Parasite, understairs to heaven

 In Cinema e Teatro

Parasite:

visto a Napoli, 2019
girato a Seul, 2018
ma anche Londra, Madrid, Mosca, Mumbai: qualsiasi contesto economico, culturale, metropolitano, andrebbe bene per contenere il messaggio universale e trasversale di Parasite, ultimo, geniale lavoro di Bong Joon-Ho. L’estro creativo del regista sudcoreano spazza via, con un soffio di schiettezza, polverose e ingombranti mura culturali, soffocanti definizioni di generi cinematografici e supposte differenze fra continenti.
E’ dall’Asia infatti, che arriva la più arguta rappresentazione sociale degli ultimi tempi, la quale (con nonchalance davvero imbarazzante per i creativi nostrani) riesce a raccontare perfettamente l’Occidente che lega questa parte del mondo a quella che sembra così lontana, distante; lo stesso filo “occidentale” che ci avvicina a paesi come la Sud Corea appunto, o il Giappone piuttosto che a Cina o Thailandia.

parasite

In questi posti la sintesi fra due universi distinti racchiude una potenza creativa enorme, che sta già dando prova di sé nella nuova generazione di anime che spopolano al di qua dell’oceano, mantenendo i tratti caratteristici della propria origine giapponese, ma smussando tempi morti e macchinosità narrative.
Se già la trilogia della vendetta (Old Boy su tutti) ci aveva poi avvicinato al cinema sudcoreano, Parasite rappresenta un vero e proprio punto di svolta nella comunicazione artistica fra due realtà che si parlano senza saperlo. Lo specchio ora è ambivalente: perché mentre a Seul sapranno chi è Indiana Jones o avranno visto Star Wars, fino a ieri non sapevamo chi fossero la famiglia Park e la famiglia Kim, ma adesso ce lo ricorderemo per sempre.

Parasite è l’annichilimento della goffaggine cinematografica, il contenuto anelato dall’action, e lo svilimento dei toni del thriller che tutti aspettiamo, ma che in pochi sono riusciti a racchiudere, e forse nessuno tutti insieme.
In questo film si succedono vicende tanto bizzarre quanto le tendenze di genere che si incrociano, e lo scorrere dell’amalgama che ne viene fuori è talmente naturale e serrato, da farci chiedere perché non vediamo più spesso cose del genere: è forse la naturalezza dell’impossibile l’unico tratto definibile di Parasite, lo sconvolgimento del canonico presentato come elementare, facile, accessibile.
Quello che impressiona, in seconda battuta, è l’estrema semplicità con cui il sottotesto viene alla luce: manierismi intellettuali, o sceneggiature retoriche e ridondanti sono bandite da un film il cui unico difetto è quello di stare stretto nel tempo concesso, lasciando lo spettatore bisognoso di altra pellicola. Ogni metafora, condizione iconica, e spunto riflessivo, si schiudono agli occhi prima che al cervello, attraverso lo spazio ed il movimento, coinvolgendo ognuno dei nostri sensi, in una recezione corale che non perde colpo dal primo minuto all’ultimo.

Le scale, elemento centrale nella narrazione, sono attraversate dagli interpreti come dagli spettatori, in una simbiosi d’azione davvero rara per un film che non ha pretese apocalittiche o ossessioni di forma, e la cui trama è tutto sommato banale (almeno in un primo momento). Gli ambienti, la scenografia, concentrata sulle due case delle famiglie, diventa voce fuori campo di un linguaggio corporale, spaziale: sono le stesse inquadrature a soffrire nel sottoscala dei Kim, dove ci si gira a fatica e s’ammassano oggetti che gridano povertà e impellenza; hanno la possibilità di girare, coinvolgere più personaggi, ed intere azioni, nella villa dei Park, dove lo stile minimalista e di buon gusto diventa testimonianza scolpita, ornamento, e lascito della loro ricchezza, concretizzando negli spazi vuoti l’assenza dei problemi, degli affanni, dei bisogni.

L’architettura è significato, in Parasite. La scenografia un volto. Lo spazio un mondo ben determinato di ragioni e simboli.

