Minari: la guerra di tutti i giorni

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Minari è il nuovo successo cinematografico marchiato dalla Corea, dall’impronta di quel capolavoro che è Parasite e della nuova ondata di cinema puro, emozionante, elegante e colmo di significato che arriva dal paese asiatico.
Candidato a ben sei premi all’ultima edizione degli Oscar, Minari si è aggiudicato una sola statuetta (Oscar come migliore attrice non protagonista a Yoon Yeo-jeong) non senza qualche errore di valutazione, specialmente se messo a confronto col suo principale rivale, Nomadland.

Minari è il ritratto intimo e toccante di una famiglia di immigrati coreani negli Stati Uniti, alle prese con il proprio sogno americano o almeno con la rielaborazione dello stesso: gli Yi, infatti, vivono già da molto tempo negli USA, e la loro parabola comincia con la missione di una rinascita, non di un approdo in terra straniera. Con figli dai nomi anglosassoni, che non sanno nemmeno bene cosa sia il cibo coreano, lo smottamento della famiglia si basa sulla volontà di autodeterminazione, sulla costruzione di una vita indipendente, lontana dal lavoro ripetitivo e sfiancante di semplice manodopera. Sia Monica che Jacob sono sessatori di pulcini, ed hanno abbandonato la vita da cittadini stritolati dall’oppressione del lavoro salariale in California per inseguire l’idea di una fattoria in Arkansas, dove allevare verdure tipiche della cucina coreana per soddisfare la domanda di una comunità sempre in crescita.
La differenza tra le convinzioni dei due è chiara sin da subito: l’apologia del sogno americano è presente in Jacob più di quanto non lo sia in Monica, attanagliata da funeste previsioni e intimorite obiezioni mentre il marito si perde nei sogni. Lo scompenso tra i due stabilisce sin dai primi istanti la frattura che Minari vuole rappresentare: l’eterno salto fra convinzione e compromesso, la frenesia, tutta capitalistica, di un’ascesa repentina e ingorda che può rappresentare la conclamazione o la disfatta. Minari fissa fin da subito una precisa classe sociale, quella della piccola borghesia, e ne definisce con celere e spiccata eleganza i tratti principali, mettendone in scena tutto il potenziale precario e azzardoso (sebbene il film sia ambientato negli anni ’80). La situazione dei Yi (il cui carattere è foneticamente simile a Lee, il cognome del regista) è l’anticamera di quella che sarà la disfatta della classe media e più in generale la sua tragedia: la costante scommessa fra redenzione e sconfitta, l’assillo perpetuo della mobilità sociale troppo vicina alla povertà per essere considerata occasione.

Lee Isaac Chung raccoglie tutto il potenziale critico della precarietà e lo lascia minacciare una famiglia tutto sommato benestante, facendo in modo che la suddetta minaccia la scuota a tal punto da creparne le fondamenta. Come in Parasite, anche in Minari la rappresentazione di forme sociali nella narrazione avviene in maniera così naturale da non accorgersene, perfettamente sposata alle parabole individuali, sentimentali e psicologiche dei personaggi. Tuttavia, in Minari il tempo ha una placida forma orizzontale, non seguendo nessuna tensione particolare in modo crescente, né sentendo il bisogno di aggravare i toni. Questa forma temporale, che non è lentezza narrativa, permette allo spettatore di entrare fin dentro la campagna dell’Arkansas, abbracciandone il dinamismo stantio, l’idea di opportunità fresca ma pigra che è principale elemento di dibattito fra Monica e Jacob. Con la solita naturalezza, il cinema coreano (che in realtà in questo caso è statunitense ma pieno di Corea) smonta con imbarazzante semplicità i canoni di Hollywood, ottenendo una qualità ed un dialogo così perfetto fra estetica e significato da lasciare sgomenti e felici.

