Marvel’s Daredevil [recensione]

 In Serie Tv

Diciamolo subito: se non fosse per un magistrale Vincent D’Onofrio (voto 9) nel ruolo di Wilson Finsk la nuova serie Marvel’s Daredevil non raggiungerebbe la sufficienza.
Eppure le premesse per una piccola serie cult a tema supereroi c’erano tutte, e se mi aveste chiesto un parere arrivati più o meno a metà stagione vi avrei detto che eravamo di fronte ad una piccola perla. La scelta di far maturare lentamente l’alter ego di Matt Murdock è stata indovinatissima, i tempi di approfondimento dei personaggi perfettamente scanditi, qualche sequenza d’azione di livello, ed anche la parte poliziesca-legale è narrata in modo coinvolgente.
Daredevil si inserisce a pieno in quel filone supereroistico dark e serioso di cui è capostipite il Batman di Nolan, con protagonista uno degli eroi meglio scritti della storia dei comics. La regia e la fotografia sono curatissime pur senza inventare niente – soprattutto i primi due episodi guidati da Phil Abraham – ma per il resto non riesce ad essere all’altezza delle aspettative nonostante un Matt Murdock e un Wilson Fisk brillantemente scritti ed interpretati.

daredevil red costume
Proprio quello che dovrebbe essere un pregio, si rivela il principale difetto, perché Matt e Wilson si pongono su un livello interpretativo troppo alto per gli altri comprimari, e le loro vicende e i loro approfondimenti psicologici fanno si che di Foggy Nelson (partner legale di Matt) di Karen Page (segretaria e prima cliente dello studio) e di Ben Urich (classico giornalista tutto d’un pezzo pronto a smascherare le trame del cattivo) non ve ne importerà nulla molto presto. Anche Matt perderà appeal in seguito a 13 episodi passati a porsi sempre la stessa domanda (sono buono o cattivo? Quello che faccio è giusto o sbagliato?), cedendo il passo ad un Wilson Fisk estremamente complesso e affascinante – con menzione di merito per il suo assistente, Wesley, anche lui più interessante di tutta la crew di Murdock messa insieme.
Presto, però, le sequenze d’azione iniziano a risultare ripetitive, i comprimari noiosi e la regia si appiattisce, lasciando il solo Vincent D’Onofrio a reggere tutta la baracca.

fisk gao kingpin marvels daredevil

“The world around us is preoccupied with celebrity weddings and videos of cats. But… complicated issues, issues that matter, they take too much focus. They take too much time away from texting and the thousand channels on the satellite.”
“Guess I’ve more faith in humanity.”
“So did Christ, if I recall.”

Wilson Fisk va annoverato fra quei cattivi che danno lustro e motivo di essere ad alcuni dei supereroi che amiamo di più; è il Lex Luthor dell’universo Marvel, una persona assolutamente normale: non ha avuto un’infanzia felicissima, ha più di un problema a relazionarsi “normalmente” con le persone, è spietato ed ha le mani sporche di sangue, ma, come tutti i grandi cattivi, ha qualcosa in più, Wilson Fisk è profondamente umano: non trae piacere dalle morti che provoca, è al corrente dei suoi problemi caratteriali e cerca di reprimerli, è una persona leale, ma soprattutto ama; ama Vanessa, ama l’arte, ama la sua città e vorrebbe renderla migliore. Sceglie di portare il peso di decisioni difficili e di qualche cadavere per riuscire a cambiare Hell’s Kitchen in modo abbastanza veloce da poterne godere gli effetti. Violenza efferata ed estrema sensibilità convivono perfettamente nell’interpretazione di Vincent D’Onofrio.
Wilson Fisk è quindi anche il più grande pregio di Devil, se è vero (lo è, ndr) che ogni eroe è tanto più grande quanto è più grande il suo nemico.

nel video una delle sequenze meglio riuscite del telefilm

Fisk porta Matt Murdock a porsi delle domande fondamentali che calano il suo alter ego eroistico in un contesto profondamente umano necessario per poter entrare in empatica con un personaggio che altrimenti risulterebbe troppo distante da noi: Matt non dovrebbe cercare di cambiare le cose attraverso la legge? Quanto è sottile la differenza, se vi è, fra un boss che decide cosa è giusto per la città e cosa no, ed un vigilante mascherato che impone con la violenza il suo concetto di giusto e sbagliato?
La serie tv non riesce ad aggiungere nulla di significativamente innovativo. Dalle atmosfere cupe ai dilemmi morali dei protagonisti, è (quasi) tutta farina del sacco di Frank Miller -ed è un bene-.
Nel suo piccolo però, il pregio di Netflix con questo show (cui ne seguiranno altri tre che poi andranno a fondersi tutti insieme nella serie Marvel’s The Defenders) è quello di spostare un po’ più in alto l’asticella di maturità delle serie tv supereroistiche, destinandole ad un pubblico più maturo, riuscendo ad osare più di chi l’aveva preceduto.
Detto ciò, se avete 13 ore di tempo e qualche soldo da parte, il consiglio giusto è di recuperare le run di Frank Miller e di Michael Bendis, perché quello che inizialmente è nato come un eroe “minore” di casa Marvel, è stato, nel corso del tempo, quello che ha scritto le più belle pagine di letteratura supereroistica.

Michele Mangini

Michele Mangini

m.m.
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