“Lei” è l’Amore. Recensione del film di Spike Jonze, Oscar alla migliore sceneggiatura originale.

 In Cinema e Teatro

di Lavinia Petti

Her. Lei. Chi si nasconde dietro un pronome? Lo sappiamo che la cercate, non fate finta di non capire. La cercano tutti, in un modo o in un altro, chi prima e chi dopo, tutti intrappolati in una ricerca che fa del Graal un soprammobile a portata di rigattiere. La donna perfetta. Una donna che vi faccia ridere e che vi ascolti, una che vi consoli e che vi sorprenda, che sia gelosa, ma non troppo, una con cui giocare e correre e scherzare, una con cui tornare bambini, il migliore amico in versione sexy, una a cui affidare i turbamenti della propria anima e con la quale condividere le opinioni sul mondo. Una che, anche se la giornata è andata da schifo, basta che vi guardi negli occhi perché tutto si aggiusti, almeno un po’. Una donna simile è difficile da trovare, rassegnatevi. Non datele nome. Continuate così, chiamatela ancora con quel pronome. È stregato, perfino per noi donne. Lei…

Spike Jonze firma una sceneggiatura da Oscar. Sapevo che avrebbe vinto la statuetta. Ho avuto la fortuna di assistere alla proiezione del suo film in anteprima, in lingua originale, e lo sapevo. I rispettabilissimi giurati dell’Academy, che da sempre hanno la tendenza a snobbare le commedie, scelgono di valorizzare le pellicole più leggere con premi secondari, come la sceneggiatura. A patto che, ovviamente, siano brillanti, ti strappino una lacrima quando meno te l’aspetti, che ti rivelino verità sulla vita e l’universo a cui, chissà perché, non avevi mai pensato, che ti facciano entrare in sintonia con i protagonisti. La sceneggiatura originale e mai banale di Spike Jonze (regista di Her, nonché dell’ormai cult Essere John Malkovich, de Il Ladro di Orchidee e de Nel Paese delle Creature Selvagge) era inevitabilmente condannata a vincerlo, quell’Oscar.

Da giovedì 13 marzo, nei cinema italiani, sbarca questa commedia agrodolce sull’amore. Perché, in fondo, Her è una storia d’amore a tutti gli effetti, straziante come ogni storia d’amore che si rispetti, solo decisamente diversa dal solito.

Innanzitutto, immaginate la situazione: siamo in un futuro non troppo futuro, e le relazioni che legano esseri umani e tecnologia sono ulteriormente progredite. Non spingetevi troppo oltre, non siamo in 2001 Odissea Nello Spazio o in Moon, pensate invece al rapporto di dipendenza che avete con i vostri iPhone, i pc, i laptop, i tablet, i notebook, o qualunque accessorio azioniate per primo la mattina, e poi ripetutamente durante il giorno, perdendovi lo spettacolo del mondo. Ecco, nel film di Jonze siamo giusto un paio di gradini più in alto.

Theodore Twombly, interpretato dal solito eccezionale Joaquin Phoenix, è un uomo timido e sensibile, capace di dare una voce profonda ai sentimenti, ma solo se questi sentimenti non gli appartengono e se non deve mettersi direttamente in gioco: scrive lettere d’amore per persone che hanno idee ed emozioni confuse, o non conoscono le parole abbastanza bene da riuscire a farle cantare e a riempirle di magia. Un giorno, il disadattato Theodore compra un nuovo OS, un sistema operativo parlante di ultimissima generazione, che non si limita solo ad assecondare le richieste del suo proprietario, perché fin dall’inizio si mostra capace di qualcosa di assolutamente straordinario per una macchina: il libero arbitrio. Il sistema operativo sceglie di chiamarsi Samantha, perché quel nome “le piace”, programmandosi sulla base di due semplici dati forniti da Theodore: il desiderio che la voce dell’OS sia femminile, e la bizzarra informazione che il legame di Theodore con sua madre non era dei più forti, visto che sua madre non lo ascoltava mai.

Ed ecco che nasce Lei. In pochi istanti, già dalla prima scelta, dal primo barlume di umanità, Samantha si dimostra intelligente, capace di crescere e di evolversi. Non le basta ciò che le viene detto, è curiosa, sa muoversi nella rete che tutto unisce e tutti divide, ponendosi domande e andando alla ricerca di risposte. Soprattutto, Samantha capisce che Theodore ha bisogno di qualcuno. E lei diventa quel qualcuno. Lei è la donna perfetta che tutti cercano. Ed è una macchina.

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Theodore si innamora di lei. Come non potrebbe? La voce di Samantha è dolce e sinuosa, provocante come l’attrice che quella voce gliela presta: Scarlett Johansson, vincitrice del Marc’Aurelio d’Argento per il Festival del Film Internazionale di Roma, 2013. Per quale film? Ma per Her, naturalmente. Un premio come migliore attrice dato ad un’attrice che sullo schermo non appare mai. Com’è possibile? Ascoltate la sua voce nella versione originale (in italiano, doppiata da Micaela Ramazzotti), e poi ne riparleremo. Ascoltate quella voce, così viva, così vera, allora capirete perché Theodore si innamora perdutamente di lei, e dimenticherete che quell’uomo, in realtà, è solo nella maggior parte delle scene, solo in mezzo ad una fiumana di gente, solo in metropolitana, solo sulla spiaggia, solo nel letto… non ci farete caso, vi riempirete del loro amore. E poi ogni tanto, proprio come Theodore, ritornerete con i piedi per terra e vi ricorderete che quella è una dannata macchina, che Theodore sta parlando con un maledettissimo computer che si spegne e si accende con un click, che non c’è un corpo dietro quella voce. E in quei momenti vi sentirete tristi per lui, che è arrivato a quel punto, e tristi per noi, che pian piano ci stiamo arrivando. Ma sono momenti, appunto, vi scorderete anche di quelli, poi la storia d’amore prosegue e vorrete sapere come va a finire, perché una storia d’amore impossibile è sempre quel che è, dai tempi di Apollo e Dafne. E poi Spike Jonze non ha voluto fare un film-denuncia sulla dipendenza dalla tecnologia, piuttosto raccontarci il bisogno dell’uomo di trovare la propria Lei, ovunque si nasconda, perché Lei non è soltanto una qualunque donna perfetta: Lei è l’Amore. E l’amore non è lussuriosa carnalità, concupiscente fisicità, viscida materialità, non è la morbosa vicinanza di due corpi, bensì l’elevata affinità di due anime, è dolcezza, è intimità, è complicità.

Per questo motivo sono pronta a scommettere che voi non giudicherete Theodore, neanche per un istante. Non si giudica l’amore, non si giudica la felicità. La si invidia, al massimo. Ma ovviamente, serviva la penna delicata e forte di Spike Jonze, dietro questa storia, perché ciò fosse possibile.

Phoenix è circondato da un cast femminile d’eccezione, capeggiato dalla splendida Amy Adams, seguita da Olivia Wilde e Rooney Mara. Tutti si muovono sullo sfondo di scenografie calde, color pastello, con abiti rubati ai ‘70, non c’è niente del futuro asettico di una tecnologia dominante in acciai e metalli. Anche dietro questa scelta registica si nasconde una nota di ironia, un ammiccamento alla forza della vita, che troverà nuovi modi per manifestarsi, anche i più inaspettati. Quindi, anche voi, lasciatevi sorprendere. E innamoratevi. Davvero, di chi vi pare, ma innamoratevi.

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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