L’uomo che uccise Don Chisciotte – Recensione in anteprima

 In Cinema e Teatro

Camicia hawaiana, barbetta incolta ma soprattutto il ghigno di chi ha combinato chissà quale marachella. Semplicemente perfetto. Terry Gilliam si presenta così, più corsaro che regista, al Global Film & Music Festival di Ischia per l’anteprima italiana de L’uomo che uccise Don Chisciotte. “In genere gli esseri umani impiegano 9 mesi per fare un bambino. Per un film a volte ci mettiamo di più” lo dice senza mai smettere di sorridere dopo 25 anni di tentativi fallimentari. Controversie legali, litigi con i produttori, set dati alle fiamme e poi abbandonati, tracolli finanziari, smentite e rinunce. Tutto sembrava e sembra contro questo folle film, morto e resuscitato infinite volte, anche ora che la macchina da presa ha ormai svolto il suo lavoro (infuria ancora una battaglia legale sui diritti della pellicola). “È un passaggio nel tempo, un progetto durato anni, tuttavia spero che vi sembri concepito da poco”. Con quel tuo sorriso, caro vecchio Terry, non so se crederti o meno. Sei veramente riuscito ad uccidere Don Chisciotte? Scopriamolo.

Il cinico regista Toby (Adam Driver), idolatrato ma in evidente crisi, sta girando uno spot in Spagna per conto di una compagnia d’assicurazioni, usando personaggi e ambientazioni del Don Chisciotte. Caso vuole che si ritrovi tra le mani proprio una copia del film di diploma che gli diede per primo fama e successo: L’uomo che uccise Don Chisciotte. Toby fugge dal set e si mette quindi alla ricerca delle persone del posto che recitarono dieci anni prima per lui. Tra gli altri, trova Sanchez (Jonathan Pryce), il vecchio calzolaio che fece da protagonista al suo film. Dopo la felicità iniziale Toby capisce di essersi cacciato in un bel guaio: Sanchez è convinto che il regista sia Sancho Panza giunto finalmente a salvare lui, l’intrepido Don Chisciotte della Mancha. Sarà l’inizio di una spericolata avventura.

Presente e passato, sogno e realtà, vita e cinema. Ne L’uomo che uccise Don Chisciotte questi reami si mischiano continuamente, senza soluzione di continuità né riguardo per lo spettatore che si ritrova sballottato a metà strada tra un corteo carnevalesco e una processione sacra. Nonostante l’augurio di Gilliam, il film è un viaggio attraverso idee, volontà e visioni che si sono stratificate nel tempo, senza trovare necessariamente una loro coesione interna. Tempi e toni variano di minuto in minuto facendo peccare il film soprattutto di ritmo. È come se dal suo taccuino personale Terry Gilliam non avesse voluto eliminare o rivedere alcuna pagina, lasciando di volta in volta dominare singole intuizioni a discapito dell’andamento complessivo della narrazione. Così, spettatore e autore rischiano più volte di perdersi nella Mancha. Molti odieranno questo film e non senza ragioni, eppure, non prendetemi per pazzo, L’uomo che uccise Don Chisciotte ha una coerenza e soprattutto una sua bellezza che scorrono appena sotto la superficie del pastiche scombinato.

Campione del “facimento e del disfacimento”, figlio del cielo nell’età del ferro, Don Chisciotte sembra domandarci quale possa essere lo spazio dell’utopia in un mondo di magnaccia e lacché. Lui e Toby sono le scostanti facce di una stessa pazza moneta, entrambi alla ricerca di una risposta e della salvezza. La chiave di volta sta tutta nel potere dolceamaro della narrazione, nella sua capacità affermata e negata di armarci contro i giganti vecchi e nuovi. Così, Don Chisciotte, meravigliosamente interpretato da Pryce, finisce con il racchiuder in sé sia il Barone di Munchausen, capace di esorcizzare la morte e di sciogliere realmente un assedio con una bella bugia, sia il grigio impiegato di Brazil, al quale non restava altro che fuggire nei suoi sogni rinunciando ad un concreto intervento sulla realtà.

Nonostante la sua palese imperfezione c’è qualcosa di struggente in L’uomo che uccise Don Chisciotte. Sarà la testardaggine di Gillian, sarà il sincero amore per il cinema, sarà qualche musica messa nel punto giusto, chissà. Qualche giorno fa ho sentito un vecchio signore parlare fuori a un bar. Diceva qualcosa che potrà sembrare estremamente riduttivo e forse scontato “Il cinema è tutt nu fatto di intenzioni”. Al di là del dato incredibile che il signore non stesse parlando del Napoli, ecco, forse è questo il punto. Nel bene e nel male, nel film le intenzioni sono coriacee e palpabili.

Allo stesso tempo un clamoroso fallimento e un sottile successo, L’uomo che uccise Don Chisciotte è un’avventura sul potere del cinema di fagocitare la realtà, lasciandovi un segno fatto di detriti e fantasmi, cicatrici e illusioni, fantasie appena accarezzate e visioni deliranti. Difficile dire dove finisca il caos della vita e cominci il pasticciaccio del cinema.

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
Post suggeriti

Leave a Comment

Contact Us

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.

Illeggibile? Cambia il testo. captcha txt

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca