Perché si legge: l’esperiestate Anna Karenina

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Leggere è l’ultima cosa che mi va di fare al momento. Devo recuperare Game of Thrones (“Ancora??”. Sì, ahimé, ancora.), iniziare le pratiche serie per il mare, magari studiare. Nella posizione in cui mi trovo adesso non dovrei dirlo, ma giuro, è da un po’ che non ho voglia di leggere, non trovo nulla che catturi la mia testa come succedeva un tempo.

Quando ho incontrato i romanzi avevo otto anni, la capa di bomba tipo Maradona e una voglia matta di dimenticare che d’estate in Calabria a casa di mia zia il pomeriggio dormivano tutti. La versione semplificata di Piccole donne mi ha tenuto rintanata nella soffitta delle sorelle March, fatto sviluppare una passione insana per le storie in costume sette-ottocentesco, e poi per le storie in generale. Al liceo ho avuto il secondo incontro fatale – Milan Kundera – che ha allargato la mia idea di interpretazione delle storie a dismisura; due Natali fa è arrivato il libro che mi ha cambiato la vita, Anna Karenina. Te li regalano sempre, i libri che ti cambiano la vita.

Libri e segnalibri: ho iniziato Anna Karenina sciancata e dall'ortopedico, il bigliettino ha tenuto il conto delle pagine

Libri e segnalibri: ho iniziato Anna Karenina sciancata e dall’ortopedico, il bigliettino ha tenuto il conto delle pagine

Dovendo iniziare a parlare di letteratura libresca, non potevo non partire da questo meraviglioso mattone russo, per due motivi: il primo l’ho già detto, il secondo è che, gusti e preferenze personali a parte, Anna Karenina nella sua perfezione ci ricorda perché si legge. È l’origami che rappresenterebbe la lettura, la sua più profonda incarnazione incartata.
Chiedete a chiunque qual è il libro dei libri, la storia delle storie; molto probabilmente vi risponderà: “la Bibbia”. Non avrebbe torto. Se vi raccontassero di uno che arriva sulla Terra per salvarci, che in cambio non vuole niente, che pensereste? Maltrattato, messo in croce, eppure sempre là, non sarebbe già l’esempio d’amore più alto e puro che possiamo immaginare? Abbiamo un modello etico perfetto e una dose di speranza infinita. Che altro ci dobbiamo raccontare?

Visto che però tendiamo facilmente a dimenticare, e che in fin dei conti riusciamo a capirci solo continuando a parlare tra di noi, ci siamo inventati la letteratura.

Leggere un romanzo è un’operazione estremamente complessa; di fronte alla pagina il lettore deve riuscire a seguire ciò che accade mentre legge, tenere a mente quello che è già successo, e mettere tutti i pezzi al proprio posto il prima possibile per vedere rappresentata la scena dipinta dall’autore. Leggendo facciamo il restante 40% che completa il lavoro dello scrittore: se riusciamo a vedere non il “nudo gomito femminile di un elegante braccio aristocratico” – la folgorazione per cui Tolstoj intraprese la stesura di Anna Karenina – ma ciò che vedono gli occhi della proprietaria di quel braccio, allora la macchina della letteratura funziona.
Il narratore russo nel 1877 pubblica quello che sarà considerato il capolavoro del realismo e lo scrive in maniera tale da darci realmente la sensazione di abbandonare il divano ed entrare nel salotto di casa Oblonskij a Mosca.

Il romanzo è diviso in otto parti, forse non tutti conoscono la storia. (Uno dei riassunti più geniali è quello di Francesco D’Isa su Il Post, che mi fa un sacco ridere.) Anna è sposata e va a trovare Stiva che ha tradito Dolly; Levin ama Kitty che ha una cotta per Vronskij. Una sera si ritrovano tutti a un ballo: Kitty balla con Korsunskij ma aspetta Vronskij, Vronskij che dimentica di aver invitato Kitty e balla con Anna, Anna che sa che Kitty aspetta Vronskij ma non ci può fare niente. “Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, recita l’incipit del romanzo. E questo è solo un decimo di quello che c’è nella prima parte.

