L’ultimo album di Erik Satie – Un piccolo gioiello in fondo a un mare

 In #beauthentic, Approfondimento, Musica

Di Guglielmo Corduas

Qual è la musica più autentica? Quella che rispecchia il tempo in cui viene composta? Quella che onestamente  mette a nudo l’intimità di chi la scrive? O quella che prolunga la sua attualità per molto tempo, diventando simbolo autentico di un’intera epoca? La rubrica di quest’anno #beauthentic abbraccia il tema in campi e modi diversi, attraverso occhi diversi, nel tentativo di creare un settore in cui poter raggruppare tutto quello che viene inteso come autentico e chi di questa autenticità ne ha fatto il proprio successo.
Il campo della musica è così vasto e vario che l’autenticità può essere intesa in molti modi. Autenticità nell’interpretare un breve momento o un intero periodo, autenticità dell’autore e dei suoi sentimenti, autenticità nel creare nuove forme espressive. La musica popolare ad esempio è autentica perché rappresentativa di una cultura e di una storia fatta sia di specifici eventi, sia di interi contesti storico-sociali, mentre la musica romantica è autentica nel rispecchiare quel bisogno dell’individuo di ricercare i sentimenti, ritrovando la sua l’individualità. Infine, è importante anche l’autenticità tecnica, cioè quell’autenticità che si verifica con la conquista di una nuova tecnica espressiva, figlia di un preciso tempo.

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Musicisti popolari siberiani – Caspar Davud Friedrich, Le Voyageur contemplant une mer de nauges (1817), dipinto simbolo della ricerca spirituale romantica – Il bassista Flea esegue la tecnica dello slapping

In ogni caso, quale che sia la definizione più adatta, non si può negare che oggi l’arte e la musica vivono molto di eredità. Il passato ancora regala spunti attuali e imposta le basi per la creatività del futuro. Ecco perché credo che sia cruciale ricordare e riscoprire chi prima di noi ha inventato qualcosa, ha introdotto un nuovo punto di vista, perché possiamo certamente considerare la novità e l’innovazione direttamente collegati con l’autenticità.
Pertanto, è certamente ancora la musica classica una delle più importanti bibbie per tutto ciò che oggi può essere considerato autentico. Ascoltando Mozart, Chopin e specialmente Bach, ci si rende conto che le tracce di questi immensi e studiosi creativi vivono ancora oggi, e non solo da un punto di vista accademico. Molto di frequente, infatti, ritroviamo, perfettamente rimescolati, nei paradigmi della canzone e della musica moderna, accordi, arpeggi, scale e melodie nipoti di quelle sinfonie, notturni e preludi del passato.

