L’uomo che uccise Don Chisciotte

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Perseveranza è la parola chiave che ha mantenuto in vita lo sfortunatissimo progetto de L’uomo che uccise Don Chisciotte, scritto da Terry Gilliam e Tony Grisoni. Forse proprio la tenacia nel superare ogni genere di difficoltà ha ispirato il nome del protagonista, Toby Grisoni. L’uomo che uccise Don Chisciotte è infatti uno dei più esemplari casi di development hell del cinema moderno.
Cancellato per ben due volte, questo capolavoro ha finalmente visto la luce. E vale l’intero travaglio.

L’uomo che uccise Don Chisciotte non è solo una matrioska di quarte pareti che si fondono e si confondono, giocando l’una sull’altra in un groviglio di citazionismo geniale, ma una grandiosa, leggera (alla maniera di Gilliam), epica apologia dell’immaginazione. Proprio come il vero Don Chisciotte, il vecchio Javier è incatenato dalla sua follia in un mondo sospeso fra il reale e il fiabesco, guidato solo ed unicamente dal codice della cavalleria. Solo una voce indipendente del grande cinema come quella di Terry Gilliam poteva dar vita ad un film così intenso (con un budget ridicolo). La sua mano si nota subito nella caratterizzazione di una Spagna medievale senza orpelli, definita nei suoi tratti classici (condizionati dalla dominazione araba) dall’architettura, dalle colline aride e polverose che ricordano il Medioriente: un mondo perduto riportato in vita tramite piccole ma esasperate definizioni, messo in luce dall’attenzione di ogni singolo fotogramma, senza che il significato ne infici la trama o la limiti.
Del resto, tutti sanno dove è ambientato il Don Chisciotte. La furia allegra di Gilliam celebra la Spagna senza nazionalismo, confezionando una storia universale, rendendo giustizia all’universalità dell’opera di Cervantes.

Riproporre il romanzo più venduto della storia (oltre di 500 milioni di copie), e uno dei personaggi più citati della letteratura e del cinema e del teatro, in modo originale, non era impresa semplice: Gilliam però riesce a stendere tutti con l’intimistica rappresentazione del suo Don Chisciotte, che è allo stesso tempo quello di ognuno di noi, figlio della storia travagliata della nascita di questa pellicola.
La premessa che mette in scena il Don Chisciotte moderno parte da Toby Grisoni, blasonato regista di spot pubblicitari che è in Spagna per il suo prossimo spot per cui, nemmeno a dirlo, ha scelto di usare la figura del cavaliere errante più famoso della storia. Caso vuole che si trovi a pochi chilometri dal paesino dove aveva girato il suo film di laurea, un Don Chisciotte amatoriale interpretato dagli inesperti, ma autentici, abitanti del luogo. La nostalgia e il bisogno d’ispirazione lo riportano a Los Suenos, dove incontra di nuovo Javier, il calzolaio da lui scelto per “la faccia interessante” come protagonista: Javier è ancora convinto di essere Don Chisciotte, esule del limite lecito dell’interpretazione e vivendo, da anni, nei panni del cavaliere errante.
Da questo incontro, si ripropone identica la parabola del Don Chisciotte, con Toby costretto dagli eventi e dal senso di colpa a interpretare un moderno Sancho Panza.

