Memorie di un assassino, lo sguardo del colpevole

 In Cinema e Teatro

Memorie di un assassino, è un film del 2003, opera seconda dell’ormai famoso (a ritroso) regista sudcoreano Bong Joon-Ho.
Pubblicato inizialmente direct-to-video in Italia nel maggio 2007, ha finalmente potuto illuminare il buio delle sale il 13 febbraio scorso, forte del rispolvero che il recente sbanco agli Oscar ha donato al regista.  E non potevamo che essere grati di un regalo del genere.

Mentre, infatti, The Host e Okja vengono rilasciati su Netflix (The Host senza nemmeno il doppiaggio in italiano), Memorie di un assassino, per la sua firma autoriale e sensibilità artistica, meritava senza dubbio un passaggio nelle sale.

La definizione di una firma d’autore così particolare è di facile intuizione: in Memorie di un assassino c’è già tutto quello che sarà in Parasite; humor grottesco, toni agrodolci, ritmi serrati e metafore pungenti quanto travolgenti, volendone definire i fondamenti a grandi linee. E’ chiaro però, durante tutta la visione, che Memorie di un assassino sia molto più acerbo del pluripremiato nipote: immaturità che preserva molti caratteri interessanti e particolari della mano di Bong Joon-Ho.
Se infatti in Parasite l’obiettivo è puntato sul capitalismo individuale nella sua forma competitiva e personale, estremizzato nella dicotomia povero-ricco dalle famiglie Kim-Park e dalle loro abitazioni, in questo prequel ideologico l’occhio è ad una distanza diversa, e cerca, con successo, di sintetizzare un aspetto civile ed individualistico che riguarda un insieme di persone.
Il sistema non è quello frenetico e assillante della città, ma quello placido e immobile delle campagne, più adatto ad una rappresentazione corale.
L’antefatto, il fattore scatenante, sono una serie di omicidi che avvengono nel paesino rurale di Hwaseong, lontano dalle scale mobili della metropoli di Parasite, nei quali le vittime vengono stuprate e poi uccise con i loro stessi indumenti.
La storia è, ahinoi, purtroppo vera, e fa riferimento al primo serial killer sudcoreano ufficialmente riconosciuto, attivo fra il 1986 ed il 1991 proprio a Hwaseong.

memorie di un assassino

Si può da subito notare come Memorie di un assassino sia uno spaccato sociale ancor prima che un thriller: l’aria bonaria e ignorante che caratterizza la gente di Hwaseong, compreso il nostro detective protagonista con annessi colleghi, è volutamente imbarazzante e grottesca; la schiettezza e l’ironia senza freni ricordano quelle del miglior cinema d’autore italiano, tracciando un azzardato parallelo. Come da copione, in principio sono grasse risate: divertimento che però rifiuta categoricamente l’idiozia, invitando con ogni gag a riflettere. La goffagine della polizia di Hwaseong ci racconta una Corea sempliciotta, lontana dalla follia plastica delle metropoli, intrisa di provincialismo ed impreparata ad affrontare eventi di tale portata; chissà se il riferimento è indirizzato a veri particolari della vicenda, le notizie sono troppo lontane nel tempo e nello spazio per dirlo con precisione.

Sta di fatto, che ogni dialogo nasconde, nella sua realistica banalità, una critica sociale forte ma comprensiva, capace di annullare la distanza, proprio come avviene in Parasite, fra Oriente ed Occidente: Memorie di un assassino sembra parlare di una provincia come le nostre, mostrandoci che alcuni caratteri fondamentali della società civile sono abbastanza identici ovunque.

