Lolita – l’arte senza tabù

 In Letteratura

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia.
Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo.
Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita”.

È così che Vladimir Nabokov la descrive, la sua Lolita. Dodici anni lei, quaranta lui, Humbert Humbert, affascinante e annoiato francese trasferitosi negli Stati Uniti. Nonostante il libro non parli mai troppo esplicitamente del suo rapporto con Dolores, l’ultima bimba – ma non la prima – a suscitare la sua attenzione sessuale, leggere questo libro è una lotta continua tra l’istinto di gettarlo il più lontano possibile o il continuarne la lettura.

Situazione comune alla nostra generazione è quella di arrivare alle opere d’arte con mostruoso ritardo, e non mi riferisco soltanto ai limiti anagrafici che non ci permettono di arrivare per tempo (quando Lolita fu pubblicato per la prima volta dall’Olympia press, casa editrice erotica nel ’55, mio padre e mia madre non erano ancora nati), quanto al fatto che, avendo la maggior parte dei grandi classici una trasposizione cinematografica, spesso di eccelso livello, ci risulta più facile l’approccio a quest’ultima che all’opera originale.

Ed è dunque proprio grazie a mio padre, il mio libraio di fiducia, che un paio di mesi fa ho messo le mani su questo libro.

Quando alla scorsa riunione di redazione era saltata fuori l’idea di scrivere un pezzo su uno dei libri che stavamo leggendo, ho pensato potesse essere interessante scrivere qualcosa sull’opera di Nabokov. Non capita spesso di avere l’opportunità di scrivere a proposito di una pietra miliare della letteratura. Misurarsi con cose così grandi ci porta ad un livello successivo, in cui le nostre parole passano in secondo piano e servono solo ad incorniciare un lavoro già grandemente celebrato.

Quello che però ignoravo era la difficoltà che avrei avuto nel finire il libro. Come ho accennato, il primo impulso che ho avuto leggendolo era quello di scaraventarlo lontano. Ogni pagina; ogni singolo periodo è così carico di morbosità e sessualità nei confronti di una bambina, che si legge con il timore di esserne coinvolti, di diventare partecipi ai sentimenti di Humbert, di diventare suoi complici.

Humbert svolge egregiamente il suo lavoro. Scrivendo infatti il libro dalla sua cella, si rivolge al giudice e alla giuria sperando che loro capiscano il suo comportamento, si batte in difesa della sua passione per le ninfette, così come lui chiama le ragazzine da cui è attratto, e in effetti, in parte, ci riesce.

Tra i limiti d’età tra i nove e i quattordici anni non mancano le vergini che a certi ammaliati viaggiatori, i quali hanno due volte o parecchie volte il loro numero di anni, rivelano la propria reale natura: una natura non umana, ma di ninfa (vale a dire, demoniaca). Orbene, io propongo di chiamare -ninfette- queste creature eccezionali.

È spaventoso perché è scritto in modo tale da farti avvicinare a lui e al suo punto di vista, e se all’inizio disgusta, suscita un malessere profondo, alla fine si riesce a comprendere il perché delle sue azioni senza condannarle aspramente. Ci proietta nella sua situazione di uomo convinto di non fare nulla di male, di persona assolutamente innamorata, di un amore incondizionato e profondo.

È tremendo perché ci mette davanti ad una situazione terribile, leggendo si gode della bellezza indescrivibile della prosa e si teme per la nostra voluttà.

È sublime perché maestoso, è un’opera di infinita poesia, costruita con sapienza. E fa ancora più effetto pensare al fatto che Nabokov, russo di nascita, lo abbia scritto interamente in inglese, padroneggiando una lingua non sua come pochi riuscirebbero.

Il punto che mi turba è però un’altro. Da quando ho finito il libro mi sto chiedendo con insistenza se ci debba essere un limite nell’arte, se sia giusto che gli artisti abbiano dei tabù, o se invece, in quanto artisti, debbano avere la libertà di poter esplorare con tocco magico ogni argomento di loro interesse. Quando me lo chiedo mi rispondo sempre pensando al fatto che solo in mancanza di democrazia si pongono limiti all’arte; si costruisce una staccionata dove al suo interno si pongono gli artisti a pascolare, che possono brucare soltanto l’erba all’interno di quel terreno senza poter saltare fuori, e questo mi turba.

Dall’altro lato mi trovo a pensare a questo più spesso di quanto non voglia, e forse capisco che non ero pronto, che avrei fatto meglio a tenere il libro da parte per un bel po’, a riaprirlo con uno sguardo più maturo, più distaccato, e a giudicarlo solo ed esclusivamente per quello che è. Un meraviglioso, ipnotico, disgustoso romanzo di fantasia.

La guardai. La guardai. Ed ebbi la consapevolezza, chiara come quella di dover morire, di amarla più di qualsiasi cosa avessi mai visto o potuto immaginare. Di lei restava soltanto l’eco delle foglie morte della ninfetta che avevo conosciuto. Ma io l’amavo, questa Lolita pallida e contaminata, gravida del figlio di un altro. Poteva anche sbiadire e avvizzire, non mi importava. Anche così sarei impazzito di tenerezza alla sola vista del suo caro viso”.

Bruno Liguori

Bruno Liguori

Nasco a Napoli nell'88, frequento la Sapienza di Roma ma mi laureo a Napoli in scienze della comunicazione. Ho vissuto in Australia per un po' ma sono tornato a casa dal mio cane Pollo.
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