J. S. Bach – Fotomontaggio

Il tedesco Bach, più di tutti, ha offerto un vastissimo repertorio, sfruttato selvaggiamente da molti musicisti successivi. Basta ascoltare una delle sue suite e aguzzare un po’ l’orecchio per rendersi conto che molti momenti di quelle opere, brevi come schizzi di illuminante creatività, che possono considerasi, già di per sé, il concept di intere canzoni moderne. Per essere più specifici si noti la grande influenza di Bach e anche Debussy nelle composizioni di Jonny Greenwood, chitarrista dei Radiohead, a mio avviso il gruppo più emblematico del XXI secolo. D’altronde lo stesso Beethoven definiva il suo, ormai defunto compatriota “padre originario dell’armonia” e “non un ruscello, ma un mare”. Bach è perciò probabilmente il musicista più omaggiato e saccheggiato dal 1800 ad oggi. Nel 1977 un suo disco fu inserito nelle prime navicelle del programma Voyager, in cui venivano mandate le “generalità” della terra nella speranza di un contatto alieno.
Qualcuno potrebbe dire che la musica si è fermata lì, con la composizione classica e con i grandi che tutti conosciamo. Non è così. La musica è cambiata, si è trasformata completamente, proponendo nuove forme, nuovi colori e nuove tecnologie sonore. Tutti siamo certamente figli di chi ci ha preceduto e gli artisti, con simili genitori, hanno, di volta in volta, pesanti responsabilità. Ma il fascino per il passato a volte ci acceca di fronte all’innovazione, alle possibilità attuali e al futuro. La musica è in continua evoluzione e gli elementi a disposizione sono sempre maggiori e più sofisticati. Inoltre, va considerata la situazione politica, economica e sociale di un paese e addirittura del mondo per analizzare se la musica subisce o meno momenti di gloria minore rispetto ad altri. Credo che, invece di sezionare il tempo distinguendone il valore, si debba considerare l’evoluzione dell’arte come un flusso unico che non si spezza mai, ma si rigenera sempre da se stesso e dal contesto in cui si trova. Diventa banale, quindi, fare paragoni.
Si potrebbe parlare molto di Bach e della completezza e lungimiranza delle sue opere, ma sarebbe un discorso lungo e tecnico. Bach è quel genio da cui è impossibile non prendere ispirazione e come lui Da Vinci, Pirandello, Van Gogh. Menti che hanno ispirato intere generazioni successive e che hanno impostato il modo di esprimersi del futuro. Esistono, però, anche individui, che personalmente trovo molto più interessanti, rappresentativi di un momento, aperto e chiuso solo nella loro dimensione e testimoniato esclusivamente dal loro personalissimo modo di interpretare la realtà. Con questi personaggi è inutile parlare di passato e futuro, inutile proiettarli chi sa dove o analizzarne il contesto, sono voci fuori dal coro, piccoli satelliti solitari che, spinti solo dalla propria forza gravitazionale, nascono e muoiono con se stessi. Uno di questi è Erik Satie.

Scenografia di Pablo Picasso per il balletto “Parade”

La prima volta che ascoltai Satie ero ancora intriso dei canoni classici e Debussy era stato l’unico a farmi scoprire un nuovo modo di percepirli. Ricordo che la prima cosa che pensai fu esattamente la stessa della prima volta che ascoltai i Doors o Nick Drake: “da dove viene questa musica?” Ma per quanto sono riuscito, nel tempo, a collocare sia i Doors che Drake in un contesto di influenze ed elaborazioni, considero Satie una parentesi unica ed autonoma nel panorama musicale che conosco. Ancora oggi rimane, per me, una specie di precursore a tempo indeterminato.
Nasce in Francia nel 1866 in un pittoresco villaggio sull’estuario della Senna (Honfleur). Nel 1885 abbandonò il conservatorio perché considerato senza talento e si arruolò. Nel 1887, dopo essersi volontariamente ammalato per fuggire dall’esercito, si trasferì a Montmartre dove entrò in contatto con il movimento romantico e scrisse le sue prime poesie. Nel 1905 conobbe il poeta Jean Cocteau che con Picasso, diede vita ad un balletto cubista, Parade, per cui Satie compose le musiche, diventando poi membro fondatore del famoso Gruppo dei Sei.
Cura e arrangia le musiche per “Entr’acte” di René Clair (1924), film manifesto del dadaismo in cui lavorarono anche Marcel Duchamp e Man Ray. Lo si vede recitare all’inizio con il pittore François Picabia, in una scena al rallenty alquanto surreale. Le sequenze di questo film sono molto attuali, vi è una ricerca dell’assurdità, comune a molti videoclip moderni, ma resa in modo leggero e piacevole. C’è addirittura un montaggio in stop motion di un cannone che si sposta su un terrazzo.

