[Recensione] Cake

 In Cinema e Teatro

Claire Simmons (Jennifer Aniston) è una donna distrutta dal dolore, fisico e mentale.

Un anno prima, in un incidente d’auto che l’ha vista coinvolta, suo figlio ha perso la vita. Incapace di gestire la sofferenza, Claire ha allontanato suo marito, i suoi amici, la sua famiglia. L’unica a esserle rimasta accanto è Silvana (Adriana Barraza), la colf messicana, in veste di cameriera, cuoca, badante, autista, madre, amica. Il corpo e l’anima di Claire sono deturpati dalle cicatrici di questa tragedia, che ha fatto di lei la strega cattiva delle storie. Non ha peli sulla lingua, nessun filtro tra voce e pensieri, né alcun rispetto per le convenzioni sociali. È dipendente dall’alcol, dagli antidepressivi, dagli antidolorifici. Ma soprattutto, Claire è dipendente dal dolore. Se lo trascina dietro, ci si aggrappa, se lo culla, come fosse l’unica ragione che le rimane per vivere. Un modo di punirsi, un modo per non dimenticare mai, come se dimenticare fosse possibile.

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Un giorno capita che Nina muore. Nina (Anna Kendrick) è una compagna del suo gruppo di gestione del dolore cronico, una giovane madre con cui Claire non aveva neppure mai parlato. Nina si butta da un ponte della tangenziale… lei che ancora ha un marito e un figlio, lei che avrebbe avuto motivo di sperare.

Ossessionata dal suicidio di Nina, e forse anche invidiosa del coraggio che ha mostrato nell’arrendersi, Claire inizia a essere perseguitata dal suo fantasma. Non che la cosa la disturbi particolarmente, perché lei non crede nei fantasmi, né in Dio, né in niente, anche se uno spettro se ne sta sul materasso nella sua piscina o le porta una torta in ospedale. Nel frattempo si interessa sempre più alla vita di questa donna, entra nella sua casa, conosce il marito Roy (Sam Worthington) e il figlioletto Casey, e indaga sui suoi ultimi istanti, raccogliendo i pezzi andati in frantumi della sua esistenza. Non per sostituirsi a lei o per essere salvata, ma al contrario per trovare la forza di compiere l’ultimo atto.

Il suicidio di Nina porterà Claire sempre più vicina al sottile confine che corre tra la vita e la morte, in un percorso di accettazione e riscatto il cui punto di arrivo è letteralmente e metaforicamente rappresentato da una torta.

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Nei romanzi di Virginia Woolf e nella filosofia di Heidegger è la morte di qualcuno a far apprezzare agli altri la vita. Nina muore, Claire vive. Perché scegliere la vita? Per le patatine fritte di McDondald’s? Per l’odore della crema solare Coppertone? Per il topo dello Schiaccianoci?

Non siamo assolutamente di fronte a una perla di rara grandezza, ma Cake è un prodotto decente, un dramma con una spruzzata agrodolce, una commedia nera con momenti di tragico disincanto, che alla fine commuove. È soprattutto un’ottima prova di recitazione da parte della Aniston, che finalmente si spoglia dei vestiti ormai vecchi (perché il tempo passa anche per lei) della ex fidanzata d’America, della ex signora Pitt e della ex reginetta delle facili commedie per entrare in un ruolo che le sta a pennello. Il personaggio di Claire Simmons, da sé, vale il prezzo del biglietto. Si percepisce, dentro di lei, lo spirito scorbutico, cinico ma profondamente umano e solidale che Jennifer Aniston ha voluto imprimerle. Una donna in stato d’abbandono, segnata da cicatrici e ferri, che in macchina resta stesa (per quale motivo, non crediate di capirlo subito), che vede il mondo in orizzontale, che impartisce ordini a chi guida.

Esiste una regola a Hollywood: brutto è bello. Appena un’attrice rinuncia a trucchi e inganni, e si mostra per ciò che è, forse per lei inizierà una nuova fase. Se è brava, lo si vedrà e, il più delle volte, la si premierà. In questo caso, la Aniston è stata candidata ai Golden Globe 2015, ma vergognosamente esclusa dalle nomination agli Oscar. Per il ruolo di Claire Simmons, si è ispirata alla sua amica e collega, Stacy Courtney, una ex stunt-woman che in seguito a un gravissimo incidente ha dovuto convivere per anni con un dolore cronico, subire 23 interventi chirurgici ed è diventata dipendente dall’Ossicodone. Ma nonostante tutto, ha combattuto e non ha rinunciato alla sua carriera: in Cake è la stunt coordinator.

Arianna Huffington Hosts Special Lunch At Home For Jennifer Aniston To Celebrate CAKE

Jennifer Aniston e la ex stunt-woman Stacey Courtney, che ha ispirato il personaggio di Claire Simmons

Innamoratasi del progetto, Jennifer Aniston è qui anche in veste di produttrice, mentre la regia è affidata a Daniel Barnz, regista quarantacinquenne che alle spalle ha l’applaudito Phoebe in Wonderland (che consiglio agli appassionati della storia di Lewis Carroll) e il tremendo e inguardabile Beastly.

Inserito nella Blacklist del 2013 (ovvero le migliori sceneggiature non prodotte) Cake nasce come un corto. In effetti, in questa sua striminzita origine stanno i suoi limiti. Alcune scene e certi istanti procedono troppo lenti, stanchi, come un brodo che si allunga perché ci sono ospiti imprevisti a cena.

Molto si regge sulle spalle d’Atlante di Jennifer Aniston, sul suo duetto con l’eccezionale Adriana Barraza (nominata agli Oscar 2007 per Babel) e su un tema (quello della gestione del dolore post-traumatico) che, pur essendo stato spesso esplorato a Hollywood, in questo caso non stanca. Purtroppo resta privo di guizzi registici interessanti, o di picchi nella scrittura; risultano stiracchiante certe parti, come le imbarazzanti e poco centrate incursioni del ‘fantasma da farmaci’ Anna Kendrick nella casa e nella vita di Claire.

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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