Mumford & Sons – Wilder Mind – Recensione

 In Musica

Proviamo a fare una semplice addizione: Marcus + Ted + Ben + Winston. Se come dicono la matematica non è un’opinione, il risultato sarà sempre: Mumford & Sons.

Adesso, però, mettiamoci nei panni dello studente un po’ asino, l’ultimo della classe che per passare il compito di matematica può soltanto aspettare che arrivi un foglietto con l’esercizio svolto. Il nostro ragazzo, dopo diversi tentativi, si renderà conto che non si trova col resto della classe: a lui viene fuori tutt’altro, uno strano risultato che persino il più grande dei somari in fondo sa che non può essere così. Proprio lì, allora, interviene il nostro eroe, un deus ex machina in veste di secchione che sicuramente ha già consegnato il compito e solennemente rivela il risultato: “Non ti trovi perché dal calcolo devi togliere BANJO”. Ah, ecco perché!!
Ora che ce l’ha detto qualcun altro, diventa tutto fin troppo banale. Chiarissimo.

mumford live

Mumford live

Ebbene gente, facciamocene una ragione: Wilder Mind, il terzo album dei ragazzi di Londra, sarà senza banjo. Un bel calcio nel sedere a tutto quello fatto fino ad ora. Converrete con me che tutto ciò è abbastanza destabilizzante, visto e considerato il peso che hanno assunto Marcus Mumford & Co. negli ultimi anni.
Stiamo parlando di una band che con il suo primo albumSigh no More, nell’oramai lontano 2009 ha letteralmente fatto innamorare le folle. Niente di esageratamente nuovo, sia chiaro, ma unici. Il tutto, dovuto alla graffiante e tabagistica voce di Marcus, con dei suoni e soprattutto dei testi che hanno reso l’intero pacchetto davvero avvincente.

Una band che ha anche saputo ben riconfermarsi nel 2012 con Babel, ottimo secondo album col quale ha dato continuità al progetto e che, seppur in maniera inferiore, è riuscito a entrare nel cuore dei fan con canzoni eccezionali.
Ok, credo siamo tutti d’accordo che nessuno voleva una sorta di “Babel 2: la vendetta” e che ai nostri amichetti inglesi un qualche cambiamento fosse necessario per evitare di essere etichettati come zuppa riscaldata. E probabilmente chi ha avuto modo di ascoltarli dal vivo durante le ultime date del tour, prima di annunciare l’uscita di Wilder Mind, si sarà reso conto che avevano assunto un tono totalmente diverso. Io sono riuscito ad ascoltarli dal vivo due volte e, credetemi, tra le due date, a distanza di qualche anno, ai Mumford & Sons qualcosa già frullava in testa. Ha continuato a frullare finché il 27 febbraio 2015 non hanno condiviso sui social un teaser del loro nuovo album. Decisione che si è rivelata una vera e propria bomba nucleare, quando, insieme a questo alone di mistero, venivano fuori una serie di dichiarazioni sul genere “we’ll go electric!”.

I nuovi mumford

I nuovi mumford

È stata una cosa completamente naturale” dice Ben Lovett, “come quando abbiamo cominciato a suonare. È stata una cosa tipo: qualcuno suonava una chitarra elettrica, la batteria si aggiungeva per completare il suono al meglio, e dal punto di vista del suono aveva senso aggiungere un synth o un organo. Abbiamo scelto strumenti che suonano bene tra loro, senza cercare a tutti i costi di cambiare.” Così si esprime il tastierista e leader del “dietro le quinte” della band, che cerca di assumere un atteggiamento plausibile per dare un senso al loro nettissimo cambio di rotta, ben lontano da tutto quello che The Cave, Dust Bowl Dance, Lover’s Eyes, Winter Winds avevano costruito, da tutte quelle canzoni che hanno reso i Mumford i Mumford.

Da qui, una lunga e frenetica attesa, scaglionata dall’uscita dei primi singoli che hanno lasciato un po’ perplessi anche i loro fan più sfegatati.
Perché già da Believe, primo singolo uscito per radio il 9 marzo, abbiamo iniziato a storcere il naso cercando di definire quello che sentivano le nostre orecchie. In qualche modo è riuscito anche ad accontentarci perché richiama sonorità mielose e sdolcinate tipicamente M&S, quelle fatte per essere ascoltate da chi è con il cuore nello zucchero. Ma allo stesso tempo c’è da dire che ci ha profondamente deluso per incompletezza.
Con il pugnale ancora nello stomaco, prendiamo atto di quanto accaduto e ci convinciamo che sarà soltanto il primo singolo, un semplice tentativo di lanciare la band verso orizzonti diversi e che a breve ci dimostreranno di aver conservato la loro anima bluegrass/folk o quello che è. Invece gli altri due singoli, The Wolf e Snake Eyes, non fanno altro che girare la lama nella carne. Chitarre ad altissimo volume, synth (questo sconosciuto) e motivetti radio-friendly. Tutti chiari sintomi di un’acuta, se non irreversibile, “Coldplay-zzazione”. E questo non perché Chris Martin ci risulti antipatico, ma al contrario perché non c’è niente di peggio che vedere i Mumford associati ad un genere che non gli si addice. D’altronde non ci sogneremmo mai nella vita di mettere il sale nel caffè, dico bene?

Per quel che riguarda il resto dell’album, lo scorrimento è piacevole ma c’è ben poco da segnalare. Mi sento di sferrare un colpo decisamente basso quando dico che, dimenticandoci solo per un istante che suona tutto totalmente diverso, mi aspettavo molto di più dai testi. Wilder Mind (la canzone) è quella che mi piace di meno; si aggiungono al filone dei NO Broad-Shouldered Breast e Cold Arms, mentre dico sì a Just Smoke e Ditmas.

In conclusione, possiamo dire che ci troviamo davanti a un album di cambiamento. E a proposito di cambiamento, lasciatemi citare una delle più belle frasi mai scritte, presa da uno dei libri più belli di sempre, Il Gattopardo, che credo sia perfetta per l’occasione: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.
È così dicendo che Tancredi Falconeri cerca in tutti i modi di rassicurarci sul futuro prossimo della band britannica. Ci invita ad accettare il cambiamento, un sacrificio necessario purché tutto il successo che hanno ottenuto resti invariato, affinché Marcus + Ted + Ben + Winston sia sempre uguale a M&S… e quant’è dura!!

Camillone

Camillone

vivo tra Napoli e Milano. Ognuno ha un Dio a cui rivolgersi e pregare; io ho la musica.
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