sentirsi satellite nella vita dei suoi affetti e la solitudine, sono temi che in Febbre affiorano, facendo da cornice al flusso di coscienza col quale il protagonista prova a delineare un quadro vivido del suo passato. Le balbuzie, inoltre, e la paura di leggere a voce alta, diventeranno per lui un tormento che mineranno un’intera carriera scolastica, incrinando una fragilità di fondo sempre più evidente, che provocherà nel giovane Jonathan stati d’ansia e una chiusura totale in sé stesso.

Il senso di colpa, la precarietà per uno stato incerto, il senso di sconfitta, sono condizioni che verranno ribaltate da una voglia d’esserci, dalla voglia, anche a fronte di cocenti delusioni, di non arrendersi. Raccontando se stesso, senza l’ausilio di nessun tipo di escamotage, alias o alter ego, Jonathan Bazzi con Febbre stravolge certi paradigma romanzeschi, regalandoci un’opera viva, genuina e coraggiosa, che diventa quasi un monito, oltre che testimonianza.

Riscoprire gli affetti, le persone vicine, difenderle e proteggerle, per Jonathan, anche nella sua fragilità, diventerà quasi una missione.

Ma se è vero che Febbre racconta il dolore, il disagio, una certa disillusione e i continui fallimenti, è anche vero che l’anima che muove il romanzo è la rinascita. Avere la forza per essere e diventare sé stessi, affrontando senza drammi inutili una relazione o una malattia, scardinare le gabbie sociali che non ci permettono di essere liberi, è da questa condizione e in questa lucidità quasi brutale, che Jonathan Bazzi prova a farsi largo, strappando alla vita, e ai suoi lettori, il vero senso della sua storia.

Diego Frau
È nato a Cagliari ma vive a Pisa dove ha studiato Scienze Politiche. Convive con le sue ossessioni (la letteratura e il tennis) e odia le bio.
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