A monte della sua opera Tolstoj, come ogni altro bravo narratore, riflette sui temi che vuole indagare, e fa in modo che vengano alla luce nelle vicende che racconta; Anna viene scelta per parlare, tra gli altri, della ricerca della felicità impossibile che ossessiona ogni essere umano.

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Ho detto che viene scelta Anna e che viene scelta per parlare, sì; perché non è tanto mettendo le parole una dietro l’altra, ma intessendo l’intreccio, che uno scrittore parla. Scegliendo il corso degli eventi che andremo a decifrare, sembra che parli solo a noi. Le verità sul mondo che ci sussurra salgono dallo stomaco alla testa e diventano solo nostre; scoperte nel segreto della copertina che stringiamo tra le mani, ci sembra anche di averle possedute da sempre. Questo è il 40% di cui parlavo prima, il lavoro della nostra immaginazione che scatta veloce, indirizzata a dovere dalla penna (o dalla tastiera) del narratore.

Ho detto che viene scelta Anna: i personaggi ben ideati sono talmente veri da sembrare persone, a volte amici con cui passeremmo volentieri il pomeriggio. L’analisi del romanzo europeo del XIX e XX secolo portò E. M. Forster a sostenere addirittura che fosse il carattere dei personaggi a dettare il corso di una narrazione; da qui l’eccessiva attenzione dei romanzieri per il personaggio, quasi il grosso del loro lavoro fosse inventarne uno grandioso che gli suggerisse come far procedere la storia. E non sono pochi i romanzi che prendono il loro nome da quello del protagonista. I personaggi però sono fasci immaginari di qualità destinati a produrre un determinato effetto sul lettore. Non è quello che un personaggio dice o pensa, ma quello che sceglie di fare, a far procedere la storia; le scelte poi determinano la formazione o la trasformazione del carattere, e la nostra reazione.

Attraverso le decisioni e i sentimenti dei personaggi esploriamo nuove zone di noi stessi, cercando quello che Orhan Pamuk chiama “il centro”, il senso profondo che i romanzi vogliono comunicarci e il motivo per cui li leggiamo, fiduciosi di trovare una risposta a una domanda che c’è ma non sappiamo bene quale sia o che non immaginavamo nemmeno di star chiedendoci. È il centro quella verità sul mondo che aspettiamo da un romanzo, la prospettiva non nostra capace di rassicurarci con una piccola risoluzione per le ansie; è quando troviamo il centro che possiamo dire: “Ah, adesso ho capito”, e tirare un sospiro di sollievo prima di rientrare nella realtà. Da questo punto di vista, però, quello che più di tutto ci regala Anna Karenina è la nostra prospettiva di verità: dopo essere stati nella testa di personaggi (o persone?) con i nomi delle canzoni dei Sigur Rós e averne saggiato le contraddizioni in maniera così cristallina, non potremo più mentirci così ingenuamente.

"Scese, evitando di guardarla a lungo, come si fa col sole, ma vedeva lei, come si vede il sole, anche senza guardare". (da una scena tra Levin e Kitty)

“Scese, evitando di guardarla a lungo, come si fa col sole, ma vedeva lei, come si vede il sole, anche senza guardare”. (da una scena tra Levin e Kitty)

Non solo tendiamo facilmente a dimenticare, noi non siamo mai paghi di spiegazioni. Abbiamo bisogno di un dettaglio, di un altro punto di vista, di una nuova immedesimazione, ecco perché una sola storia non ci basta. Mi vengono in mente le parole di Umberto Eco, quando ha detto che chi non legge ha una sola vita: se leggendo possiamo averne mille è proprio perché ogni scrittore ha messo una parte della sua nella storia che ha costruito. E allora possiamo andare avanti tre le pagine e pensare: “Sì, è proprio così che ci si sente!”, dieci, cento, mille volte, oppure entrare nei panni di qualcuno completamente altro, superare il disagio iniziale, e ad esempio capire com’è dire addio a un figlio per colpa di un marito che non amiamo più.

