Mad Max: Fury Road – Recensione

 In Cinema e Teatro

Sul finire degli anni ’70 un uomo di nome George Miller rivoluzionò il genere fantascientifico con un film a basso budget, Interceptor. L’idea gli era venuta guardando, con preoccupazione, gli effetti della crisi petrolifera che durò quel tanto da mostrare al mondo e alla sua tranquilla Australia una dipendenza quasi isterica dall’oro nero. George Miller pensò allora ad un futuro, non molto lontano, nel quale il rombo del motore, la violenza e la sete di benzina sarebbero state le uniche costanti (quasi una religione) in un mondo ormai desertificato: fu un successo.

La locandina di Mad Max oltre la sfera del tuono

La locandina di Mad Max oltre la sfera del tuono

Quello che doveva essere un azzardo divenne così una trilogia con protagonista Max, una versione futuristica “dell’eroe senza nome” dei film Western. George Miller è l’inventore visionario di tutto un immaginario post-apocalittico che ha influenzato film e videogiochi di intere generazioni.

Nel 2015, 30 anni dopo il terzo capitolo Interceptor – Oltre la sfera del tuono, Miller torna di nuovo all’attacco con Mad Max: Fury Road. Un sequel/reboot con il quale ripropone e reinterpreta tutto il suo repertorio senza farci sentire il peso degli anni. Lasciatevelo dire: la sabbia dell’Outback australiano non è mai stata così calda.

Le guerre per il petrolio hanno ridotto il mondo ad una desolata distesa desertica. In questo inferno Max, superstite tormentato dai fantasmi del passato, viene fatto prigioniero e condotto nella Cittadella, una città fortezza guidata dallo spietato Immortan Joe. Qui, Max, usato come “sacca di sangue” per i guerrieri della comunità, trova la salvezza grazie a Furiosa, una luogotenente della Cittadella, che ruba il bene più prezioso di Immortal Joe: le sue “riproduttrici”, donne schiavizzate, destinate alla “produzione” di bambini sani. Contro la sua volontà, Max si ritroverà legato alle fuggitive, nel tentativo di scampare alla morsa furiosa di Immortan Joe e dei suoi “figli di guerra”. Il viaggio potrebbe però diventare qualcosa di più di una semplice corsa per la sopravvivenza.

Mad Max Fury Road è una folle giostra viscerale sulla quale bisogna salire ben consapevoli che non ci saranno né fermate né compromessi. Tuttavia, da vero maestro, George Miller sa bene quando premere sull’acceleratore, quando mettere in folle e quando frenare dolcemente, portando nel suo spericolato Roller Coster il pubblico, senza fargli venire la nausea (caro Michael Bay prendi appunti!).

Una scena dal film

Una scena dal film

La confezione tecnica è a dir poco accattivante: Il montaggio e le riprese frenetiche fanno di ogni scena un fiato sospeso (con picchi da brivido). Ciò anche grazie al curatissimo compartimento sonoro e a un’incalzante soundtrack (dell’olandese Junkie XL) che sono sempre funzionali all’azione. Un capitolo a parte meriterebbe la fotografia di John Seale, un veterano premio Oscar che si era ormai ritirato dalle scene: quando però George Miller lo ha chiamato, non ha saputo resistere. La sua abilità nel risaltare la bellezza della sabbia e dei paesaggi (come aveva già fatto ne Il paziente Inglese) gli torna qui utile, con scelte cromatiche forti, per nulla realistiche, che servono a ricordarci che quello che abbiamo di fronte resta un fumettone.

Miller fa proprie le recenti sperimentazioni visive-tecniche dei film tratti da graphic-novels (di un suo omonimo, Frank Miller), superandole tuttavia, in piena corsia, per originalità. Alcune trovate sono di quanto meno lucido e convenzionale il pubblico abbia visto di recente. Per una volta i trailer non ci hanno ingannato promettendoci un film in tutto e per tutto folle. Mad Max Fury Road, poi, pur guardando ai neofiti, certamente non si dimentica degli appassionati: il regista fa loro l’occhiolino continuamente, citando la prima trilogia con intere situazioni e piccoli oggetti (un carillon, un cannocchiale, vi dicono qualcosa?).

Max Rockatansky alias Tom Hardy

Max Rockatansky alias Tom Hardy

Lo stesso Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne) è una sintesi degli antagonisti della prima trilogia: folle come Toecutter (intepretato dallo stesso Hugh) del primo film, deturpato come Lord Humungus del secondo ed ambizioso come la regina Aunty Entity del terzo. La cittadella sulla quale egli regna è un inferno di metallo, dove i “figli della guerra” (ragazzi ormai condannati a morte dalle radiazioni) si aggirano cosparsi di polvere bianca (come fantasmi), smaniosi di afferrare uno dei “sacri volanti” e gettarsi nella mischia, mentre le donne sono ridotte a mero bestiame per produrre latte e figli: il peggiore dei futuri nel quale l’umanità si limita a “riempire” meccanismi ed automobili. Anche in questo capitolo le macchine tornano naturalmente ad essere personaggi a tutti gli effetti per la gioia di tutto il pubblico, alternando vecchie glorie a nuove divertenti invenzioni.

George Miller è uno di quegli autori che può vantare di aver creato un’epica cinefila tutta propria, con un suo linguaggio, i suoi eroi, i suoi destrieri ed i suoi mostri : un mondo medievale-futuristico in costante evoluzione. Mad Max: Fury Road non si limita al mero spettacolo (predominante) ma cerca anche di giocare con gli stereotipi narrativi passati (di un certo cinema e della stessa saga) per sovvertirli.

Max (Tom Hardy), ancora più taciturno del solito, paradossalmente diventa infatti quasi un semplice comprimario rispetto a quelle che, alla fine, risultano le vere protagoniste: Furiosa (una grande Charlize Theron) e le ragazze dell’Harem di Immortal Joe. Bellissime, si presentano sulla scena come le più classiche delle donzelle da salvare solo per rimescolare le carte in tavola.

Rispetto al classico eroe Max, le donne sono qui i personaggi più dinamici: decise a liberarsi dalla loro schiavitù (fisica/mentale), non temono di sporcarsi le mani e di uccidere ma allo stesso tempo sono le prime a parlare di speranza, perdono e redenzione. Il mondo maschile invece è febbricitante, folle, incline ad una narcisistica idea di “eroismo kamikaze” ma privo di un domani. Max, così, per quanto importante e decisivo, è solamente un complemento di questa brigata tutta al femminile, grazie alla quale rifiorisce qualcosa anche nella sua arida anima (hai capito Michael-testosterone-Bay?)

La dinamica presenza femminile

La dinamica presenza femminile

Fury Road regala uno spettacolo ricco, emozionante ed autenticamente originale capace di guardare in tutte le direzioni: al passato della saga, al nostro presente e ad un immaginario che non è diventato “sterile-canone” da seguire ma che resta un’eccitante “molla” proiettata verso il futuro. Il medioevo-punk-post apocalittico di Mad Max: Fury Road è un soufflè al cioccolato spolverato con abbondante peperoncino. Una pietanza per stomaci forti che lo consacra al blockbuster del momento (probabilmente lo sarà per molto). Buon motore non mente, bentornato George.

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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