Love, Death + Robots: la serie che tutti i nerd aspettavano

 In Serie Tv

Love, Death + Robots è l’ultima creatura targata Netflix, rilasciata lo scorso 15 marzo sulla ormai rinomata piattaforma che con questa serie, conferma per l’ennesima volta il suo principale punto di forza: la volontà di sperimentare.
Sì perché Love, Death + Robots ha sicuramente come pregio quello di essere un’idea totalmente innovativa, anche se in cantiere concettuale ormai da un decennio, persistente nell’aria eppure mai realizzata. Finalmente, sotto la supervisione di Tim Miller (già noto per Deadpool) e della sua esperienza come animatore, e sotto l’ala protettrice di David Fincher (uno dei produttori), prende vita la prima serie in animazione 3D per adulti.

Seppure gli ultimi anni hanno consegnato dignità all’animazione tecnologica, grazie soprattutto al magistrale lavoro della Pixar, mancava decisamente qualcosa di più “adulto” al genere, soprattutto che si distaccasse dal mondo videoludico, dove invece le animazioni in 3D stanno dando il meglio di sé, permettendo ai nerd di tutto il mondo di giocare a veri capolavori (si veda il recente Red Dead Redemption 2).
Un’idea, quella di Love, Death + Robots, che tutte le generazioni degli anni ’90 e fine ’80 hanno sognato da sempre.
Le cutscene dei videogiochi erano l’antipasto nel sognato mondo virtuale che si apriva ad ogni incredibile onirismo possibile: le sconfinate capacità rappresentative e l’attrazione verso la grafica plasmabile in ogni modo, rendevano questo passo ineluttabile se vogliamo, eppure fino ad oggi poco esplorato.
Love, Death + Robots non è pioniere di questo concetto (basti pensare ai film targati Final Fantasy) ma ha la sapiente fretta di essere il primo a sancire l’unione fra computer grafica e formato serie, legittimando un matrimonio che promette un futuro roseo e interessante.
I tempi sono ormai maturi per non considerare più la computer grafica come un rappresentazione di serie B o relegata al mondo dei videogiochi.
Love, Death + Robots

Certo, non si potrà mai pensare un Padrino fatto al computer, o equiparare le scene d’azione di Kill Bill a Ninja Gaiden.
Si può però esplorare un terreno fertile, eclettico, capace di dare voce visiva ed uno stile determinato ad idee sconclusionate o immense, riconoscendolo come un vero e proprio genere piuttosto che come stampella da usare in film d’azione della Marvel. Personalmente, infatti, ad un film pieno di effetti speciali virtuali, preferisco direttamente una cosa del genere, pura ed onesta, riadattando la mente all’esperienza fittizia, senza avere persone che fanno finta di recitarci in mezzo.
Qui casca l’asino di Love, Death + Robots, esplorazione tutta new age composta da 18 episodi di durata variabile tra 6 miseri minuti, fino a 17. Un formato insolito per una serie tv, considerabile più adatto ad un cartoon.
Ma Love, Death + Robots è anche cartoon in fin dei conti, quindi poco importa.
Quello che conta, è il contenuto.
Love, Death + Robots sancisce la potenzialità del virtuale nella narrazione, spaziando tra grafiche diverse, stili, disegni o riproduzioni fedelissime alla realtà, comunicando già dall’aspetto scelto una determinata volontà e un determinato approccio allo spettatore, sullo sfondo comune della fantascienza.
Come suggerisce il titolo, è proprio questo il campo da gioco dove la serie decide di mettere la mani (a mio avviso, scelta abbastanza scontata) differenziando però ogni episodio radicalmente dall’altro sia per aspirazioni concettuali, sia per sfoggio di tecnica.
Se da un lato abbiamo episodi come Buona caccia, Il succhia-anime, La notte dei pesci e Punto cieco, che si affidano ad una veste cartoon (in alcuni casi volutamente vecchia scuola); dall’altro le puntate Il vantaggio di Sonnie, Mutaforma, La testimone, Oltre Aquila, Dare una mano e Guerra segreta, sono un vero tripudio per gli occhi, dando fondo ad ogni possibilità della tecnologia nella riproduzione della realtà, lasciandoci il dubbio di trovarci di fronte ad un artefatto o a degli attori veri. Fra due estremi ci sono molti episodi che navigano in stili strambi o pop, colmando alcune volte il gap narrativo con un aspetto bizzarro ed accattivante (vedi La discarica, Il dominio dello yogurt).

Ma, appunto: il contenuto?
Possiamo definirlo buono in linea di massima, considerando che tutti i soggetti presentati non sono originali, ma riadattamenti di racconti o parti di raccolte di fantascienza: questo aiuta la narrativa di Love, Death + Robots ad essere solida in ogni episodio, anche i più fini a se stessi, senonché in alcuni casi si avverte l’isolamento dal contesto a cui appartengono le singole storie, e sembrano un po’ buttate lì, a far numero.

Anche le puntate meno esigenti di Love, Death + Robots riescono infatti a strappare una risata o suscitare interesse, ma non è attraverso questi che la serie testimonia la presunzione di voler essere altro, di più: ci sono infatti due, tre perle, che, vuoi per magnificenza visiva, vuoi per narrazione impeccabile, si impongono prepotentemente sulle altre e rimangono impresse con immediatezza e violenza nello spettatore.

A mio avviso (ce ne sono almeno 5-6 fra cui scegliere, a seconda dei gusti) gli episodi davvero imperdibili sono: La testimone, un capolavoro di grafica e onirismo, condito da un aspetto cyberpunk curato nei minimi dettagli e ben distaccato dalle immagini retoriche del genere, un vero gioiello di suspense, che riesce a non sfociare nel labirinto dell’incomprensibile pur di essere intellettuale, e si presta a varie interpretazioni con maestria e qualità; Buona caccia, che, anche essendo molto semplice sul piano della grafica, ha forse la storia più elaborata e simile ad un film, capace di scimmiottare Mulan mettendoci la giusta dose di splatter e malessere; per finire con il capolavoro indiscusso della serie Zima Blue, una pillola filosofica il cui senso, carpito alla fine attraverso una narrazione encomiabile, vi lascerà a bocca aperta e con la pelle d’oca.

Anche se con una grafica semplice, ma particolare (l’animatore è lo stesso dei Gorillaz), Zima Blue è la vittoria sancita di Love, Death + Robots, la prova lampante che la modernità può rifarsi, anche in pochi minuti e in maniera “rozza”, alla filosofia più antica e ad un senso tutto, non disertando ogni velleità concettuale in virtù del bell’aspetto o del facile tranello emotivo.
Speriamo vivamente che la strada iniziata da Love, Death + Robots sappia rimanere sui binari giusti, non consegnandoci solo pazzie irrealizzabili da esseri umani, ma che sfrutti il potenziale creativo e onirico della sconfinata immaginazione concretizzabile attraverso questa benedetta tecnologia.

Enrico Zautzik

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