La grande meraviglia di di questo romanzo è la capacità di farci entrare in quel mondo lontano, di vedere le carrozze e i palazzi con gli occhi dei protagonisti che diventano i nostri. All’improvviso sappiamo com’è essere in crisi con se stessi e con Dio dopo che Kitty ci ha rifiutato, stritoliamo il ventaglio vedendo Vronskij chiedere l’ultima mazurca della serata ad Anna. Tolstoj non ci dice che Kitty è gelosa, ci fa provare la gelosia. Quando leggiamo Anna Karenina  viviamo delle esperienze sensoriali che qualcun altro ha provato e ricostruito – parlo di quei momenti piccoli e normali, come guardare fuori dal finestrino del treno, passeggiare nell’erba alta, essere infastiditi dalle urla dei bambini in giardino. Attraverso questi dettagli la narrazione realizza il suo realismo, ci porta nella testa di altre persone e anche esperienze quotidiane mai accadute, come prendere un treno Mosca-San Pietroburgo leggendo un romanzo inglese – una delle scene più famose e commentate del libro – ci sembrano assolutamente vere, anzi, sembrano succedere a noi. L’incrocio tra esperienze quotidiane più o meno immaginate ed esperienze sensoriali reali ci permette poi di analizzare anche le grandi passioni del bene e del male di cui si disserta da secoli.

I romanzi sono un modo diverso di parlarci e spiegarci come siamo fatti; se le conversazioni tra le persone dessero lo stesso tipo di sollievo dello scioglimento di una narrazione, la letteratura non esisterebbe. Si scrive e si legge da soli, e in questo senso non si può parlare di vera e propria comunicazione – comunichiamo con una persona quando diciamo qualcosa e siamo certi che capisca ciò che stiamo dicendo e che lo stiamo dicendo a lei – però possiamo dire che ci parliamo come comunità. Da scrittore a lettore ci passiamo il testimone delle storie che ci ricordano in cosa credere e in cosa sperare, per non dimenticare quello che siamo e scoprire quello che potremmo essere.  Se poi capiamo di più di noi stessi riusciamo a capire di più anche gli altri, contando sul fatto che abbiamo tutti la stessa radice umana; inoltre, dopo un buon romanzo siamo capaci di reinserirci nella quotidianità con un po’ del carattere – e delle scelte – che abbiamo assaporato.
Una sola storia però non ci basta: dalla Bibbia – la cui riflessione ritorna spesso in Anna Karenina – si sono dipanate storie per tutti i gusti. Ognuno può scegliersi la sua nella forma di amore che preferisce – perché gira e rigira, sempre di quello parliamo – e metterla in pratica.

Volevo ricordarmi perché si legge, ed ecco qua l’effetto che il romanzo di Tolstoj ha avuto su di me (in percentuale minima, ho accorciato il testo 5 volte e revisionato 22, dico: ventidue).
Che posto ha avuto questo libro nella letteratura? Che effetto ha fatto agli altri?
Ho parlato di esperimento: da qui a Natale un libro al mese in cui compare Anna Karenina, le mie seghe mentali in proposito, se volete, le vostre e vediamo che ne esce. Il primo della lista è L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera.
Magari alla fine vi leggete anche quelle 823 pagine su una famiglia infelice che è infelice a modo suo.

“Esperiestate” è perché lo iniziamo d’estate, ovviamente.

Vol. 2 – L’insostenibile leggerezza dell’essere

Iolanda Sequino

Iolanda Sequino

Sono nata lo stesso giorno di Montale, però a Villaricca, provincia di Napoli, e nel 1990. Mi sono laureata in Lettere moderne alla Federico II. Il mio regno per gatti, feste a tema e giochi di parole. Studio come parlano le persone, mi piace un sacco.
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