Oltre la fine del mondo, La festa nera di Violetta Bellocchio

 In Letteratura

La fine del mondo, nell’immaginario collettivo, si nutre di cliché e di strutture oramai consolidate e abusate, che talvolta ci fanno quasi sorridere per la loro posa artefatta. Ripensare o riconsiderare oggi, invece, la  fine del mondo semplicemente come la lenta agonia della società per come la conosciamo, o di un certo tipo di divenire contemporaneo che continua a riverberare nonostante tutto, è ben altro affare. In un periodo, quindi, in cui il romanzo distopico italiano, nei suoi diversi gradi, è diventato quasi un’urgenza per certi autori per poter raccontare o esorcizzare il presente, un libro come La festa nera di Violetta Bellocchio (pubblicato a giugno dello scorso anno per ChiareLettere) è, sotto ogni punto di vista, molto più che un semplice libro di “genere”. 

La storia è quella di un trio di documentaristi Ali (fonica e voce narrante), Misha (popolare YouTuber e volto del progetto) e Nicola (videomaker e compagno di Misha), che in seguito ad un loro video pubblicato su Internet, vengono investiti da quella che è a tutti gli effetti una shitstorm d’odio collettiva che li costringerà in maniera violenta ad abbandonare inizialmente ogni forma di progetto comune.

Detta così, sembrerebbe quasi una storia ordinaria, ed è questo che colpisce, se non stessimo parlando però di qualcosa ambientato nella provincia italiana in un futuro prossimo, vicino: il 2026. Un futuro in cui il mondo è collassato, e in cui ognuno prova a ricucirsi addosso un senso alla propria vita, quando l’unica cosa, al di là delle macerie, l’unico appiglio che persiste, sembrano essere soltanto le relazioni e il loro valore.

“Questa è la storia di noi che perdiamo tutto. Questa è la storia della fine del mondo, quando la realtà, per come la conoscevamo noi, è scomparsa. È inutile cercarci una morale o una logica. Nessuno saprebbe dire come si è aperta una simile crepa nella terra sotto i nostri piedi. Però è successo, a noi, ed è per questo che siamo finiti come siamo finiti.”

In un contesto del genere, documentare quello che resta dell’umanità, ridare speranza a chi quel tipo di società la vive, la subisce, fa si che proprio quel progetto che sembrava aver distrutto il trio, improvvisamente acquisisca nuova luce. Venga, per certi versi, nobilitato a ruolo sociale. Sarà proprio questa nuova luce improvvisa, questo riscatto, che spingerà i tre a credere di nuovo nel loro percorso e alle loro idee, questa volta con uno spirito totalmente diverso. Ali, Misha e Nicola, infatti, muovendosi e documentando quello che succede nella Val Trebbia, avranno a che vedere con comunità e organizzazioni spontanee in cui andranno a rifugiarsi figure di ogni tipo, e che alimenteranno quello che sarà il vero viaggio di ricerca per i tre: conoscere chi si cela sotto lo pseudonimo de Il Padre, una figura considerata mistica e in grado di poter curare e assolvere qualsiasi tipo di malattia o di ricordo.

La festa nera è un libro che disturba proprio a partire da quel senso di inadeguatezza, di cinismo, di odio, che si percepisce nelle parole di queste vite a metà. Esiste infatti, circoscritto ai sopravvissuti, un dolore continuo che si rigenera e crea comunità tra le persone. Un odio che è liberazione e giustizia a qualunque costo.

La violenza con la quale agiscono le organizzazioni spontanee del romanzo, sembra, a tutti gli effetti, la proiezione dell’hate speech presente online. Un fenomeno che talvolta risulta impossibile da arginare, ma che è capace di distrugge le vite di tutte le persone che lo subiscono.

Violetta Bellocchio torna al romanzo con una prova davvero notevole sotto ogni aspetto. La festa nera è un’opera che senza dubbio mi rimarrà impressa proprio per la grande potenza evocativa del testo e della lingua. Un romanzo, quanto mai attuale, e che consiglio fortemente.

Diego Frau

Diego Frau

È nato a Cagliari ma vive a Pisa dove ha studiato Scienze Politiche. Convive con le sue ossessioni (la letteratura e il tennis) e odia le bio.
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