Chi è veramente Michele Mari? Chi segue lo scrittore e ha amato i suoi romanzi come le sue poesie non può che aver nutrito un curiosità forte all’uscita di Leggenda privata, ultima sua fatica: un’autobiografia sui generis in cui Mari racconta di sé in modo giocoso e al contempo serissimo.

Senza dubbio fra gli scrittori più rappresentativi del panorama letterario italiano, Michele Mari è però anche figlio di Enzo Mari, da sempre considerato uno dei maggiori teorici del design italiano e mondiale, una figura ingombrante con cui Mari trova difficile rapportarsi fin dall’infanzia, maturando una lunga serie di insicurezze e manie che hanno fatto di lui una persona singolare e che rendono la sua storia un vero spasso per il lettore.

Enzo Mari è descritto come uomo rigoroso e distaccato, che tanto poco spazio riservava a gesti d’affetto quanto invece alla formazione intellettuale ed educativa del figlio – nella vita di Mari (junior) non erano ammessi i baci della buonanotte, segno di indecorosa svenevolezza.

Si tenga conto che mio padre istesso si sarebbe dispiaciuto di un affetto più pieno e spiegato, ogni morbidezza, ogni intenerimento di medulla … e in effetti mai visto piangere mio padre, mai l’occhio velato di commozione, il che non vuol dire che non si sia mai commosso, ma talmente al di sotto (sotto numerosi strati di corazza intendo), da non essersene accorto nemmeno lui.

Più tenera ed affettuosa la figura della madre (che i baci continuava a darglieli di nascosto, a luce spenta), una donna proveniente da una buona borghesia cattolica ripudiata, che amava disegnare e fare lunghe scalate sulle montagne insieme a Bonatti e Buzzati (sì, il Walter “re delle Alpi” e Dino lo scrittore), e madre amorevole, per la quale Mari (sempre junior) provava un forte senso di protezione – emblematica l’espressione sul suo volto da bambino nella foto di copertina del libro.

Per il genitore, dunque, affetto ammirato, di molto guardingo; per la genitrice, affetto afflitto, che non è un’allitterazione: è la verità.

Con una lingua unica, ricca e pulsante, Mari snocciola attraverso aneddoti divertenti, talvolta crudeli, la propria storia regalandoci momenti di forte tenerezza, altri di ilarità nei confronti di un ragazzino «campionario di tic e manie», altri di imbarazzo, e altri ancora di leggera invidia per un bambino che «in quel di Varazze, si trovava di fronte ai limoni, alle minuscole biche e al falco alto levato degli Ossi di seppia».

Questi ricordi sono racchiusi in una cornice fantastica di impostazione gotica, un dialogo cioè con i critici dell’Accademia dei Ciechi che hanno commissionato a Michele Mari l’autobiografia e controllano di volta in volta quello che scrive invogliandolo a spingersi oltre la superficie (lui in fondo è un personaggio noto e con un padre ancora più noto di lui) per svelare i ricordi più bui e ragionare su di sé e il rapporto con i suoi genitori. Il lettore si trova così a confrontarsi con un racconto ibrido, sperimentale e sfuggente, e che rispecchia a mio avviso lo stato d’animo dello scrittore nel suo approccio alla storia che tutto è fuorché una canonica, statica autobiografia.

Il romanzo ci mette un po’ ad ingranare, ha infatti un inizio lento e faticoso, come se un lungo preambolo consenta allo scrittore di prender tempo prima di iniziare seriamente a parlare di sé, ma Mari riesce pagina dopo pagina a lasciarsi andare vergognandosi sempre meno ed esponendosi ogni volta un poco di più: il risultato è una memorabile e personalissima autobiografia.

Si capisce che il dolore di un rapporto difficile con i genitori, con il padre in particolar modo, è ancora vivo, e Mari decide di servirsi genialmente dello strumento letterario per esorcizzare gli episodi più traumatici, e lo fa raccontandoli in chiave comica di modo che venga fuori il lato ironico e del tutto fuori dal controllo della vita – emblematica la sua volontà di esser diverso dal padre con l’incredibile somiglianza somatica fra i due.

Essere un Mari significava anche questo: assomigliarsi molto, salvo giocarsi ognuno per conto suo la propria unicità.

Un grande romanzo per chi legge, e forse una liberazione per chi lo ha scritto.

Valutazione dell'autore
Giulia Mele

Giulia Mele

In un momento imprecisato di un giorno qualunque mi è capitato di innamorarmi follemente delle parole. Da Tucidide a Capote, faccio delle storie immaginarie e di quelle suoi giornali il mio pane quotidiano, alternando la lettura alla scrittura. Passerei la vita con lo zaino da viaggio in spalla, ma al momento vivo a Londra (e sì, ho la moka nella mia credenza).