Padrenostro, una brutta preghiera

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Scrive Paolo Mereghetti, di Padrenostro, sul Corriere: “Il dramma del terrorismo non viene scavato in profondità dal regista, e una messa in scena approssimativa, che non sa evitare cadute di stile, perde l’occasione di riflettere su come i bambini fanno i conti con la forza della realtà.”
Il mio parere non si discosta di una virgola da questa considerazione, ma preferisco accantonare l’aspetto della cronaca, ed il suo supposto dovere, e concentrare la mia critica su quello che il film mostra. Sì può benissimo decidere di accantonare il servizio d’informazione per raccontare una vicenda personale, anche di una questione così grande.
Ma il problema principale è che Padrenostro fallisce anche su quel livello.

La narrazione segue la storia semi-autobiografica del regista Claudio Noce, il cui padre, il vicequestore Alfonso Noce, responsabile del nucleo antiterrorismo della regione Lazio, fu ferito in un agguato dei N.A.P. (Nuclei Armati Proletari) nel dicembre del ’76. In realtà, ad assistere agli eventi alla sola età di undici anni, fu il fratello del regista, in quanto il suddetto aveva solo due anni. Chiaramente, la solidarietà per la sofferenza reale e sentita dei fatti realmente accaduta è premessa doverosa quanto scontata prima di ogni critica al film: si avverte, durante la visione, il senso di inadeguatezza e spaesamento di una famiglia normale gettata nell’inferno della paura e del dramma. Si fa sentire sulla coscienza.
Ma poco più di questo restituisce Padrenostro, in due ore abbondanti di visione: la narrazione è infatti stagnata nel proporre il dolore in modo statico, immobile. Questa forma di espressione rende il film insostenibile, non per mancanza d’immedesimazione, bensì per una gravosa fruizione del tempo, elemento cruciale da gestire in un’opera in cui, fatto scatenante a parte, non succede niente.

Il lodevole proposito del regista di raccontarsi e raccontare un’esperienza così importante, svelando i meandri intimi della propria vita familiare, si perde purtroppo in una sbagliata focalizzazione dell’attenzione, che si impunta sugli eventi di Valerio (l’undicenne protagonista) senza sviluppare un racconto corale, e senza riuscire ad accattivare lo spettatore. Una regia molto scolastica, che gode di bei momenti, ma nessuno memorabile, e una fotografia anch’essa senza particolari meriti, non soppiantano alla carenza narrativa con una mano autoriale significativa, capace di coinvolgere l’immaginazione dello spettatore.
Se anche quindi il dolore è condiviso, esso non trova la forza, attraverso l’arte messa in scena, per compiere quel passo intangibile dal virtuale al reale, risultando, alla fine dei conti, distante.

Eccessivi silenzi occupano la scena intervallati da dialoghi mai brillanti, e lo scoramento si palesa in tutta la prima metà di visione. In un secondo segmento, che coincide con il viaggio della famiglia Le Rose in Calabria, le cose migliorano, rendendo Padrenostro più godibile, non riuscendo tuttavia a colmare le insufficienze generali e la gravosità della prima ora.
Persino Favino, distintosi negli ultimi anni anche per saper trascinare opere poco convincenti, non vanta il solito smalto, né la solita attrattiva. Relegato ad una marginale normalità, dalla sceneggiatura stessa non gli vengono richieste particolari prove di recitazione, cosa davvero strana se si ha nel cast uno dei migliori attori in circolazione. Infatti, il punto più debole di Padrenostro è forse proprio l’accanimento sul punto di vista di Valerio, che offusca e recide altre strade percorribili che avrebbero dato corpo al tempo messo in scena. Per quanto carino e capace, il giovane attore non può chiaramente gestire due ore di piani interamente fissati su di lui, per di più se, tra l’uno e l’altro, non vi è praticamente differenza di contenuto.

In definitiva, Padrenostro è un’opera mancata sotto tutti i punti di vista: pur raccontando un fatto inedito alle più famose cronache, decide di non svilupparne contesto e storiografia, incastrandosi sulla vicenda familiare; sceso nella grotta del privato, s’immobilizza nelle sabbie mobili di scene uguali e ripetitive, senza una tecnica sufficiente a sciogliere il tempo della narrazione, rendendo l’opera gravosa da seguire.
Un vero peccato, perché dei N.A.P. si sa poco, e sviluppare la storia di una famiglia degli anni di piombo, per di più per mano di chi c’era veramente, era un intento nobile e necessario. Sarà per la prossima. Andiamo in pace.

Enrico Zautzik

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