L’epica sportiva e il nuovo modo di raccontare il calcio

 In Approfondimento, Sport

L’universo calcistico è cambiato. Negli ultimi vent’anni tifosi, giocatori, allenatori, ma soprattutto l’approccio giornalistico, hanno vissuto una radicale metamorfosi di usi, costumi e sentimenti.

img_uhPLoyRicordo quando mio padre mi raccontava come, da bambino, dovesse aspettare il lunedì sera per vedere i gol della domenica: ventiquattro ore di attesa, un unico replay. Adesso il tifoso può vivere la squadra quotidianamente, sentire in settimana l’ansia pre-partita, prepararsi psicologicamente all’evento: la vittoria come unico scopo, un concetto tanto nuovo, quanto vecchio. La visione della “partita della vita” e l’accanimento quasi religioso per la squadra, di certo non possiamo dire di non conoscerli (soprattutto a Napoli e in genere nel sud), o che sia una novità relativa all’ultimo decennio.

Ma il cambiamento, sicuramente, è stato netto e consistente. La partita non è più un mero racconto giornalistico, perché dilaga ormai l’ottica della battaglia, dello scontro all’ultimo sangue, della deificazione degli eroi, un po’ come avviene con la corrida in Spagna o talvolta addirittura come avveniva nell’antica Roma con i gladiatori al Colosseo.

03_400X300-TBMLa partita finisce per essere vissuta con quella partecipazione emotiva tipica di chi assiste ad un evento eccezionale, che si trasforma inevitabilmente in un incredibile processo di costruzione di identità collettive e di gruppo. Il calcio diventa quindi un contesto a parte, dove non solo si producono, ma si rinnovano in maniera rituale eventi straordinari; si verificano anche eventi sconcertanti, e quindi necessariamente  imprevedibili e talvolta paradossali. Questo perché lo spettacolo, più viene mediatizzato, più produce partecipazione attiva ed emotiva, e quindi adesione individuale.

Tale inversione di rotta si è verificata anche grazie ad un nuovo modo di fare telecronaca, che coincide con la rivoluzione di un ruolo, quello del telecronista, diventato un mestiere sempre più carismatico ed empatico.

Il primo in Italia a invertire questa tendenza, fondando su questo la sua popolarità, è stato Sandro Piccinini, telecronista sempreverde delle reti Mediaset, che con i suoi aneddoti e le sue tipiche frasi ha divertito e galvanizzato un’intera generazione di giovani appassionati. Ma probabilmente l’anno zero (in Italia quanto meno) è stato il 2006, l’anno della vittoria azzurra nella Coppa del Mondo. Durante il Mondiale tedesco, gli ormai famosissimi “intro” di Fabio Caressa hanno emozionato e assorbito il tifoso più accanito ma anche il semplice spettatore, inserito forse per la prima volta in una dinamica del linguaggio a lui sconosciuta. Il brivido, la pelle d’oca prima della partita, l’immedesimazione, la preparazione psicologica e la visione della battaglia (della partita quasi come una battaglia) , creano l’empatia, avvicinano e allontanano, costruendo un vero e proprio trampolino per l’evasione e la spettacolarizzazione di un evento già a priori decisamente carico di aspettative, interessi economici, televisivi e spesso anche politico-territoriali.

Campionato del Mondo Germania 2006

Siamo insomma all’”epica della battaglia”, che intrinsecamente si riflette anche, e inevitabilmente, nel mondo del calcio giocato. Ecco allora figure di allenatori carismatici, quelli che chiedono il massimo impegno ai propri giocatori, in settimana ma soprattutto sul “ring”. Giocatori che vedono nel loro allenatore più un sergente di ferro che un tattico. Allenatori come Mourinho o Simeone, che negli ultimi anni hanno fatto di quest’ottica di gruppo e dello scontro all’ultima goccia di sudore la loro fortuna, come molti altri in passato, dal nostro Capello a Bill Shankly.

tiziano crudeli milan juventus 1-2Volendo scomodare i sociologi, si tratta di un concetto sul quale si sono basati raffaele auriemmatutti i nazionalismi storicamente rilevanti: l’ottica della guerra, l’”odio” nell’avversario e un leader carismatico, rafforzano il gruppo e i suoi confini, accalappiando consensi. Gira e rigira è quello su cui si fonda ormai il racconto giornalistico, colorato da telecronisti magari troppo appassionati o addirittura tifosi, che con urla e nomignoli, ed esternazioni spesso molto poco sportive, esaltano i tifosi più accaniti e spassionati.

