Loro 2: una ciambella gourmet ma senza buco

 In Cinema e Teatro

Loro sono impalpabili, caleidoscopici, presenti troppo assenti. E lui non si rivela mai, né come umano, né come politico. Questo è “Loro 2” (secondo capitolo del dittico di Sorrentino in sala dal 10 maggio).

Ai titoli di coda ci si sente quasi come la pecora protagonista della scena iniziale del primo capitolo: inermi, fermi e freddi, in una stanza bellissima dalla temperatura troppo bassa.

Non è una stroncatura questa, chiariamo. Quando si tratta di geni della pellicola non abbiamo sempre il diritto di dire male. (Memento…) Ma le aspettative erano alte e altre, e il giorno dopo la visione del secondo film, a freddo, la percezione di aver morso una ciambella gourmet e senza buco (quindi non una ciambella) è innegabile.

La trama.

Fortunatamente Sorrentino, dopo l’incipit al limite del porno del primo capitolo, torna più intimista, e racconta di B. e dei suoi tentativi di corruzione, di Veronica Lario e della fine di un matrimonio, e del vuoto dietro e dentro i giochi “a corte”.

Punti deboli.

Uno. L’impalpabilità della narrazione, figlia o nipote dell’estetica (fatta di una fotografia da Oscar) lievemente autoreferenziale che il regista fatica a mettere da parte.


Due. Perché nessuno dei personaggi principali (nonostante interpretazioni promosse con ottimi voti) riesce a marchiarci a fuoco? Pensiamoci. Fatta eccezione per Paolo Spagnolo (Dario Cantarelli) e Stella (la giovanissima Alice Pagani), il resto dei personaggi rimane in Sardegna invece di tornare a casa con noi.
Certo, non era un’impresa facile quella di Sorrentino, c’è da dirlo. Sono volti e racconti che da più di una decade conosciamo tutti. L’unica possibilità del regista era rivelarci qualcosa di irrivelabile, in un modo mai pensato da nessuno prima. Secondo voi ci è riuscito?
Immaginate una fusione tra “Loro”, “L’uomo in più” e “Le conseguenze dell’amore”. Immaginate un Silvio Berlusconi che si muove nelle stanze di Titta di Girolamo e viene raccontato coi toni giovani, umili e impertinenti di Tony Pisapia. Seducente, eh?

Un vendiore è un uomo solo, forse è l’uomo più solo al mondo, perché parla in eterno e non ascolta mai.”

Punti forti.

Uno. La fotografia. Benedetto sia Luca Bigazzi! Anche in questo capitolo una scena maestosa si fa sintesi del senso della pellicola. Il terremoto a L’Aquila. La città crolla, di un moto scuro, invasivo, maestoso e lento. Si riesce quasi a credere che pure lo schermo crollerà, una scena tattile, insomma. E completamente inaspettata, oltre che bellissima (ma la grande bellezza imperitura che Sorrentino porta sempre con sé ha una fama che ormai lo precede di gran lunga).
A raccontare l’inaspettato, Paolo è dio.

Due. L’educazione sentimentale. L’ultima parte del film ha per baricentro la fine del matrimonio tra Silvio e Veronica. Impossibile non parteggiare per uno dei due (non per forza Veronica, e questo è un grosso punto di merito della scrittura dei personaggi). Tempi, spazi, dialoghi e colori sono quasi catartici.

Il film vale, insomma, il prezzo del biglietto? Sì. E volete sapere una delle ragioni? La performance elegantissima di Tony Servillo che canta “Malafemmena”, stretto nei panni di milanese, ma con un cuore caldo, vesuviano e lavico che fa quasi innamorare.

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Annarita Chieffo

Annarita Chieffo

Nata in Basilicata nel 1990. Il suo Dio il settimo giorno non si riposò: creò carta e penna, la commedia all'italiana, il cinema francese, quello coreano, l'odore di polvere dei vecchi libri, i dischi in vinile, le autostrade e Monica Vitti. E' convinta che non ci sia niente che Woody Allen e una pizza non possano curare. Non sa fischiare, e i numeri le fanno venire l'emicrania. Certi giorni scrive per vivere e certi vive per scrivere, ma non li distingue mai.
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