Metallica – Hardwired… To Self-Destruct – Recensione

 In Musica

La prima volta che ho ascoltato i Metallica avrò avuto più o meno 15 anni, ero in spiaggia e avevo con me il mio adorato lettore cd portatile (possa riposare in pace), insieme a un disco di canzoni miste che il fratello di una mia amica mi aveva regalato. Così, mentre i ragazzini intorno a me giocavano a pallone, io ero sdraiata sulla sabbia a buttare giù Enter Sandman, prima, e St. Anger, poi. Il solo ricordo mi fa accapponare la pelle, perché diciamolo, ricevere il battesimo relativo alla discografia dei Metallica con Metallica (non ufficialmente Black Album) e soprattutto St. Anger non è il massimo; anzi, in quest’ultimo caso direi che è una disgrazia. In ogni caso, con gli anni recuperai le vecchie glorie della band e finii per innamorarmi in particolar modo di Ride The Lightning, che è sempre un piacere ascoltare. Ai lavori più nuovi non ho mai prestato particolare attenzione perché è chiaro che ormai Hetfield e compagnia abbiano scelto di suonare musica un po’ diversa, che a dirla tutta non mi attira in modo particolare.

La copertina del disco

La copertina del disco

È per questo motivo che avevo deciso che non avrei ascoltato Hardwired… To Self-Destruct, fresco fresco di pubblicazione (18 novembre). Dopo il “meh” di Death Magnetic e lo scandaloso e assolutamente evitabile Lulu non sentivo assolutamente il motivo di rischiare di farmi nuovamente del male, e in fondo perché avrei dovuto farmene? Si sta così bene tra le braccia di Kill ‘em All! Purtroppo, però, quando si ha a che fare con una band che è diventata un fenomeno a livello mondiale e a cui in qualche modo si deve la nascita del thrash metal, isolarsi completamente dalle notizie che la riguardano è praticamente impossibile. Alla fine ho deciso di verificare di cosa si stesse parlando sulle maggiori (e non) riviste musicali del pianeta, nonché nelle chiacchiere tra amici, di persona, cercando così di farmi un’idea mia.

Allora, Hardwired… To Self-Destruct. È veramente difficile capire da dove cominciare. Posso dire, intanto, che è un doppio disco da 6 brani ciascuno e che a livello di produzione e missaggio è stato fatto un ottimo lavoro, i suoni e le equalizzazioni offrono richiami palesi ai bei vecchi tempi ed è chiaro che si sia trattato di una scelta ponderata: lo si capisce anche dallo stile dei brani, già dal primissimo Hardwired, che è un chiaro tentativo di ritorno alle vecchie glorie, suonando quel metal rapido e incisivo col quale hanno iniziato. La nostalgia del passato è un tratto comune a molte band in giro ormai da più di trent’anni, l’ho notata anche in The Book Of Souls dei Maiden, con la differenza però che loro tendono a ripetersi e a produrre dischi assolutamente simili da moltissimi anni, mentre per i Metallica questa è la prima volta. È come se si fossero svegliati e si fossero accorti che ai fan piace ascoltare i pezzi storici durante i concerti, e quindi perché non fare un disco che possa suonare allo stesso modo? E così è stato fatto. Bel colpo, grande idea, se non fosse che non riesco a percepire molta credibilità. Ho l’impressione che si siano tutti infilati in sala prove dicendosi l’un l’altro “Dai, torniamo diciottenni!”. James ha diminuito drasticamente l’uso di “Yeah”, se non totalmente soppresso; Lars pesta ma soltanto su cassa e rullante; Kirk, stando ad alcune dichiarazioni fatte, si sente onnipotente e in grado di suonare qualsiasi cosa ma per qualche motivo tira fuori riff e soli non particolarmente di spicco. Mancano la genuinità e l’energia caratteristiche degli anni in cui erano solo quattro capelloni squinternati, sicuramente con meno esperienza di oggi ma con molta più originalità.

I Metallica

Intendiamoci però, questo non vuol dire necessariamente che Hardwired… To Self-Destruct sia brutto per se. I suoni, la produzione e anche le idee sono decisamente di livello superiore sia al citato Black Album del 1991 che a tutta la discografia dei Metallica da quel disco in poi – stiamo praticamente parlando degli ultimi 25 anni –; se consideriamo la carriera della band nella sua totalità, invece, l’album diventa un timido tentativo di emulare i se stessi delle origini, con poco successo. Se poi, infine, lo collochiamo nella scena metal globale, diventa doveroso puntualizzare che Brotherhood Of The Snake dei Testament, per dirne uno, potrebbe tranquillamente mangiarselo per colazione, pranzo e cena.

Il suo problema più grande, comunque, è la durata: penso che il primo disco da solo sarebbe stato più che sufficiente, mentre pubblicandone due da 6 brani ciascuno (quasi tutti ben sopra i sei minuti) si finisce per dilungarsi davvero troppo e guardare l’orologio diventa prassi. Nella prima parte nello specifico spiccano comunque Atlas Rise! e Moth Into Flame, un po’ troppo lunghe Now That We’re Dead e Halo On Fire; la seconda parte invece non la trovo particolarmente rilevante o interessante perché il metronomo si mantiene praticamente sempre sullo stesso numero di bpm, risultando così abbastanza noiosa (ricordiamoci che stiamo parlando di un disco che vuole porsi su un territorio heavy/thrash). Unica eccezione l’ultima Spit Out The Bone, in cui i ritmi si velocizzano e io mi risveglio dal torpore, mentre – doveroso dirlo – Murder One ha qualcosa nell’arpeggio iniziale che ricorda terribilmente Sanitarium (Welcome Home), tratta dal classico Master Of Puppets dell’86.

Se non avete idea di cosa abbiano composto i Metallica nei primi dieci anni della loro carriera, Hardwired… To Self-Destruct vi sembrerà una roba tostissima e pesantissima; se siete fan di vecchia data, invece, avete due scelte: accontentarvi di un’imitazione non troppo riuscita di ciò che è stato, oppure fare come me e fiondarvi ad ascoltare Ride The Ligthning. Se una cosa è certa, comunque, è che ci sono dischi di band thrash ben più meritevoli di occupare i vertici delle classifiche internazionali.

Elisa Mucciarelli

Elisa Mucciarelli

Roaming the Earth da 27 anni, senza una fissa dimora da circa 8. Fan dello humor nero, Grammar Nazi per vocazione, sostenitrice dell'eclettismo musicale (che nel mio caso tende al disagio). In parole povere, una rompipalle.
Elisa Mucciarelli

Latest posts by Elisa Mucciarelli (see all)

Post suggeriti

Leave a Comment

Contact Us

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.

Illeggibile? Cambia il testo. captcha txt

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca