Matrimonio all’indiana

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Avere un amico indiano ha diversi aspetti interessanti: un costante confronto con una delle culture più antiche del mondo; poter mangiare a mani nude; non sapere mai se i suoi movimenti del capo significano sì, no o forse; il fatto che prima o poi si sposerà e arriverà un esotico e colorato invito ad un tipico matrimonio indiano.
Una volta ricevuto l’invito mi è praticamente impossibile dire di no; si vola a Chennai!
Chennai (in precedenza Madras, rinominata a seguito dell’indipendenza dagli inglesi come molti luoghi in India), situata sulla costa Sud-Est della penisola, è una delle più grandi città indiane (5 milioni di abitanti) e nettamente tra le più calde.
La mia esperienza in India si fermava ad un breve viaggio nel Rajasthan, nel Nord-Ovest.
L’India è umanità allo stato puro.
Tutto è all’aperto, tutto è evidente, tutto è lì a disposizione di chi sa guardare.
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Odori, colori, musiche, caos, animali. In India tutto è intenso, tutto è vero. I sensi sono costantemente sollecitati, il relax non è possibile. Dopo un viaggio in India il mondo lo si guarda con occhi diversi, i colori appariranno meno luminosi, gli odori verranno percepiti meno intensi, le melodie risulteranno più piacevoli.
L’India non la si può capire, la si vive, con un po’ di mal di testa.

Ma è necessario essere disposti a farsi sconvolgere dall’India.

Chennai smentisce la mia idea, è intensa ma non come la mia memoria suggeriva, camminare per strada è difficile, non impossibile, il cibo è squisito, non terribilmente speziato e piccante, la folla è pressante ma non2 soffocante.
I miei tre giorni sono impegnati dal matrimonio. Sì avete capito bene, un matrimonio indiano dura minimo due giorni (in base alla casta), e in questi giorni l’ammontare di persone che si alterna per osservare e fare i complimenti alla coppia è da capogiro: ne ho contati 1200.

Il giorno prima del matrimonio è occupato dal Mehndi, le mani e i piedi della sposa vengono dipinti con l’hennè, in quello che viene considerato come un occidentale addio al nubilato. Più a lungo durerà l’hennè, più fortunato sarà il matrimonio.
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Il primo evento (il Baraat), vede i due futuri coniugi arrivare al tempio prescelto per la cerimonia. Essendo indiani l’arrivo non può essere banale: si usa un sobrio carro trainato da cavalli. Ma non è questo l’avvenimento più improbabile, in quanto una volta scesi dal carro è il turno di danze e musiche improvvisate nel bel mezzo della strada, agli ospiti vengono forniti oggetti vari con cui produrre dei ritmi (o casuale 4rumore) su cui la coppia, circondata da un’infinità di altre persone, deve danzare con movenze tradizionali mischiate a movenze più bolliwoodiane.

Non c’è un copione o una coreografia da seguire, o meglio, ci sono delle linee guida, ma appare subito evidente che il leit motiv di tutta la cerimonia (e di tutta l’India) è il caos.
Danzando, la massa si sposta all’interno del tempio, dove, nel mentre, il sacerdote bramano ha allestito un palco, preparando ogni tipo di sacrificio (tranquilli si tratta solo di frutta e verdure), sul quale gli sposi dovranno stabilirsi per altri due giorni, senza molte possibilità di movimento.

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Gli ospiti prendono posto per osservare lo spettacolo e contestualmente viene anche aperta la sala del banchetto; chi vuole può semplicemente entrare e mangiare, non ci sono indicazioni, non c’è ordine, ognuno fa ciò che vuole.
Il “banchetto” è una foglia di banana con delle strane cose sopra. Sono confuso. Gli ospiti di fronte a noi cercano di darmi suggerimenti indicandomi a gesti cosa dovrei mangiare e come.
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Teoricamente ogni tipo di “pane” (o naan) si accompagna con un tipo di salsa diverso. Avendo sbagliato clamorosamente il primo giro mi vedo costretto a ripetere il pranzo. Tre volte.

Tornati nella sala principale, il rito sembra procedere monotonamente: i due sposi sul palco, sacerdoti intenti a compiere riti, e varie persone che salgono per toccare gli sposi, dire loro qualcosa, passare loro il telefono con lontani parenti all’altro capo. Ognuno fa come vuole.
Mi dicono che a questo punto il rito entra nel Kanya Danam, è il momento in cui le famiglie entrano in gioco. È il padre della sposa ad affidare la figlia allo sposo per realizzare Dharma (il giusto comportamento nella vita), Artha (il senso della vita) e Kama (passione), le tre basi della vita matrimoniale indiana.
Il primo giorno si conclude così, ai miei occhi occidentali tutti i riti sembrano assomigliarsi, però mi assicurano che le differenze sono notevoli e di importanza vitale per il matrimonio.

Il secondo giorno inizia molto presto al mattino, la sveglia alle 6 non è per nulla piacevole, ma la visione del mio amico in vestiti indiani tradizionali mi rimette immediatamente di buon umore.
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A parte l’abbigliamento, la cerimonia sembra procedere in modo molto simile al giorno precedente, ma vengo tranquillizzato: sono riti molto diversi, ed anzi, oggi è il giorno più importante.
A me, profano, sembra tutto uguale.
La parte principale del rito è occupata dal Saptapadi: i sette passi.
Lo sposo prende i piedi della sposa, a cui ha appena messo un anello nuziale, e insieme compiono sette passi intorno al fuoco.
Ogni passo è un impegno reciproco della coppia ed ha valore giuridico. Iniziano promettendosi di avere cura l’uno dell’altro e finiscono giurando trasparenza e lealtà; a questo punto sono ufficialmente marito e moglie.

Tutto ciò si conclude verso le 13, quindi in tutto la cerimonia ha una durata di “sole” sette ore. Ci viene concessa una pausa fino alle 20, quando entrerà in scena l’ultima parte della cerimonia.

8Gli sposi sono ormai ufficiali, tocca a tutti andare a congratularsi con 9loro sul palco. Per tre ore la coppia rimarrà immobile sul palco, sorridendo alle migliaia di persone accorse per stringere le mani e mostrare rispetto verso le famiglie, i più completi sconosciuti per i due novelli sposini.

Arrivato il nostro turno sul palco lo sposo esclama “Oh, finalmente qualcuno che conosco!”.

Mario Villani

Mario Villani

Nato a Bari nell'ormai lontano 1989. Dopo 5 anni a Milano abbandona il grigiore padano per cercare qualcosa nel Sud Est del mondo. Oggi in Indonesia, scrittore per caso (o per sbaglio).
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