Sono sicuro che ormai la musica mi stia sfuggendo di mano.
Ma più che la musica stessa, è la forma che essa sta assumendo che proprio non riesco a capire. Ho la scomoda sensazione di essere un relitto di un’epoca morta, tipo un hippie che fa l’autostop in una società che ha paura del proprio vicino, o uno di quei rockers-bikers-criminali che ora si sono messi ad aiutare le vecchiette ad attraversare la strada, quando il loro codice di vomito e coltellate è diventato troppo estremo per il perbenismo imperante.

Sarà così.


Eppure, combattendo questo dubbio, quando si collegano le sinapsi e si avvia la macchina sgangherata ed inutilmente trasversale che è la mia mente, tossendo e sbattendo le palpebre, non riesco del tutto ad eliminare l’arrogante quanto aritmetica convinzione che cose come Liberato sono veramente una merda.
Non è che voglia buttare tutto al macero, per carità.
I video di Lettieri sono talmente ben fatti che potrebbero essere muti (anche se alla quarta canzone iniziano a peccare di spunti originali), e lo spirito identitario che trasuda dall’anonimo Liberato napoletano va preservato, promosso, ancor meglio se internazionalizzato. Vedere gli scugnizzi che impennano a piazza Mercato è poetico e tribale: trasmette la sensazione di bellezza rude e popolare di cui siamo portatori solo a Napoli e forse in una decina d’altri posti nel mondo.
Anche il romanticismo senza vergogna, messo lì sul piedistallo in ossessiva ripetizione, ha un intento nobile, filantropico, soprattutto in un futuro su cui pende, sempre più pesante, la ghigliottina del materalismo.liberato

Ma non stiamo parlando di musica. Perché se parliamo di musica (lasciando il concettuale ai segaioli che con la loro vuota dialettica potrebbero esaltare anche una busta di plastica portata dal vento) c’è ben poco da dire. È tutto di plastica. La voce di Liberato, la base di Liberato, Liberato stesso non è che un allucinazione scintillante su uno scaffale per chi fa di una merce emozione, e riesce a provare empatia con una figura che non dice niente.

Cosa dice Liberato?
Che l’ha lasciato la ragazza. L’hanno vista con un altro. S’è scurdat r’iss. O sta appennenn.

Con tutto il rispetto per l’ipotetica sofferenza d’amore che muove questi testi qualunquisti e ripetitivi, ci ha veramente disintegrato qualcosa.
La domanda principale non è perché ci propinino Liberato, ma perché lo accogliamo con gioia.

Quale mancanza critica ci fa deglutire questa vendita assillante?
L’unica cosa che ha montato questo caso mediatico, se così non ci vergogniamo a chiamarlo, è l’appeal dell’anonimato. Pur essendo roba vista e stravista, il vecchio trucco della maschera non smette di toccare le nostre corde emotive da casalinghe disperate, e tutti lì ad impazzire per il tizio misterioso ed il suo video misterioso apparso misteriosamente su youtube.
Mi sono sforzato a lungo, ma non sono riuscito a vederci altro che questo.

Riproducendo una a caso delle canzoni del compatriota musicante si ha sempre la stessa sensazione: la prima decina di volte si pensa che sia orecchiabile, ah la frase in dialetto, uh poi quella liberatoin inglese, ah il beat che riparte al momento giusto dopo la piazzata in napoletano; superata la decina si inizia ad avere l’idea di essere caduti in un brutto loop, dove tu sei Liberato ma non sai da cosa, e Liberato ti sta cantando nel cervello e vorresti trovare questa maledetta femmina che lo ha appeso giurandole che iss è nu brav uaglione; arrivati alla cinquantesima (vuoi perché hai degli amici problematici, vuoi perché nei bar le fissazioni di moda sono d’obbligo o ancora perché in qualche locale qualcuno ha sbagliato mestiere) inizi davvero a essere esausto e sfiancato.

