Miss Pregrine e la casa dei bambini speciali – Recensione

 In Cinema e Teatro

Jacob vive in Florida, è un sedicenne solitario e ben poco popolare. Nel suo sguardo luccica una scintilla infantile, come quei bambini timidi, speciali, che nascondono qualcosa. Con un padre distratto e cinico (non c’è più nulla da esplorare, il mondo è già stato scoperto tutto), preso dai suoi studi sugli uccelli, e una madre pragmatica, è lui a badare al nonno Abe, affetto da demenza senile e convinto di vedere mostri. Un nonno che lo ha cresciuto con racconti di guerra, sapientemente trasformati in favole della buonanotte. Abe infatti è un ebreo fuggito dalla Polonia durante la Seconda Guerra Mondiale, che trovò rifugio su un’isoletta del Galles, nella casa per ragazzi speciali di Miss Peregrine, insieme ad altri bambini dotati di poteri particolari.miss-peregrine-body-5 A sostegno di queste storie, Abe ha con sé delle vecchie e inquietanti fotografie che ritraggano i personaggi dei suoi racconti.

Un giorno, Jacob lo trova ferito a morte nel bosco dietro casa. Qualcosa gli ha strappato gli occhi. La polizia dirà che sono stati i cani, che attaccano prima le parti più morbide. Ma Jacob ha visto qualcosa. Perseguitato da incubi di mostri, va in cura da una psicologa, mentre le ultime parole del nonno continuano a tormentarlo. Abe gli ha detto che il falco pellegrino gli spiegherà ogni cosa e che deve raggiungere il loop del 3 settembre 1943.

Spinto dalla curiosità, Jacob parte con suo padre alla volta del Galles, verso un’isola dove risiedono novantadue abitanti. La casa dei bambini speciali è stata distrutta da una bomba durante la guerra, ma tra le pietre della brughiera Jacob scoprirà l’ingresso per una dimensione dove il tempo è sospeso: un giorno che si ripete all’infinito (quello del 3 settembre 1943, appunto, prima che la casa venisse distrutta). Miss Peregrine è un’ymbryne, ha il dono di trasformarsi in uccello, ma soprattutto di riavvolgere il tempo. E come lei anche altre donne, che hanno creato altri loop in altre parti del mondo, tutti con lo scopo di proteggere i bambini speciali dal mondo esterno. Ci sono ragazze più leggere dell’aria e altre che hanno il fuoco nelle mani; bambine dalla forza prodigiosa e bambini che vivono con alveari in gola, ragazzi in grado di restituire la vita a cose morte e bambini invisibili. Sono immortali, per sempre giovani. Ma la minaccia dei mostri incombe su di loro: i vacui sono creature che si cibano degli occhi dei bambini speciali, per rubarne i poteri e diventare immortali.

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Ho letto il romanzo di Ranson Riggs, uno Young Adult edito da Rizzoli, che ho trovato accattivante nella prima metà e più debole nella seconda; la pellicola di Tim Burton non è da meno, ma rispetta la regola dei film tratti dai libri: restano sempre un gradino più in basso.

Eppure le carte in regola ci sono. A partire dal titolo, quei peculiar children che in inglese significa sia speciale che strano. Non è difficile immaginarsi Tim Burton come un peculiar child, un bambino incompreso, con le sue visioni e i suoi mostri e le sue storie. Con questa ci andava a nozze.

È ovvio e naturale che un racconto del genere stimolasse l’immaginazione burtoniana. Ci sono pupazzi e scheletri viventi, che funzionano con cuori di animali; c’è una nave affondata, una donna che fuma una pipa (Eva Green, ammiccante Miss Peregrine), mostri invisibili e una casa che esiste e non esiste. C’è naturalmente spazio per una storia d’amore tra Jacob (Asa Butterfiel, Hugo Cabret) e la sua ragazza volante, Emma (Ella Purnell, che sembra un ibrido tra Winona Ryder, Cristina Ricci e Helena Bonham Carter).

Eppure Miss Peregrine è fiacco, la creatività visiva è sottotono, lascia poco sbalorditi e a tratti un pochino stufi. Samuel L. Jackson, il villain di turno, è goffo e non fa nemmeno un po’ paura.miss-peregrine-2016-movie-still-11 Ci sono momenti che fanno sperare in un ritorno alla vecchia guardia (i mostri che si nutrono degli occhi, la casa dei fantasmi) ma restano bloccati lì. In più, Burton aggiunge un finale risolutivo, che mancava nel romanzo (d’apertura a una serie composta finora da tre libri).

Miss Peregrine non è una delusione, ma certamente non è un capolavoro. Si pone nel mezzo, come il romanzo da cui è tratto. Ha poco impatto. Sono lontane le atmosfere cupe di Edward Mani di Forbice e le storie evocative di Big Fish. E dire che non mancava nemmeno la star di turno del vecchio cinema (Terence Stamp, nei panni del nonno Abe), rappresentante di un immaginario fantasmagorico, com’era accaduto con Albert Finney, Vincent Price e Martin Landau. Si sente anche la mancanza del sostegno musicale di Danny Elfman, e questo ci ricorda che Tim Burton forse era un pacchetto (ben confezionato, ai suoi tempi), che funziona di meno quando le strade si dividono.

Poteva essere fatto qualcosa di più. Big Fish, che pure Burton trasse da un romanzo non proprio eccezionale, è un’opera d’arte rispetto alla storia di partenza. In quel caso il regista ha trovato le note giuste e le ha suonate componendo una sinfonia. Qui si avverte una certa stanchezza strascicata, nella voglia di immaginare e di far sognare.

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Lo scrittore Ranson Riggs è un collezionista di vecchie fotografie trovate nei mercatini delle pulci, e ha scritto la storia di Miss Peregrine basandola su questo preziosissimo apporto. Una costruzione affascinante, seppure fragile in certi punti. All’inizio, in effetti, non doveva essere nemmeno un romanzo, bensì una raccolta di foto di freaks.

Poteva venirne qualcosa di meglio, qualcosa di più cupo, vista la base di partenza (le fotografie di Riggs) e il punto di arrivo (la passione per le peculiarity di Burton). Comunque, resta un film godibile, certamente non da buttare.

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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