Malcom&Marie, una brutta serata

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Il primo cul de sac in cui si chiude Malcom&Marie avviene dopo pochi minuti, quando il protagonista maschile (John David Washington), discutendo del suo film fresco di anteprima, sostiene che i giornalisti bianchi “non possono dire che il mio sia cinema politico. Non è che perché sono nero il mio cinema deve essere per forza politico” o qualcosa del genere, non ho incamerato la sentenza a memoria.
Sancendo questa battuta, Malcom&Marie diventa un film politico, o almeno si dà la zappa sui piedi in questo senso, sforzandosi in un rigurgito intellettuale della peggior scuola contemporanea.
Perché, al netto di dialettismi logici, se un nero dice che in quanto nero viene considerato politico egli sta parlando di politica.

Ma questo tipo di riflessioni sono estranee al trio che ha prodotto, scritto e inscenato Malcom&Marie: John David Washington, interprete del fortunato Blackkklansman, anch’esso politicissimo (almeno fiero di esserlo), la nuova replicante Disney Zendaya e il regista Sam Levinson. Che, a questo punto, tutti s’immaginerebbero sia nero. Invece è bianco.
Già da questo traballante esordio si deduce tutto ciò che poi non funzionerà in Malcom&Marie: un intellettualismo spicciolo, formato sala di starbucks e coniato su una tastiera Apple, auto-cinto di una pretenziosa aria da politicamente (s)corretto che nasconde invece la conformità più dogmatica. Se Malcom non avesse detto questa frase, e molte altre, insistendo sulla propria etnia, la pelle dei due (unici) protagonisti della pellicola non avrebbe avuto alcun peso. Come dovrebbe essere.
Invece, l’insistenza con cui Malcom sciorina sul mondo della critica cinematografica, buttando a caso qua e là (per fortuna non troppo spesso) il proprio essere afroamericano, definisce come la scelta dei due attori verta su una precisa volontà politica, culturale. Eppure Malcom&Marie ha la pretesa, anch’essa vanificata, di indagare in un ambito intimo della vita di coppia, non certo di discutere di temi sociali. Ma il fallimento del proposito si annida lì, nella sottile linea fra pubblico e privato e nella sua confusione, nel suadente aspetto in bianco e nero (scelta, anch’essa, figlia di uno snobismo irritante).

Malcom&Marie

L’implicito qualunquismo con cui Malcom e Marie affrontano ogni tema che esuli dalla loro storia personale, arrampicandosi su analisi psichiatriche e psicologiche tout-court, rende Malcom&Marie un problema sociale, più che relazionale: questo film solleva infatti l’allarme dell’ingolfamento culturale del tempo moderno, il cui spettro cerca di abbracciare quanti più spunti possibili senza la capacità di portarne a fondo nemmeno uno. L’emblema di questa tendenza è la stessa Zendaya, elevata a star imperitura a soli venticinque anni: seppure non la si è mai sentita nominare si sarà certamente avvertita l’aura di nuova promessa. Di cosa? E’ la domanda fondamentale. Non ci è dato saperlo, visto che la replicante 4.5 si è cimentata già come modella di caratura internazionale, cantante e attrice. In Malcom&Marie è chiaro l’intento di farle fare il salto di qualità: da pluripremiata meteora delle serie televisive, per Euphoria, sempre di Sam Levinson, e acclamata  neofita del grande schermo, per il nuovo ciclo di Spider-man, si cerca ora di consacrarla come attrice seria e profonda, capace di reggere un film intero con un solo coprotagonista.
Tentativo, a dir la verità, fallito più per la sceneggiatura ridondante e il manierismo eccessivo della pellicola che per sua manifesta incapacità.

John David Washington esce molto peggio di lei nel bilancio finale sulle interpretazioni (necessario, visto che Malcom&Marie è basato solo su quello): una vera debacle composta da monologhi esagitati, che è un aggettivo molto diverso da esagerati, e introspezioni poco convincenti, con la sicurezza, già dai primi minuti, che in un film figlio prediletto della cultura del politicamente corretto egli non uscirà mai vincitore dallo scontro verbale che lo contrappone alla compagna.

L’inconveniente principale di Malcom&Marie è quello di cercare di far passare per cinema indipendente e intraprendente un prodotto plastico della peggior scuola Netflix.
Ma non è tutto da buttare: anche invischiato in una sceneggiatura debole, affiancata a una cornice estremamente pretenziosa, in Macolm&Marie resiste un principio di salvezza che fa in modo che lo sforzo non sia totalmente vano. Sebbene le interpretazioni non siano eccellenti, si riesce a restituire un senso di disagio tipico delle guerre fra coppie molto passionali. In modo quasi fortuito, viene ben fuori la tossica escalation che una discussione può intraprendere, soprattutto quando gli interpreti si amano e si conoscono molto. La cruda e bieca cattiveria che anima la discussione fra Malcom e Marie rappresenta l’altra metà dell’amore: la bestialità, umana e psicologica, che fa da contraltare all’idillio morale e affettivo di un rapporto monogamo. In questo, il film si dimostra molto più universale e democratico di quanto non sia su tutto il resto: le battaglie messe in scena da Malcom e Marie nel loro salotto per tutta la visione sono ben note a molti degli spettatori, che hanno così la possibilità di esorcizzare anche propri comportamenti, stigmatizzando magari le licenze che si arrogano nei confronti dei propri partner.



Bene anche la tensione di questa lotta, sempre protesa su un nuovo capitolo, che si traduce con successo in un disagio nello spettatore intento a seguire il prossimo scontro. Questa costruzione convincente fa in modo che Malcom&Marie si riesca a seguire, tutto sommato, e che non risulti totalmente ripugnante anche per chi aveva creduto a Malcom sulla storia del cinema politico. Peccato che la parte umana e più becera sia stata pesantemente accantonata in riflessioni da ginnasio sull’essenza del cinema, della creatività, e su cosa rappresenti la vera genesi di un’opera, se l’ispirazione o l’ispirato.

Quando si addentra in questi boschi Malcom&Marie perde completamente spessore, infliggendosi una pena immotivata e svilendo gli sforzi di attori e troupe intera (è il primo film girato e concluso dopo lo scoppio della pandemia da covid-19).
Se avesse insistito sulla parte intima, eludendo con più determinazione il rischio di sermoni intellettuali e freddi, la pellicola avrebbe mantenuto più coerenza e profondità narrativa.
Denudando una possibile catarsi umana, invece, Malcom&Marie impone un po’ di noia nello spettatore, specialmente verso il finale, quando è ormai conosciuto il meccanismo di lotta crescente fra i due, dimostrando tutta la propria faciloneria plastica di prodotto da vendere.
Alla fine non ci interessa più di Malcom&Marie, ma ci viene da dire “sì,sì, ho capito, ho capito” tirando i propri dollari in faccia alla televisione per accontentare i tre produttori del film.

Enrico Zautzik

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