Jonathan Pryce e Adam Driver non fanno rimpiangere gli scritturati originali (Jean Rochefort e Johnny Depp per la prima produzione, Robert Duvall ed Ewan McGregor per la seconda): la loro è una sinergia perfetta nella sua imperfezione, fedele allo stridio del giovane in carriera legato alla compagnia del vecchio povero e pazzo. Pryce rende benissimo, con una mimica facciale straordinaria, la sospensione di Don Chisciotte fra l’entusiasmo e la follia, inscenando in modo sublime una domanda antica e irrisolta: l’immaginazione è una condanna o una salvezza?
E’ questo l’incipit de L’uomo che uccise Don Chisciotte, che indaga, attraverso la più nota delle metafora ed IL regista della fantasia, forme e limiti della potenza fantastica, sorvolando i drammi con lo stesso fatalismo epico dei romanzi cavallereschi. La riflessione di Gilliam non è disperata o sofferente, ma richiama in pieno lo stile parodistico e dissacrante che fu di Cervantes, tratto che consegnò l’opera dell’autore spagnolo alla storia.
Nella versione moderna, Don Chisciotte è però allo spettatore, al Sancho Panza: è a lui che è rivolta la domanda, fissato per forza di cose ad immedesimarsi in Toby e al suo compito di accompagnare il vecchio delirante. E’ chi guarda infatti a chiedersi se, elevato dalla sua misera condizione, Javier non stia meglio nella sua fantasia o nella realtà; l’intero slegarsi della trama è per un buon tratto un inseguire questa traccia, riproponendo, tramite trovate geniali e situazioni esilaranti, l’interrogativo di ogni mente creativa.

Se infatti Don Chisciotte si presta ad ogni genere di imbarazzo e alla derisione di chiunque lo incontri, è pur vero che il mondo immaginato da lui è di gran lunga più passionale ed entusiasmante di quello vero. Attraverso la sua compagnia, Toby si ritrova faccia a faccia con la concezione stessa della creatività ed il suo peso, convinto di poterla dirigere ma alla fine venendone diretto. Durante questo viaggio, chiunque si consideri un Sancho Panza (che in chiave dicotomica è anche Don Chisciotte) ritrova la moralità dell’azione creativa, non più superficie da costruire ma messaggio da vivere. In un escalation di colori freddi e sfortune grottesche, l’opera (forse magna) di Gilliam si apre alla fine su un ventaglio di considerazioni di incredibile fattura e immediatezza.
La derisione del Don Chisciotte è paragonata, nei suoi attori, all’industria cinematografica, che è campo d’azione ma anche ghigliottina del creativo, che non esita a usare per diletto.
Il sognatore è utilizzato dal potere produttivo cinematografico, poi gettato e dimenticato quando ha finito di intrattenere. La parte razionale del creativo, vedendo sminuita la propria controparte sognante, rimane immobile e ignava, accondiscendendo alla legge dell’intrattenimento.

E’ solo nell’epilogo, infatti, che Toby ritrova la forza morale (che per Gilliam si identifica con l’onirico, il sogno proteso al fantastico) della propria creatività, finalmente deciso a cambiare lo status quo e a non esser più connivente con ciò che riconosce sbagliato. Questo processo è arrabbiato, conflittuale, poiché il creativo è sedotto dalla fantasia, su un mondo che egli sa perdente, ma allo stesso tempo, solo Sancho Panza, non ancora Don Chisciotte, egli ancora vede la realtà per la sola cosa che è: adattamento.
E’ infatti il creativo stesso ad uccidere l’immaginazione, in un eterno conflitto individuale che si ripropone in ogni persona sognante. Gilliam propone questa lotta come la più importante in L’uomo che uccise Don Chisciotte, caricando la narrazione, ed ogni suo evento, di una potenza fatale, proprio come nei drammi cavallereschi. Ed anche se questo avviene in tempi moderni, con codici diversi, egli dimostra che l’effetto emotivo è di pari portata.

Spogliando il Don Chisciotte dell’ultimo residuo di cavalleria, il regista ci impone le sue leggi, costringendoci senza coercizione ad ascoltare e comprendere il suo messaggio. Il messaggio di un uomo buono, che fu cavaliere solo nella sua testa o forse anche nella realtà.
Per poi consolarci, alla propria maniera, mai fatalista e mai banale, convincendoci che Don Chisciotte non è una figura unica, mortale e irripetibile, ma che rivive in ogni suo interprete.

Enrico Zautzik

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