Mindhunter 2 e il superamento del protocollo

 In Serie Tv

Mentre eravamo rilassati in spiaggia, nel bel mezzo di agosto, Netflix ha lanciato la seconda stagione di Mindhunter, la serie tv che ci racconta l’inizio della criminologia e la necessità di studiare i comportamenti e i profili dei serial killer. Settembre, mese di ripresa, è perfetto anche per rimetterci in pari con gli episodi che ci sono sfuggiti.

La prima parte di Mindhunter, lanciata alla fine del 2017, è stata una delle scommesse vincenti di Netflix, che, affidandosi all’ideatore Joe Penhall e ai produttori esecutivi David Fincher e Charlize Theron, ha messo in scena la nascita del profiling e la coniazione del termine identificativo “serial killer” per i criminali recidivi.

La seconda stagione riprende carica e basta un episodio per trasformare la battuta d’arresto improvvisa del finale precedente in un nuovo punto da cui partire, con alle spalle un sostegno burocratico maggiore e di fronte un obiettivo più ambizioso. Le interviste ai più pericolosi e spietati serial killer del paese incalzano e l’importanza del reparto di scienze comportamentali nell’FBI è sempre più consistente.

La squadra di Mindhunter, formata dagli agenti Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany) e dalla dottoressa Wendy Carr (Anna Torv), si ricompatta e punta ad ampliarsi, riuscendo ad ottenere persino un incontro con il criminale più famoso d’America: i dieci minuti di intervista con il contraddittorio, spavaldo ed eccentrico Charles Manson sono uno dei momenti più esaltante di questa seconda stagione. Si tratta di un prezioso unicum, sia perché è una sequenza slegata dal resto sia per l’ovvia differenza di questo criminale rispetto agli altri, visto che “Mr. Satan” non ha mai personalmente ucciso nessuno. A partire dalla carismatica interpretazione che David Harriman fa di Manson, se si confrontano gli attori scelti con i veri serial killer ci si accorge dell’attenzione maniacale che la regia e la produzione riservano ai dettagli per rendere la serie il più verosimile e curata possibile, tanto da avere sfumature documentaristiche soprattutto in quel che concerne l’aspetto visivo, fotografico e scenografico.

Il metodo d’indagine e di ricerca in Mindhunter diventa sempre più dinamico, segno che il protocollo, tanto voluto e ricercato, non basta quando si ha a che fare con persone così diverse e con conversazioni tanto delicate. Anche la dottoressa Carr, la mente scientifica del gruppo, ammette che è l’abbandono degli schemi fissi del protocollo la chiave vincente del progetto d’avanguardia. Tuttavia, la ricerca non mantiene i ritmi sperati perchè agli agenti Holder e Tench viene chiesto di collaborare per usare le conoscenze e le competenze raggiunte per fermare crimini efferati reali che interessano bambini e terrorizzano la città di Atlanta.

La centralità del racconto e delle interviste, che rendevano la parola il protagonista indiscusso della serie e le manipolazioni linguistiche l’unico mezzo d’indagine, cede il passo a disperati tentativi di mettere in pratica ciò che fino a quel momento era solo teorico. Il ritmo, volutamente lento e riflessivo, acquista maggiore suspence e subisce la pressione di avere a che fare con serial killer in attività, non più già catturati e condannati.

La caratterizzazione dei personaggi si approfondisce e gli agenti speciali Holder e Tench, che prima si compensavano perfettamente, ora si discostano sempre di più: il primo, totalmente assorto nel lavoro, si lascia assorbire tanto da non avere più una vita privata, l’altro è, invece, maggiormente orientato verso la propria famiglia, che non si limita più a subire le ripercussioni del suo lavoro, ma diventa proprio una proiezione dello stesso dal momento che il crimine invade la sua sfera privata personale. I due interpreti ne seguono a ruota l’evoluzione: Jonathan Groff aggiunge alla mimica estremamente riflessiva un irrigidimento fisico che personifica quello mentale; Holt McCallany esterna l’intensa lotta di priorità tra le preoccupazioni personali e la consapevolezza della massima rilevanza che il suo lavoro può avere nel mondo.

La seconda stagione di Mindhunter è la continuazione di un esperimento che si conferma diverso dagli altri e colma il vuoto esistente tra i crime e i documentari, coniugando storia, psicologia e thriller. Questa stagione è migliore della precedente sotto ogni aspetto: l’ottima regia di grande atmosfera, la scrittura sfaccettata, contorta e più attuale, la perfetta combinazione tra ricerca e indagine sul campo superano i piccoli accenni di indecisione e staticità della prima stagione. I serial killer incuriosiscono da sempre, ma questa serie tv supera ogni protocollo: permette di scoprire la genesi dei criminali e di analizzare i meccanismi che si innescano nella loro mente e nei loro gesti, entrando nel profondo della loro oscurità.  Probabilmente ci vorranno altri due anni per la terza stagione, ma se il livello è questo, allora vale la pena aspettare. Non sappiamo quali altri serial killer compariranno, ma certamente ritornerà BTK, presente nelle due stagioni come storia isolata sullo sfondo.

Monica Viscido

Monica Viscido

Laureata in filologia moderna, cerca la sua strada. Adora leggere, guardare film e serie tv. Lotta quotidianamente contro la pigrizia e si mette sempre in discussione. Odia parlare di sé e stare al centro dell'attenzione, quindi in questo momento non si trova esattamente a proprio agio.
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