Oceania – Recensione

 In Cinema e Teatro

L’oceano dell’animazione quest’anno si è rivelato particolarmente pescoso, offrendo portate per tutti i gusti. Non importa che si parli di computer grafica, pastelli o stop motion. Il settore si mostra in continua crescita e costituisce una delle poche (relative) sicurezze dell’intera industria sia dal punto di vista della qualità che della ricezione. Ma non è questo il punto.

Quest’anno c’è infatti un elemento che ha accomunato molte delle opere più memorabili: l’acqua. Che si tratti del commovente La Tartaruga Rossa dello studio Ghibli, del capolavoro Laika, Kubo e la spada magica, o del raffinato Le Stagioni di Louise, l’acqua ritorna costantemente. Essa va attraversata per capire chi siamo realmente, ci isola e ci mette in comunicazione con gli altri, con i pericoli e le possibilità del mondo. Verrebbe quasi la tentazione di ricondurre questa strana coincidenza al tempo in cui viviamo. Chissà. L’unica cosa certa è che una delle regole fondamentali dell’animazione sconsiglia due cose “peli e acqua”. L’ultima produzione Disney, Oceania (Moana in originale) ignora alla grande il consiglio.

Un tempo molto lontano, l’egocentrico semidio Maui rubò il cuore di Fiti, l’isola vivente, fonte della vita stessa. Il suo gesto riempì il mare di mostri di ogni sorta, costringendo i mortali sulle loro isole. Con queste storie divenute leggende, la piccola Moana cresce, desiderosa di esplorare il vasto oceano, al di là della rassicurante barriera corallina. E’ la figlia del capo del villaggio che vorrebbe per lei un futuro di quieta responsabilità. Quando tuttavia una misteriosa pestilenza mette a rischio il futuro dell’isola, Moana deve abbracciare la missione assegnatagli dallo stesso oceano: costringere il semidio Manui a rimediare al proprio errore e ristabilire così l’equilibrio del mare.

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Scritto e diretto da un manipolo di veterani Disney, tra cui spiccano John Musker e Ron Clements (Aladdin, Il Pianeta del Tesoro, La principessa e il ranocchio, La Sirenetta) Oceania è una scommessa riuscita anche se troppo prudente. Il film si muove tra le squisite costellazioni mitologiche e culturali polinesiane, dando finalmente tregua alle sfruttatissime tradizioni folcloristiche europee. La freschezza spumeggiante di Oceania sta tutta in questo nuovo scenario reso magnificamente dalla computer grafica: sentiamo l’odore delle onde, le notti stellate ci avvolgono e anche il vento si “vede”. Tutto ciò è accompagnato da un immaginario visivo che il cinema ha poche volte rappresentato da un punto di vista realmente “indigeno” (mi viene in mente Rapa Nui del 94)

Questo fa di Moana, la prima principessa “orientale” dopo Mulan, forte di tutte le lezioni al femminile apprese dalla Disney negli ultimi anni. La protagonista di Oceania ha infatti un aspetto robusto e atletico, non ha bisogno di un principe azzurro né di innamorarsi di qualcuno per realizzarsi. Se aggiungete anche una massa di riccioli indomiti (realizzati in maniera impressionante) vi renderete conto della somiglianza con Merida, la fiera ribelle di Brave . Anche il percorso narrativo di Oceania, come quello del suo “parente” Pixar, cade nella canonicità più classica: la prescelta troverà la propria strada, distaccandosi solo apparentemente dalla famiglia, per ritornare nella comunità con un senso della tradizione rinnovato.

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In questo non c’è nulla di sbagliato. In fondo anche lo straordinario Kubo e la spada magica della Laika (concorrente più serio agli Oscar con Zootropolis) ha la stessa struttura. Ciò che manca ad Oceania è la vera ambizione di essere qualcosa di più di un semplice film di principesse. Emblematicamente in una scena Moana dice di non essere una principessa ma “la figlia del capo”. Il semidio civilizzatore Maui (una sorta di Eracle/Prometeo) le risponde beffardo “Hai un vestito e un animaletto. Sei una principessa”. Dopo aver raggiunto i livelli narrativi altissimi di Big Hero 6 e del recente Zootropolis, il semplice messaggio finale del “Scopri chi sei” sembra troppo al ribasso.

Oceania resta comunque ricco di trovate visive divertenti (con citazioni inaspettate a Mad Max Fury Road e un pizzico di Fantasia 2000) incastonate nelle immancabili, e stranamente orecchiabili, canzoni di accompagnamento firmate da Lin- Manuel, creatore del musical Hamilton. E’ un film bello da vedere e da ascoltare che tuttavia rinuncia a superare le proprie intime barriere coralline.

 

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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