Il fiore della narrazione sboccia attraverso l’interezza dello schermo: la posizione dell’attore, il suo movimento, gli oggetti intorno e l’interazione con questi, il gesto, non inteso come gestualità ma come atto, parlano un linguaggio immediato di cui la sceneggiatura sembra mero e superfluo corollario.
Questa interezza artistica, questa affinità nelle parti, indistinguibili tra loro per quanto ben coordinate, è cosa che non si vede tutti i giorni.
Non sappiamo quanta fatica creativa Parasite sia costato a Bong Joon-Ho, non sappiamo da quanto avesse questo film in mente: si può dire con certezza però che (ancor di più se questa genialità è inconsapevole, incidentale) siamo di fronte ad un talento mostruoso dell’arte cinematografica; la Palma d’Oro al recentissimo Festival di Cannes e la candidatura come favorito ai prossimi Oscar lo potranno attestare solo in parte.

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Gli attori sono perfetti in ogni sfumatura concepibile: anche per loro il merito è corale, mamenzione d’onore è dovuta all’interpretazione magistrale di Cho Yeo-jeong, la madre della famiglia Park, che si addentra ad un livello a cui gli altri non arrivano, anche forse per la peculiarità del suo ruolo.
Raccontare le vicende senza rovinare il senso di meraviglia è impossibile, e diventa quasi superfluo di fronte a cotanta bellezza scenografica, narrativa, sentimentale: Parasite è un di fiume in piena, che travolge chiunque sia seduto in poltrona. Quello che si può dire è che il messaggio sociale che trasuda, letteralmente, dalle immagini è sottile ma, come abbiamo detto, immediato e palese; questo è un pregio che spesso si perde, nella maniacale e assurda linea di confine fra cinema d’autore ed intrattenimento commerciale.
Parasite dimostra che una sintesi è possibile, e che se non avviene, come io mi affanno a dire ogni volta, è perché non si è capaci o semplicemente non interessa.

Il quadro sociale che viene fuori, anzi, il movimento sociale trasportato sullo schermo è attuale e urgente: è la storia del precariato e della boriosità borghese, dell’astuzia del bisogno e l’opulenza dello sfarzo, ma, soprattutto, dei ribaltamenti nelle corse dei nostri sogni, quando diventiamo disposti a tutto per raggiungerli.

E’ commovente la sapienza con cui Bong Joon-Ho riesce a sfumare i buoni dai cattivi, annullando di fatto una definizione povera, che spesso inganna e non è sufficiente a dare corpo a determinate dinamiche: in Parasite l’azione è scevra di giudizio, o meglio, sembra portarlo in seno, salvo contraddirsi l’attimo dopo. In questo marasma di ruolo, i personaggi s’intersecano in modo convincente e sensato, senza mai ripiegare su scontate svolte d’immagine, atte a stabilire chi abbia ragione e chi no; essi semplicemente vivono, ognuno secondo la propria deformazione e la propria fortuna.

Anche il caso infatti è un tema accennato, velatamente, da questo film immenso: non come il solito deus ex machina dedito a condannare o risolvere, ma come condizione di partenza o di arrivo, come ossessione di cui liberarsi o privilegio invisibile e non considerato. Il parco umano che prende scena e vita in Parasite, per quanto surreale diventi, è un tributo alla realtà onorevole e sensibile, che sa come farsi recepire nei suoi tratti realistici in modo intuitivo e leggero. Il parassitismo dei Kim, leitmotiv e giudizio della trama, ma anche redenzione ed empatia, viene sconsacrato da ogni giustificazione ed allo stesso tempo compreso, contestualizzato. La beata ignoranza dei Park sembra chiedere: “Sono una colpa?
La definizione della battaglia della gerarchia sociale è sminuzzata in tutta la sua complessità, strappata dalla retorica che solitamente l’accompagna e stravolta da una serie di eventi che lasciano a bocca aperta facendo ridere, inorridire, terrorizzare, compatire e riflettere insieme.
Non penso ci sia altro da dire su un film che diventa cult immemore e imperituro appena si è messo piede fuori dal cinema.

Komawo, Bong Joon-Ho!

Enrico Zautzik

Enrico Zautzik

Non sono responsabile delle censure di quei %&*"°# degli autori
Enrico Zautzik

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Showing 2 comments
  • Federica
    Rispondi

    Ora DEVO vedere il film!

    • Enrico Zautzik
      Rispondi

      Cuore <3 corri prima che lo tolgano!

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