Dà fastidio e impressiona il modo in cui i poliziotti parlano di quanto belle fossero le vittime o di come trattano i sospettati: introduce un altro principio cardine dell’opera, di cui parlerò a breve.
La maturità acquisita da Parasite sta sicuramente nella scansione del ritmo, che in Memorie di un assassino non ha la stessa valenza musicale e perfetta, pur rimanendo sempre di alto livello, ma si adagia su canoni di genere, quelli del thriller, abbastanza conosciuti alla filmografia occidentale. L’introduzione del poliziotto di Seul aggrava poi la frecciata civile: lo scontro fra le due mentalità è evidente sin dall’entrata in scena del personaggio, e rimane vivo fino all epilogo, il quale poi prende spazio per sé, per lasciare le persone uscire dalla sala affogate dalle riflessioni.
E’ incredibile l’immediatezza con cui Bong Joon-Ho riesce a trascinare lo spettatore dove vuole, con una naturalezza da regista navigato già evidente in questa seconda opera.
Anche con Memorie di un assassino infatti, si ride, ci si terrorizza, si riflette e si rimane a bocca aperta, catapultati nel turbinio di eventi magicamente ordinari, gesti gonfiati dalla pienezza dei loro significati, particolari estremizzati fino all’ossessione il cui potere figurativo lascia estasiati.

Rientrare in un genere definito, quello del poliziesco-thriller, non ha impedito infatti a Bong Joon-Ho di stravolgerne gli argini, demistificandone i valori cardine per appropriarsene, rendendo Memorie di un assassino un classico allo stesso tempo originale. 
Dopo l’antipasto sociale, fra le grida della sirena d’esercitazione che richiama i coreani nelle case e ci racconta esigenze lontane, forme di cui noi abbiamo perso la memoria, si arriva alla portata individuale, dove il regista è abile a scansare retorica e banalità pur lasciando ai propri personaggi una caratterizzazione grezza, iconica, per raccontare il dramma del colpevolismo, della violenza e della morale individuale. 

memorie di un assassino

In Memorie di un assasino buoni e cattivi sono meglio definiti, certo, ma la vaghezza su cosa è davvero il malvagio, furbamente identificata con “chi è” il malvagio, suggerisce una tensione durante le indagini che trova il proprio azimuth nell’epilogo, crescendo di toni e prendendosi la scena con brutalità ma con soluzione di continuità. Ed è così che ci ritroviamo a pensare, scandagliando i sospetti e i loro sguardi, che chiunque potrebbe essere il serial killer: in ogni sospetto vive già una sentenza di condanna, e ci si rende conto di come la fretta di giudicare porti scarsi risultati, ottenebri la mente, divenendo essa stessa peccato e violenza. Fra le righe di tutti personaggi, delle loro azioni, permane una flebile voce di brutalità che il regista mette a nudo, comparandola a quella estremistica dell’omicidio seriale cercando di dirci che è lì che essa si evolve, e non da un mondo di dannazione lontano come è comodo credere. Anche la movenza animalesca, unico indizio empirico che avremo dell’assassino, simile ad una scena di Parasite, suggerisce l’identificazione fra la violenza ed una condizione originaria dell’umano.
E la cosa più pregevole di questa “lezione” è che tutto avviene senza moralismo, solo enunciato dai fatti, dalle inquadrature, dalle distorsioni che la verità assume di pari passo con le indagini.
E’ nel peccato comune, dove nascondiamo e giustifichiamo la nostra natura immorale e imperfetta, che la tragedia s’annida (concetto simile a quello suggerito in The Host), deformando vita comuni in eventi terrificanti. 

Non è un caso che le vittime siano donne, e che tutti i personaggi femminili del film siano altra cosa rispetto agli uomini: Bong Joon-Ho capovolge il peccato originale, tratteggiando un’Eva mitologica ed eterea, costretta alla mortalità da un Adamo impacciato, represso, distorto dalla vita.
C’è una nota di dolore, in Memorie di un assassino: una specie di nostalgia pesante, di magone insoluto che fa capo man mano che scorrono gli eventi.
E’ l’assoluzione che l’uomo non sa darsi, quando scandaglia i sospetti convinto che siano licantropi, trovandosi invece di fronte gente comune.
E’ l’assurdità insopportabile del diventare vittime, scelte a caso per la scelta di un indumento rosso, con la sola colpa di essere insieme agli altri che sono i colpevoli.

Enrico Zautzik

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