Più di un senso solo – L’insostenibile leggerezza dell’essere

 In Approfondimento, Esperiestate, Letteratura

Non ho ancora finito Game of Thrones, non sto andando a mare, non sto studiando tanto (solo una delle tre è vera). Non chiedetemi che faccio, sappiate solo che siamo alla tappa numero due dell’esperiestate e che, finalmente, ho ricominciato a leggere.
Per L’insostenibile leggerezza dell’essere, oltre che la responsabilità di milioni di lettrici innamorate di questo libro (tutti libri da femmine, eh?), ho quella della mamma del nostro direttore responsabile, che è stata la prima lettrice di questa rubrichetta. Vediamo di fare una bella cosa.

Napoli, liceo scientifico statale “F. Sbordone”, terzo anno: la mia insegnante di filosofia (una folle, detto con affetto, ché mi legge pure lei) mi regalò un libro verdino un po’ vecchiotto, dicendomi di leggere quello, la dedica all’interno e di ricordare che ognuno di noi ha un filosofo che ci calza a pennello; il mio era Platone, precisò.
Non capii moltissimo quello che mi disse, però iniziai la lettura e mi trovai di fronte al romanzo più strano che avessi mai visto. C’erano Tomáš, Tereza, Franz e Sabina, un quadrilatero amoroso e una certa Primavera di Praga con cechi, russi e carriarmati scorrazzanti. Di che parlava veramente questo libro? E il titolo, che significava?

La storia si apre su Tomáš, in piedi alla finestra del suo appartamento, che non sa cosa fare. O meglio: il narratore lo ricorda così. Tomáš aveva incontrato Tereza da poche settimane e non avevano passato insieme nemmeno un’ora prima di incontrarsi a casa sua e fare l’amore subito, quasi sulla porta. L’amore che lui prova per lei è inspiegabile; Tereza gli sembra un bambino messo in una cesta spalmata di pece e abbandonata alla corrente di un fiume. Che cosa deve fare lui dopo che questa cesta è arrivata sulla riva del suo letto? E Anna Karenina, a questo punto, che c’entra? (domanda dedicata a quei 25 lettori [stima il direttore responsabile citando Manzoni] che certamente coglieranno il rimando al precedente esperiestate)

Libri e segnalibri (a una laurea): ormai me li porto in giro per trovare location. Il segnalibro è di Firenze, quello di sette anni fa forse era una matita

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L’insostenibile leggerezza dell’essere è un romanzo di poesia, Anna Karenina è il segno di una fratellanza segreta all’interno del suo universo.
Quando Tereza arriva a casa di Tomáš ne porta una copia sotto il braccio. Si erano conosciuti nel ristorante di una piccola città della Boemia dove lei lavorava come cameriera, Tomáš aveva un libro sul tavolo. In quella piccola città nessuno aveva mai avuto un libro sul tavolo e a Tereza sembrò che il destino le stesse dando un segnale inconfondibile. Lo raggiunse a Praga con un biglietto per entrare nel suo mondo.

All’inizio di Anna Karenina la protagonista e il conte Vronskij si incontrano alla stazione di Mosca; poco prima un uomo è finito sotto un treno e alla fine sarà proprio Anna a gettarsi sui binari e a porre fine alla sua vita. La composizione del romanzo è circolare, simmetrica, dice Kundera “romanzesca”, appunto. Ci suggerisce però una nuova definizione di questo aggettivo: romanzesco non vuol dire “diverso dalla vita vera”, ma esattamente l’opposto, perché le vite vere sono costruite come composizioni musicali. Sviluppano un motivo, lo ripetono e lo variano cercando sempre la bellezza, anche nelle situazioni più cupe e disperate.
Nella vita vera a volte non ce ne accorgiamo, ma a guardare indietro le coincidenze si dispongono sempre in un disegno di simmetria e di bellezza (dice Milan, e mi trovo d’accordo).

Sia Tereza che Tomáš ripensano alle coincidenze che li hanno fatti incontrare: il libro e il numero sei, che stranamente continua a ricorrere, sembrano averli condotti a quella condizione di leggerezza tipica dell’amore pienamente realizzato, che permette a entrambi di spiccare il volo. Della necessità non ce ne facciamo niente, solo il caso ci parla.
All’inizio il sei era la camera di lui nell’albergo di provincia, il civico di casa di lei da bambina, l’orario di fine turno in cui si sarebbero potuti incontrare. Nelle controversie dell’amore lui però si ritrova a pensare che sei erano state le stupide coincidenze che, a partire dalla sciatica del primario del suo ospedale, lo avevano portato ad ordinare un cognac nel ristorante di Tereza, e lei dice tra sé che in fin dei conti quel libro che si era portata dietro era una carta d’identità falsa con cui lo aveva ingannato. Lei era una cameriera, lui un medico e si erano creati un inferno a vicenda pur volendosi bene.

Si erano incontrati per caso, “per errore”, pensa lei, quando si accorge che si stanno distruggendo la vita; eppure quel momento ritorna, riattualizzato, continuamente. Il cucciolo che Tomáš le regala per farsi perdonare i suoi tradimenti riceve proprio il nome della protagonista del mattone russo. Non Anna Karenina (troppo lungo), ma Karenin. Però Karenin è l’equivalente maschile della Karenina, cosa che trasforma la cagnolina in un “lo”, “quello”, “questo”, innamorato di Tereza. In questa storia non c’è posto per un’altra Anna. Tereza e Tomáš litigheranno e faranno pace, penseranno di aver fatto bene, e di aver fatto male più o meno un milione di volte.

Prima di parlare degli altri due protagonisti voglio fare una considerazione: la trama de L’insostenibile leggerezza dell’essere non la ricorderete. Non perché sia particolarmente complicata o lunga, ma perché a un certo punto diventerà quasi irrilevante; i personaggi non ci vengono messi di fronte per analizzare il loro dissidio interiore (che pure esiste), ma per riflettere sulla struttura della vita stessa.
In un romanzo (dirò un parolone) semidadaista come questo non esiste un solo centro, non c’è un senso solo. Vi perderete nelle divagazioni (che poi tanto divaganti non sono) politiche, nelle considerazioni filosofiche, inizierete a chiedevi chi siamo, dove andiamo, da dove veniamo peggio di Pazzaglia a Quelli della notte.
Visto che si parla anche di sesso e si usa un lessico un po’ forte (oscenino, ogni tanto) forse non ve ne accorgerete subito, ma a pensarci bene vi accorgerete che “dualismo”, “categoria”, “essere” sono tutti termini mutuati dal linguaggio filosofico; gli stessi contrari sono espressi attraverso il metodo “non-nome che deve essere negato”. Oltretutto, la storia non inizia con Tomáš alla finestra, ma con una riflessione sull’eterno ritorno di Nietzesche.

La dedica non è di Kundera, ma di Kià

La dedica non è di Kundera, ma di Kià

Vabbé, Iola’, questa palla non se la sorbirà mai nessuno. E invece no, dài.
Questo è uno dei pochi libri seri che si può non leggere come i libri seri: dopo la prima lettura, potrete usarlo come il grande libro delle risposte (Kundera, anche se non sei ancora morto, perdonami).
Mi spiego meglio. Dopo Nietzesche, la prima domanda fondamentale del romanzo è: “Che cosa è positivo? La leggerezza o la pesantezza?” Come diceva Parmenide la leggerezza è positiva e la pesantezza negativa? E insomma.
“Einmal ist Keinmal”, recita un proverbio tedesco: ciò che accade una volta è come se non fosse mai accaduto, non pesa niente, non fa niente. La nostra intera esistenza capita una volta sola, e sulla base di queste parole, possiede una leggerezza grottesca, perché noi carichiamo ogni gesto di una gravità inenarrabile. Da qui il paradosso (sempre dal vocabolario filosofico) dell’insostenibilità di qualcosa di leggero. Leggero è tutto quello che è nostro, ma proprio perché è unico diventa pesantissimo.
Dico che questo romanzo può fungere un po’ da libro delle risposte sulla base di come l’ho usato io. Dopo averlo letto la prima volta (e non essermi orientata moltissimo) sono tornata su alcuni passaggi nel corso di questi sette anni; quando ero triste, quando non sapevo che fare, quando non capivo qualcosa, è stato una specie di breviario. Il modello della riflessione ideale, o platonica, su cui poi ho modellato i miei pensieri mai ideali. Gli devo molto della mia formazione, e anche il gusto dell’etimologia (sarò contenta di diventare vocabolario un giorno, nella prossima vita).
Rileggendolo negli ultimi giorni mi sono resa conto che è comunque una visione parziale dell’esistenza (che poi è il motivo per cui ogni epoca ha i suoi filosofi e per cui continuano a esserci filosofi), quindi può piacere o non piacere, essere condivisa o portarci allo sviluppo di altre idee.

Lo sviluppo, inarrestabile, di un’altra idea è ciò che caratterizza Sabina, e con lei riportiamo il discorso sui restanti due personaggi del romanzo. Sabina è una pittrice e la più duratura delle amanti di Tomáš, nonché l’anello di congiunzione con Franz, professore universitario, che a sua volta è una delle sue storie più importanti. Quello che Kundera esplora con Sabina e Franz è il campo della comunicazione. La stessa parola per Franz e Sabina ha due significati diversi. Uno dei più controversi è quello di tradimento: Sabina è una traditrice, e lo sa; Franz fa suo il vessillo della fedeltà e crede in questo modo di conquistare la pittrice. Ma Sabina ha tradito suo padre, e poi il comunismo, tradisce Franz, tradisce anche se stessa. Altre idee, altre mete, la sua è la fuga inebriante e senza sosta di chi non sa fermarsi.
Tutto quello che si dice tra i due è equivocato, ognuno parla usando le parole per come le conosce, ma senza che l’altro capisca.
Sabina rovescia il tradizionale sistema di valori e inizia un’interminabile serie di tradimenti: il suo è il personaggio che dalla Boemia si sposta sempre più lontano dalle proprie radici, ma è anche quello che riesce a resistere. Franz, dopo aver tradito la moglie non amata ed essere stato abbandonato da Sabina, continuerà a vivere sotto il suo sguardo immaginario e… no, il finale non lo dico.
Il narratore ci racconta la storia senza farci capire volontariamente dove andrà a parare. In alcuni punti parla ai lettori; a metà del romanzo ci racconta addirittura la genesi dei personaggi, in nessun modo reali, ma nati da un proverbio, da un’impressione, o un brontolio allo stomaco, proprio come era successo a Tolstoij con Anna Karenina. L’aspetto (altro parolone) metalinguistico del libro sospenderà non solo la vostra incredulità, ma volte anche il vostro senso critico, per farlo rispuntare fuori più accanito di prima.

Ora che avete imparato dov’è la Boemia e a credere a tutto e a niente, il prossimo mese andremo in Francia con Muriel Barbery e L’eleganza del riccio.
O no?

Iolanda Sequino

Iolanda Sequino

Sono nata lo stesso giorno di Montale, però a Villaricca, provincia di Napoli, e nel 1990. Mi sono laureata in Lettere moderne alla Federico II. Il mio regno per gatti, feste a tema e giochi di parole. Studio come parlano le persone, mi piace un sacco.
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