New Weird America

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Se vivessi in un luogo normale, con delle abitudini normali, comincerei questo articolo dicendo che una volta sono entrato in uno dei tanti bar che propongono musica dal vivo, e, bevendo qualche birra, mi sono imbattuto in questo strambo hippie mezzo texano mezzo venezuelano che con voce vibrante e ubriaca cantava tutto il suo repertorio di canzoni lunghe non più di due minuti accompagnato da una chitarra acustica solo sfiorata. Continuerei dicendo che la sua musica così primordiale mi ha colpito da subito e mi ha lasciato frastornato e soddisfatto, che l’acidità della sua voce, nonostante non vada propriamente incontro ai canoni musicali a cui siamo abituati, aveva una profondità unica, nonostante parlasse di fiori e di animali, non certo il genere di testi che mi catturano. Avrei comprato uno dei suoi album, mi sarei fatto qualche domanda sul nome del cantante, Devendra Banhart, e mi avrebbe colpito il nome dell’album: Oh me oh my…the way the day goes by the sun is setting dogs are dreaming lovesongs of the Christmas spirit.
La realtà è invece che, qualche anno fa, mezzo steso sul letto con una birra tiepida in mano, nella solitudine della mia stanzetta, mi sono imbattuto per caso in un video dove uno strambo hippie mezzo texano mezzo venezuelano, in un bar in cui non metterò mai piede – ahimè – cantava con voce vibrante e ubriaca ecc. ecc.

Dopo qualche giorno mi sono messo alla ricerca dell’album; ho girato per tutti i negozi di dischi che conoscevo chiedendolo con evidenti difficoltà di pronuncia, ma tutto senza successo. Per un paio di anni, quindi, la mia conoscenza di Devendra Banhart si limitava a qualche video visto su youtube e a registrazioni scadenti su cui avevo messo le mani. Questo mi ha in effetti tenuto sulle spine a lungo, ha creato un alone di mistero attorno alla sua figura che si sciolse finalmente con il rilascio di un nuovo album, Rejoicing in the hands, al quale non ero affatto preparato. In realtà l’opportunità che in quel primo ascolto avessi visto molto più di quanto effettivamente ci fosse, mi aveva portato al sospetto che mi fossi invaghito di un asceta barbuto che solo per caso fosse riuscito a scrivere un bell’album, strambo ma bello. Con il rilascio di Rejoicing in the hands mi sono imbattuto invece in un prodotto meno acerbo, ancora estremamente legato alla semplicità della musica e dei testi, ma composto da canzoni vere e proprie e da registrazioni ben fatte.

devendra La soddisfazione di scoprire qualcosa di nuovo è meravigliosa, è come se quell’artista fosse nato da una tua intuizione; crea un legame profondo tra l’ascoltatore e il cantante e fa nascere una sincera curiosità sul mondo che lo circonda, e da questa curiosità sono arrivato ad una piccola pagina sul Wikipedia americano che parlava di un nuovo filone musicale,  il così detto “New Weird America”, che mi ha proiettato in un mondo di giovani hippie che si esibivano dal vivo in piccoli locali tra San Francisco, New York e Los Angeles, e quindi ad una piccola serie di video mal registrati su youtube dove dietro al gracchiare dei microfoni si riusciva ad ascoltare una musica interessante, semplice, una specie di folk rimasto nascosto in qualche vecchia cantina dagli anni ’60 e riesumato nel 2000.

Un amico brasiliano, in quel periodo, mi passò un album dei Los Hermanos, gruppo che ricordava molto queste sonorità in cui mi stavo imbattendo. Dopo pochi mesi, Rodrigo Amarante, leader del gruppo, avvia un progetto parallelo, i Little Joy, ed è proprio in un video di questi ultimi,che scorgo sullo sfondo un Devendra Banhart vestito di stracci, suonare delle percussioni mai viste. Così come, spulciando tra i video su youtube, l’ho ritrovato in canzoni di Cocorosie e dei Vetiver. In pratica, col passare del tempo, Devendra stava diventando una specie di capostipite e di guida per tutte queste giovani band che entravano a fare parte di questa subcultura musicale, che, mese dopo mese, ha cominciato a farsi spazio nel mai troppo affollato mondo della musica.

È sinceramente improbabile che questo “nuovo” genere musicale riesca a raggiungere traguardi importanti in termini di vendite e di successo, se non con le sue rappresentazioni più quotate, ma è forse proprio questa la sua fortuna, la sua migliore caratteristica. Restando ai margini delle major discografiche i musicisti non subiscono imposizioni di stile e di contenuti, rimanendo fedeli alla loro idea di base: creare un prodotto semplice e poco lavorato in postproduzione, in un rapporto artista-spettatore quanto mai diretto. Il “New Weird America” dunque, più che un genere musicale vero e proprio, è catalogabile come corrente artistica, basata più sull’immediatezza dei concetti che sulla vera e propria costruzione musicale, la quale non va assolutamente in secondo piano, ma più che altro si sveste della ricercatezza maniacale della perfezione, preferendo consegnare all’ascoltatore un prodotto puro. Sulle orme di chi, decenni prima, con l’avvento della folk music, aveva posto contenuti e semplicità di melodie in una posizione privilegiata rispetto al resto. Negli anni ’60 infatti, Greil Marcus, noto critico musicale, affibbiò l’etichetta di “Old Weird America” alla musica di Dylan e compagni, proprio per sottolineare come, nonostante l’avvento dirompente delle sonorità amplificate, una grande parte di artisti, e di conseguenza una grande parte di ascoltatori, continuassero a preferire la semplicità dei suoni acustici.

La “New Weird America” è invece una risposta spontanea all’avvento della tecnologia nel mondo della musica, è un ritorno alle origini che, in tutta onestà, ha un calore e una profondità di cui mai come oggi se ne sentiva il bisogno.

Bruno Liguori

Bruno Liguori

Nasco a Napoli nell'88, frequento la Sapienza di Roma ma mi laureo a Napoli in scienze della comunicazione. Ho vissuto in Australia per un po' ma sono tornato a casa dal mio cane Pollo.
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