L’appartamento di Erik Satie – Santiago Rusinol, 1891

Già allora il modo di Satie di approcciare gli strumenti e la composizione si rivelarono alquanto originali. In Parade utilizzò suoni alternativi come sirene e macchine da scrivere e inserì, per la prima volta in Europa, il ragtime, uno dei padri del Jazz. Inoltre, è considerato l’inventore del piano preparato, tecnica che consiste nell’inserire degli oggetti nella cassa del pianoforte in modo da produrre dei suoni disturbati.
Ma è il personaggio Satie a suscitare molta curiosità. Era eccentrico e solitario, caratteristiche tanto ricercate, e spesso forzate, dalle “star” contemporanee. Viveva in un appartamento di due stanze tutto bianco, molto essenziale, aspetto che in qualche modo mi fa sorridere pensando ad un successivo Syd Barrett. Una delle due stanze, sempre chiusa, conteneva una vasta collezione di ombrelli, scoperti solo alla sua morte, nel 1925. Vestiva sempre alla stessa maniera, con una predilezione particolare per il velluto grigio, con cui si era fatto fare 12 vestiti uguali. Era principalmente pianista di cabaret, considerato dai musicisti a lui contemporanei uno stravagante che conosceva poco la musica e in effetti, poco l’aveva studiata. A quei tempi c’era Debussy, Stravinsky, Bartòk, Ravel, Strauss, i padri della musica moderna, coloro che rivoluzionarono i ritmi, che rifiutarono le forme classiche come la sinfonia, la sonata e il concerto, preferendo ai contorni definiti tonalità sfumate e trasparenti. Insomma, di fronte a menti musicali così vaste e rivoluzionarie chiunque avrebbe avuto difficoltà ad emergere, anche se fu proprio Debussy a procurargli fama orchestrando le sue Gymnopédies (la n. 1 e la n. 3).
Sono sicuramente questi tre brani, Les Gymnopédies, difficilmente inquadrabili nei generi conosciuti, in cui il colore di Satie si mostra nel modo più chiaro possibile. Sono pezzi misteriosi, che riportano ad atmosfere popolari rumene, ad antiche leggende immerse in fredde e umide foreste, ma appena si è convinti di sapere dove si viene portati, ecco che si rinnova quella sensazione di spaesamento, come se potessimo solo ascoltare, senza immaginare nulla, perché nulla di quello che stiamo ascoltando è conosciuto. In tutto questo c’è il dialogo con l’animo, scandito da un tempo che tocca, senza chiedere il permesso, le corde più intime di chi ascolta, cullandolo in uno spazio infinito e sospeso. Il lavoro al piano di Satie è modesto, a stento un’ora e un quarto, ma i suoi brani, alcuni lunghi anche solo 1 minuto e 50, sono piccole bellezze sfuggenti che l’ascoltatore percepisce subito, come se da sempre fossero state lì e si presentassero per la prima volta. Una musica non pretenziosa, ma perfetta nella sua intenzione, completa nel suo messaggio, dirompente nel suo sentimento. Molto di questi aspetti è obiettivo e ricerca dei contemporanei, Satie, da 100 anni, li tiene ancora tutti in una mano.

Erik Satie (1866-1925)

Siamo a cavallo tra i due secoli ed è il periodo in cui i movimenti artistici si susseguono frettolosamente, dal romanticismo al modernismo, passando per dadaismo e infine surrealismo. Lo strambo francese li incrocia tutti. La sua musica sembra una fusione perfetta di tutte queste correnti, ma nonostante ciò così diversa e ibrida da rivelarsi irripetibile e pressoché incodificabile (perfino Debussy non riuscì ad orchestrare la sua seconda Gymnopédie). In un momento ricchissimo per l’arte, che ha regalato al mondo tutti quei grandi nomi che ancora oggi trionfano nei musei e nei teatri e che hanno impostato le basi della musica del XX secolo, Satie è sì intriso di visioni e slanci verso il futuro come gli altri, ma in una dimensione unica che non ha avuto un corrispettivo séguito canonizzato, ma che ha lasciato, oggi, un riflesso ancora molto autentico e profondamente contemporaneo. Sono convinto che se un suo brano uscisse domani, ancora ci chiederemmo la stessa cosa: “ma questa musica da dove viene?”.

Guglielmo Corduas

Guglielmo Corduas

Nato a Napoli nel 1987.
Guglielmo Corduas

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