Punizione, vendetta, riscatto. Nei tre atti canonici di un racconto cinematografico, sono questi alcuni degli ingranaggi che permettono la risoluzione di un conflitto, la catarsi. Poco importa se del pubblico o dei protagonisti sullo schermo. L’importante è che, arrivati i titoli di coda, i nodi siano stati sciolti e i conti saldati. Ma la vita funziona realmente così? Come una scatola dai principi narrativi chiari e strutturati, dove tutto trova alla fine una risoluzione? Per Kenneth Lonergan, regista e sceneggiatore di Manchester By The Sea, la questione è più complicata; perché la vita scorre in una sola direzione e gli uomini non sempre sono più forti delle loro cicatrici; e perché il tempo, nel bene e nel male, ha sempre la meglio, corrodendo, con il suo scorrere, la possibilità di una vera risoluzione.

Lee fa il portinaio. Lo vediamo riparare tubi e scarichi mentre vive come in sordina, capace di lasciarsi andare solo alla violenza. Ci sembra assurdo il freddo distacco con cui affronta la notizia della morte del fratello. Non riusciamo a capirne il motivo. Brevi incursioni nel suo passato ci avevano mostrano un Lee Chandler diverso: felice, su una barca in pieno mare, in compagnia del fratello defunto e del nipote. Ora che il fratello maggiore non c’è più, Lee deve occuparsi di suo figlio. Allora ci viene mostrato ancora una volta il passato di Lee, questa volta fino a capire il vero motivo della sua indifferenza. E’ un colpo allo stomaco (che non rivelerò). Un dolore irreparabile. Il tempo, tuttavia, inarrestabile, costringe Lee a fare l’unica cosa che gli è concessa: andare avanti. Anche se accompagnato da quello stesso identico dolore.

18manbysea-facebookjumboC‘è una duplice immagine che attraversa Manchester by the sea: lo scorrere del tempo e la resistenza caparbia del senso di colpa a quello stesso scorrere. In tutta la prima parte del film immagini e musica danno questa sensazione. “Sempre avanti, senza fermarti” ci sussurrano. I flashback sono rapidi, incompleti, come strappati solo momentaneamente a questa forza. Tutto riporta ad un presente fatto di semplici gesti, capaci anche di farci sorridere. In Manchester by the Sea la sopravvivenza quotidiana al senso di colpa scalza infatti qualsiasi impennata drammatica. A volte in modo duro, quasi insensibile. Questo non esclude la profonda compassione del regista, una delicatezza costante. Ora con il malinconico suono di un oboe, ora con un coro candido, Kenneth Lonergan sembra infatti accarezzare nei momenti più duri Lee Chandler. A volte anche con effetti ironici. Questi commenti musicali sono l‘unica forma di “perdono” che vedremo.

Mentre ero in sala, non riuscivo a non pensare ad un grande classico, Fronte del Porto di Elia Kazan, che con Manchester by the sea ha forse in comune solo l’ambientazione portuale. Nel cult del 1954 tutti i personaggi erano perseguitati da un senso di colpa che imprigionava ciascuno di loro in modo diverso. Alla fine, tuttavia, riuscivano a liberarsi da quel peso, uscendo dalle proprie gabbie personali (anche se a caro prezzo). In Manchester By the Sea l’immagine della gabbia dei colombi viene sostituita con quella molto più beffarda di una barca in mare aperto. Qui non sembra esserci una chiara via d’uscita.manchester-by-the-sea-film-2-1Non è un caso se tutta la seconda parte del film, che vede la convivenza di Lee con il nipote, rimandi sempre a quella loro barca. Non più in mare e con il motore rotto. Forse da vendere, forse da riparare. Un simbolo della stasi emotiva di Lee, sospeso tra passato e presente. La barca alla fine dovrà necessariamente riprendere il mare e Lee e il nipote dovranno ricominciare a vivere, assecondando di nuovo la direzione della corrente. Eppure c’è qualcosa che ci dice che Lee sia ormai in ritardo per qualsiasi riconciliazione con la vita.

Se avrete la pazienza necessaria per seguire il corso di Manchester by the sea, allora, ai titoli di coda, non sentirete la necessità di avere delle risposte. Avrete solo la sensazione che il moto intimo del film sia penetrato dentro di voi, in modo così autentico da far male. E’ bello vedere un film americano capace di ribellarsi ai canoni più tradizionali, come se fosse un film di Ozu. Vuol dire che la scatola chiamata cinema non ha ancora cementificato le proprie pareti.

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Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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