Local Natives – Sunlit Youth – Recensione

 In Musica

Settembre: il mese che più di tutti è in grado di dividerci nel profondo, tra quelli che ancora non riescono a capacitarsi che l’estate sia finita sul serio, e quelli che invece sono già proiettati a fare l’elenco dei buoni propositi per l’anno che ricomincia, lavorativo o scolastico che sia. Partendo dal presupposto che non ci troverete mai a postare foto sui social con hashtag del tipo #neverendingsummer #wakemeupwhenseptemberends (#disagio), il nostro unico buon proposito è quello di ascoltare musica buona. E neanche a farlo a posta si comincia col botto: tornano i Local Natives, band californiana alla quale sono molto legato per diverse ragioni. Una di queste è averli ascoltati dal vivo ben due volte, e devo dire di essere rimasto in entrambe le occasioni davvero impressionato.

Partendo da un’introduzione wikipediana, i Local Natives provengono dalla famigerata OC, l’Orange County che noi tutti conosciamo grazie al poster dei Nirvana in camera di Seth Cohen. Per mancanza di stimoli Kelcey Ayer, Ryan Hahn, Taylor Rice, Andy Hamm e Matt Frazier decidono di trasferirsi a Silver Lake (Los Angeles), quartiere sicuramente più nelle loro corde, definito il vero centro della scena rock alternativa di LA.
I nostri eroi si formano nel lontano 2005 e dopo un cambio di nome (all’inizio erano conosciuti come i Cavil at Rest), nel 2009 irrompono nelle nostre vite da musicofili con Gorilla Manor, un signor album di debutto composto da 12 tracce delle quali è davvero difficile stilare una top 3 senza far dispiacere qualcuno. Questo lo dico perché probabilmente i Local Natives sono una delle band in circolazione che meglio incarna il concetto di indie. Prendendo come riferimento proprio il loro primo album si possono ascoltare pezzi provenienti dalle più svariate influenze: da Who Knows Who Cares con i suoi archi e vocalizzi, passando per Sun Hands e Warning Signs, con ritmi molto più sostenuti e con le quali la band si avvicina molto ai Dodos, alle Stranger Things e World News, che non solo accontentano i malepratici* dell’indie (malepratico: colui che non è avvezzo a*), ma riempiono le tasche dei nostri 5 ragazzi californiani con buonissima regolarità. Insomma tante cose diverse se non addirittura opposte tra loro, tenute insieme perfettamente.

La copertina del disco

La copertina del disco

Dal 2009 ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti e finalmente lo scorso 9 Settembre abbiamo visto uscire Sunlit Youth, terzo album della band pubblicato da Loma Vista Records. In una curiosa intervista rilasciata dalla band non molto tempo fa, Kelcey e Ryan, i frontman/leader a pari merito della band, ci spiegano che per quest’ultimo lavoro il processo è stato totalmente differente rispetto ai primi due: invece di ritrovarsi per ore in sala prove e tradurre in musica ciò che veniva fuori – così come propriamente agisce una band – questa volta hanno lavorato sulle tante idee che singolarmente ognuno di loro aveva abbozzato durante gli anni in tour. Il frutto di questo enorme quantitativo di materiale è un album di tutto rispetto, ben strutturato e con canzoni degne di essere aggiunte ai vostri preferiti su Spotify, che senz’altro permette alla band di recuperare un bel po’ di notorietà perduta nel corso degli anni. Notorietà perduta per colpa di Hummingbird, secondo album della band che visti i risultati del primo, dire che ha deluso le aspettative è volerla toccare non piano, ma pianissimo. Non a caso nella mia breve bio della band, ho voluto saltare pindaricamente quest’album poiché davvero povero di idee. Infatti nella stessa intervista citata poc’anzi, i LN ammettono che il loro percorso fino ad ora (terzo album compreso) è stato un sali-scendi, dove a scendere sono scesi appunto con il secondo album. Ma una volta lasciato alle spalle (a detta di Kelcey) il loro primo vero momento di difficoltà, i Local Natives tornano su sonorità e arrangiamenti degni dei loro primissimi anni.

I primi passi di questa risalita al successo sono stati i singoli arrivati a noi già da qualche mese: in ordine cronologico e non di gradimento Past Lives, Villainy, Fountain of Youth e Coins. Le prime due sono tra quelle meglio riuscite, soprattutto se diamo un’occhiata alle loro ultime esibizioni unplugged – in cui la band forse esprime il meglio di sé – il che non so fino a che punto sia un punto a loro favore. Villainy apre l’album in modo deciso con ritmi ben scanditi e voci soavi, indubbiamente il loro marchio di fabbrica; Past Lives tiene bene il passo e fa un po’ il verso a Sun Hands (Gorilla Manor), senza però arrivare ai quei picchi di adrenalina nel momento in cui la band tutta, inizia ad urlare a squarciagola; Fountain of Youth è la canzone simbolo dell’album e quella che meglio delle altre 11 canzoni rappresenta la spensieratezza che la band tiene a sottolineare – con tanto di ritornello “we can do whatever we want” – anche se preferisco di gran lunga Mother Emanuel e Ellie Alice che invece riprendono il canovaccio di Airplanes, senza dubbio il loro pezzo più rappresentativo.

Dunque signori, così come settembre divide i poser che hanno visto i propri selfie-stick mozzati da cesoie di 40cm, da quelli che come noi provano a dare un senso all’anno che riparte, a loro modo anche i Local Natives dividono le folle. C’è chi li accusa di essere un blob che ancora non riesce ad assumere forma definitiva o di non avere diritto di essere parte integrante del “giro giusto” – citando il mitico Bugo – del music business. Contro queste tesi da criticoni spara sentenze come nemmeno Rolling Stone Italia saprebbe fare, ci siamo noi che invece difendiamo i Local Natives a spada tratta e lo facciamo semplicemente perché suonano bene, sono attraenti in quanto a stile e idee espresse, ma soprattutto perché sono molto più solidi di quanto si crede. Ascoltare per credere.

Enjoy!!

 

Camillone

Camillone

vivo tra Napoli e Milano. Ognuno ha un Dio a cui rivolgersi e pregare; io ho la musica.
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