Minari non è solo un racconto sociale, ma una ricca lezione educativa e formativa, che intende, senza luoghi comuni e dogmatismi, riscrivere i ruoli genitoriali. Attingendo ad una cultura moderna, Minari non tradisce il tradizionalismo asiatico (ad esempio rappresentando una struttura patriarcale della famiglia Yi, dove, sebbene parlino tutti e tutti vengano ascoltati, Jacob è poi il principale autore delle decisioni) ma allo stesso tempo lo dissacra, smontandolo e rimontandolo in scene bizzarre ed efficaci, che esaltano il sistema familiare al punto da renderlo unico.
L’emotività trasuda da ogni legame fra personaggi (forse la figlia maggiore è messa un po’ troppo da parte), facendo emozionare anche lo spettatore al cospetto di tale profondità umana e narrativa. Le sfumature che declinano i rapporti tra i Yi, infatti, sono delicate ma decisive e decise nella propria formazione: sia il logoramento fra Jacob e Monica che l’esilarante conflitto fra David e la nonna Soon-ja, vivono di piccole figure allegoriche che muovono l’intera narrazione, riuscendo a riempirla totalmente e a lasciarla scorrere con naturalezza e, soprattutto, portandola ad un significato, ritrovando così la propria forza interiore a dispetto della loro apparenza insignificante, quotidiana.

Dirò che in modo curioso che Minari mi è sembrato un film di guerra: una guerra insignificante, quotidiana, ma che ha in sé ogni slancio, passione, disperazione e criticità della guerra vera. Gli Yi sembrano un po’ gli esuli del mondo borghese, spediti in terre vergini per ricominciare la propria esistenza con di nuovo il solo timone dei sogni, come avviene in un dopoguerra.
E gli eventi che li vedono protagonisti assomigliano tanto ad una piccola guerra familiare che trova nel suo esasperato finale un’epica degna e simbolica, capace di lasciare lo spettatore col cuore in mano.
Minari recupera infatti il fuoco come elemento distruttivo, rifacendosi ad una mitologia antica presente un po’ in tutta l’opera, dai vicini che trascinano croci di legno ad altri che cercano fonti d’acqua con dei bastoni. Una mitologia che ritrova nel fuoco il suo più celebre protagonista, il cui consumo rappresenta la metafora più forte di capitolo chiuso e di terra incenerita da cui dover ripartire.

Tutto questo potere significativo è lasciato a germogliare sotto l’egida di una bellezza elegante e maestosa nella sua semplicità, con una fotografia che insegue a gambe levate la natura pittorica. Minari ricorda al mondo che l’inquadratura non è solo una bella immagine, ma una costruzione di soggetti. In questo film ogni costruzione ha una ragionata perfezione, sottolineata da una luce di campagna che ingiallisce i giorni e tinge di viola i tramonti e i crepuscoli, lasciando chi guarda completamente stregato.
Se anche non avesse una parola, una trama, una costruzione intelligente e simpatica, Minari sarebbe comunque bellissimo. Una bellezza che non si adagia solo sul potenziale corrosivo di Jacob che dimentica gli affetti per i sogni o sulle manie di controllo di Monica, ma che, attraverso David e Soon-ja, si nutre della complicazione senza dramma dei rapporti affettivi, su un’estetica semplice quanto gloriosa e su una rappresentazione critica della famiglia moderna, più che nelle sue radici nella sua interazione col mondo.

Il paragone con Nomadland è necessario proprio su questo punto: sulla concezione e rappresentazione della miseria (che in Minari non è così totale come nel film con la McDormand, ma è comunque la principale minaccia) che riunisce le due pellicole in una critica profonda del sistema socio-economico americano e, più in generale, capitalista. Nomadland ne è una fotografia (bellissima) che difetta però in più punti della sua narrazione di uno slancio di qualche tipo: la sua poetica è immobile, un’istantanea brutale e impietosa che, non muovendosi in alcuna direzione, perde in fretta il suo potere coinvolgente per il restante tempo della proiezione. Minari, al contrario, la elabora come presagio in attesa, riuscendo a sfruttarne il potenziale dinamico che si riflette di conseguenza sul tempo della narrazione. Questo dà un senso di evoluzione alla trama che in Nomadland è completamente assente, sebbene entrambi in film prendano come codice di figurazione una sostanziale lentezza temporale.

Inoltre, Minari si sforza di dare una lezione, la stessa che, appunto, viene tramandata dai popoli in guerra. Una lezione che, per quanto sdolcinata e forse un po’ retorica, non perde la sua forza: nella miseria si riscoprono i valori.

Enrico Zautzik

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