Un racconto epico che si riflette anche, inevitabilmente, sulle figure dei giocatori, poiché in questa prospettiva il calcio mediatico necessita non di routine condite da performance nella media, ma di veri e propri fenomeni e prestazioni straordinarie. Eroi deificati, per i quali spendere gli aneddoti più coloriti e sorprendenti possibili, come avviene nei programmi di Buffa: approfondimenti giornalistici, ricerche fullscreen_pcdettagliate, vite (e situazioni storiche) passate al microscopio, per un format televisivo completamente nuovo, utilizzato in passato solo per documentari riguardanti la vita di grandi statisti, letterati o artisti di fama mondiale. Il tutto accompagnato dalle grandi gesta degli eroi moderni, da quelli senza macchia ai campioni mercenari. Lo spostamento dell’attenzione dalle classiche prestazioni complessive dei club o delle nazionali, al vero e proprio fenomeno, che sia un calciatore o un allenatore simbolo, capaci di trasmettere ma anche attivare emozioni ma sopratutto sentimenti di identificazione con le squadre stesse.

Una visione calcistica mediatica che marcia, economicamente parlando, sulla passione di miliardi di appassionati facendo leva sulla più primordiale pulsione di fede sportiva ed evasione. Un’interpretazione del calcio sicuramente percepita fin troppo, che favorisce le dinamiche del marketing e dei diritti televisivi, ma che diventa anche un’arma a doppio taglio: perché se dal da un lato fomenta l’ottica dello scontro in questa visione epica più simile all’Iliade che ad un semplice Roma-Juventus, dall’altro rende anche il calcio in qualche modo più “popolare” , rispedendolo alla classica partitella di quartiere, dove la vittoria era veramente l’unico modo per poter tornare a casa a testa alta e dormire tranquilli.

La campagna pubblicitaria di Sky prima dei grandi eventi sportivi sposa in pieno questo nuovo modo di vivere lo sport e il calcio attraverso quella che definiamo “epica sportiva”. Mesi prima dell’inizio della competizione approfondimenti, partite storiche riviste, biopic degli eroi passati e ricerca degli eventuali nuovi eroi che vengono sommersi da una pressione mediatica senza precedenti. É cambiato il modo di raccontare lo sport, e non è un caso che il più grande narratore sportivo dei nostri tempi, Federico Buffa, sia proprio uno dei fiori all’occhiello delle trasmissioni Sky. Sono aumentate a dismisura anche le pubblicazioni biografiche dei campioni dello sport, dalla bellissima “Open”, di Andre Agassi, alle tante (e meno riuscite) biografie di Cassano, McEnroe, Pirlo, Ibra, Ferguson, con una tendenza a cavalcare l’onda del successo che non disdegna la pubblicazione di biografie di “campioni” ancora giovanissimi, ancora in attività, ancora senza risultati impressionanti raggiunti.
D’altronde, come disse Pasolini, è vero che “Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimasta. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro.”
Allora aspettiamo la prossima battaglia.

Marco Marani

Marco Marani

Marco Marani, comunemente conosciuto come Nerus Oziantis, è una specie particolare alquanto affascinante. Mentre tutti gli altri esseri umani provengono dalle scimmie, molti studiosi ipotizzano lui discenda dai koala. Nato a Napoli, bivacca e scarabocchia a Firenze, dove è iscritto alla facoltà di giornalismo.
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