Midnight Diner: Tokyo stories

 In Serie Tv

Midnight Diner: Tokyo stories, è la cosa più inusuale che potete trovare su Netflix.
Non perché sia la più strana o perché sia la più impressionante, ma perché elude ogni categoria canonica di genere e narrativa comune, affidandosi ad un tono colloquiale maggiormente in voga nel passato che oggi. Nel marasma di drammi strazianti, colori e azione fluorescenti sparati in faccia, arzigogolati intrecci di trame nevrotiche, Midinight Diner è un respiro di calma e normalità, un atto quasi rivoluzionario, narrativamente parlando, che fa della delicatezza e della commozione semplice le sue armi migliori.

Le puntate hanno come scenario sempre lo stesso Izakaya, aperto, come suggerisce il titolo, da mezzanotte alle sette del mattino: l’orario inconsueto è l’espediente per raccogliere i personaggi strambi, quelli che violano la sacra sobrietà giapponese e si abbandonano all’eccentricità. Per avere una chiave di lettura bisogna intendere un poco della socialità giapponese, e delle sue contraddizioni: a Tokyo la stravaganza è comune, soprattutto in tempi moderni, e viene codificata come accessibile a tutti, sebbene persista una sottile diffidenza. Sostanziale è invece la gerarchia sociale, che viene fuori spesso durante le puntate dai personaggi stessi, sia che essi facciano parte del coro di abituali che ruota intorno alla tavola calda, sia che siano le meteore di una singola puntata. Gli episodi di Midnight Diner sono infatti scollegati tra loro, e l’unica cosa che li lega è lo Chef (da tutti chiamato semplicemente Master), e, ovviamente, l’Izakaya dove s’incontrano.

Sebbene quindi l’accettazione di personaggi trans, prostitute, pornoattrici o ubriaconi e malavitosi, viene vissuta come ordinaria, allo stesso tempo permane il senso di riuscita individuale giapponese, del rapporto conflittuale con l’ambizione e il titolo. E’ veramente interessante immergersi in questo codice sociale che, per quanto abbia punti in comune col nostro, differisce totalmente dal senso comune a cui ci rifacciamo. La bizzarria privata cammina all’ombra della metropoli funzionale e impeccabile, dove il sacrificio lavorativo e l’abnegazione personale alimentano una macchina enorme, difficile da assorbire nel quotidiano.
C’è quindi un ambivalenza di rispettabilità e disonore, come del dramma o della gravità, davvero insolita per noi occidentali, perfettamente riassunta in Midnight Diner. 

midnight diner

La serie ricalca un romanticismo sobrio ed intimo, che si sviluppa magistralmente in quasi tutti gli episodi, alternando toni drammatici, a cadenze più ironiche, e in alcuni casi anche con note paradossali. In Midnight Diner è condensato tutto l’infantilismo giapponese, la meravigliosa grazia della semplicità emotiva nipponica, scevra dalle elucubrazioni solite ai manga e a buona parte del loro cinema, rimandando alla dolcezza della loro comunicazione più sottile. Ogni puntata assomiglia a una pièce teatrale, magistralmente organizzata e raccolta in venti intensi minuti.
I titoli sono sempre delle ricette tipiche, che vengono spiegate in chiusura dagli attori o da Chef, caratterizzando di volta in volta il protagonista della storia, con meno o più rilevanza sulla trama. La politica dell’ Izakaya è, infatti, che a dispetto di un menù basico, Chef è disposto a cucinare qualunque cosa chiedano i clienti, a patto di avere gli ingredienti.
Frequente è la pratica, a noi aliena, di portarsi gli ingredienti dietro per farseli cucinare dal Master.

Un’altro fattore di spessore è indubbiamente l’incredibile livello di recitazione, che, al netto di pochissime eccezioni, forse un paio, rimane altissimo e ben distribuito nonostante il folto numero di personaggi. Stranamente Netflix ha rilasciato solo due stagioni, che in realtà sono la quarta e la quinta, non considerando, per motivi a noi ignoti, le prime tre. Forse l’eccessiva ripetitività dell’ambiente ha motivato l’idea che cinquanta puntate fossero troppe, ed in effetti è l’unica pecca (oltre a qualche puntata decisamente sottotono), contribuendo in modo determinante all’impressione di staticità della narrazione. Ma questa scelta fa parte di un intento ben preciso, ovvero far sì che l’Izakaya di Chef diventi il nostro, un posto familiare ed accogliente che ci abituiamo ad assorbire, cosa che riesce perfettamente. Inoltre, si muove verso la conclamata volontà di svolgere una trama fatta di vita comune, di storie piccole ma dal significato enorme che vanno a comporre un tessuto sociale e, più in generale, l’intera umanità.

In definitiva chi guarda Midnight Diner non deve aspettarsi una rivelazione catartica, qualche significato recondito, o suspense mozzafiato; ci si deve solo immergere nella commozione di eventi comuni, magari toccare l’immedesimazione in un mondo che sembra tanto diverso dal nostro, ma che alla fine non lo è poi tanto. 
E’ solo più connesso con la semplicità/grandezza del nostro intimo, e non ha vergogna di guardarsi al proprio interno senza distorcersi.

midnight diner

Enrico Zautzik

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