L’assillo è la struttura principale della musica Liberata (e non solo): essa fa parte di quella galassia di sound moderno che ha l’incomprensibile pregio di entrarti nel subconscio, rimestandosi da solo o insieme a qualche ricordo sbiadito e qualche canzone dimenticata, rispuntando fuori mentre sei sul motorino oppure mentre cammini e pensi sia il caso di avere una colonna sonora.
Motivetti ripetuti per altro in modo quasi uguale in tutti i pezzi finora rilasciati.
Un’altra orrenda sensazione infatti è quella di stare a sentire sempre la stessa canzone, aiutati dal fatto che il tema rimane perfettamente invariato. Liberato non riesce proprio a rassegnarsi che la tipa lo abbia lasciato. E noi, placidi schiavi del cool, ingurgitiamo questa tarantella suonata malissimo accontentandoci del suo qualunquismo, della superficialità delle parole ripetute come slogan.

liberato

Perché Liberato è uno slogan. Nient’altro che un manifesto essenziale ed immediato a cui aderire senza spirito critico.
Suona benissimo, come la base, come il cantare tutti insieme qualcosa che non sappiamo perché stiamo cantando ma riusciamo a cantarla tutti perché è così facile, è tutto ok, è Liberato: lo sentiamo tutti.

Musil ne “L’uomo senza qualità” divideva gli uomini in due categorie: gli uomini di realtà e quelli di possibilità.
Io appartengo decisamente alla seconda specie, e non riesco a togliermi dalla testa l’idea che se avessimo visto la faccia, magari rubiconda e sorridente, oppure scavata e involontariamente triste del signor Liberato, egli si sarebbe consumato come un fiammifero finendo nel purgatorio delle comete musicali insieme a tantissima gente di inizio 2000. Questo rende molto patetica una passione viziata da un imbroglio palese; una studiata, ritmata, sintetizzata presa per il culo che potremmo smascherare benissimo ma, ed è questa la cosa grave, ci accontentiamo di avallare.

Ci accontentiamo del fatto che una bambina che dabba in un Nike Store dovrebbe essere il giusto baluardo per rappresentare la nostra vita, il nostro fuoco artistico. Magari perché ci è arrivata in motorino senza casco.

Anche in questo il fenomeno Liberato rimescola slogan visivi e culturali, cercando di modernizzare il napoletano nel peggior modo possibile, ossia come avviene nella realtà: scimmiottando una globalizzazione incamerata a forza dalle generazioni più giovani, che colpevolmente stanno perdendo (anche se non ancora del tutto) la prerogativa di non lasciarsi inquinare; del resto a Napoli siamo famosi per questo: per la caparbietà con cui rimaniamo napoletani.liberato
Questo concetto, almeno nei video, mentre i testi vanno per la loro strada, rimane forte e ben espresso come dicevo all’inizio: ma a ben guardare viene comunque accomunato ad una sorta di plasticismo effimero, una finzione geografica che ha la pretesa di restare tradizionale parlando a tutto il mondo.
Forse ci riesce, ma non benissimo, perché quelle che vengono proposte non sono altro che iconografie senz’anima di caratteri grotteschi, dozzinali, del mondo partenopeo. Non c’è (colpa sia della musica che della povertà dei testi) una vera immersione in una vicenda che potremmo dire nostra: solo posti buttati a caso un fotogramma dopo l’altro. Boom, icona, mare, vesuvio, motorino, ultras, niente casco.
Spauracchi coerenti, sicuramente, ma ammassati stretti e senza continuità di senso, con l’inevitabile epilogo di sembrare dittatoriali richiami per dire: “ehi sto a parlando a te”.
Azzardando un paragone blasfemo solo per spiegarmi meglio, ascoltando Pino Daniele uno la SENTE Napoli, ascoltando Liberato gli viene fatta vedere. Guarda, sta qua. Qui è dove te la fai pure tu.liberato

Io ho smesso ormai di considerare criminosa la vendita di qualcosa di assurdo o inutile o terribile, ma non rinuncio a reputare l’acquisto, da parte del pubblico, di queste bolle pubblicitarie come una vera e propria malattia collettiva. Siamo ormai programmati per sottometterci all’unisono a qualsiasi cosa abbia una confezione pregiata, curata e ricamata a mano, anche ammesso che manchi di qualsivoglia contenuto.
E quindi siamo noi i colpevoli di Liberato, siamo noi a dover essere liberati dal subdolo meccanismo dell’accettazione totalitaria del nulla, bisognosi come siamo di qualcosa, qualsiasi cosa, tanto da cercare di vederlo anche dietro ad una maschera probabilmente vuota.

 

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Enrico Zautzik

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