L’Eco di Platone

 In Approfondimento, Attualità

Solitamente si ha la tendenza a non riconoscere i propri errori.
Siamo più disposti a notare aghi nei pagliai altrui, che ad arginare l’incendio che divampa nei nostri. È più facile, semplice, meno doloroso per il nostro ego.
Ed è un po’ quello che sta succedendo nel caso sollevato dalle parole di Umberto Eco, che in occasione del conferimento di una laurea ad honorem in Comunicazione all’università di Torino, ha detto: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”.Umberto Eco_Laurea
Premettendo che l’estrapolare un minuto e mezzo di discorso, per definire un concetto del quale magari si è parlato per ore, è già di per sé un classico errore da popolo della rete, che cosa c’è di sbagliato in ciò che dice?
Che cosa risulta inaccettabile e classificabile come offensivo o qualunquista?
Personalmente credo che l’esimio neolaureato abbia ragione, completamente.
Ed il concetto da cui prendo spunto risale addirittura al 370 a.C. quando Platone parlava di una “democrazia che si ubriaca di libertà confondendola con la licenza” oppure di un ambiente in cui “la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione” ( da “la Repubblica” capitolo VIII, libera interpretazione di Indro Montanelli in “La stecca nel coro”).

Perché è proprio questo di cui Eco ha parlato: della legittimità massiccia che la visibilità nel mondo della rete crea. Eppure, noi tracotanti e orgogliosi individui di nuova generazione, ci sentiamo offesi. Minimizziamo uno spunto critico interessante quanto importante, archiviandolo come lo svarione di un vecchio nostalgico poco al passo coi tempi del mondo.
Invece dovremmo renderci conto di come sia realistico questo monito: sempre più spesso assistiamo alla consacrazione di notizie false o di personaggi senza alcun merito, dovuto all’impatto immediato e gigantesco che riscontrano con il pubblico del mondo virtuale. Ogni giorno nascono, crescono e muoiono notizie sensazionalistiche, miti indiscussi, idoli delle folle, in un marasma continuo, frenetico e compulsivo, scandito da click e scorrimenti di pagina; condanne, plebisciti, lamentele, rivoluzioni, moti reazionari, odi, amori, tragedie e commedie, santi, martiri e peccatori, assoluzioni qualunquiste e condanne perbeniste. Tutto questo magma si muove senza alcun freno fra i nostri schermi e purtroppo arriva ai nostri cervelli. Come si può negare che sia un meccanismo insano? Come si può essere tanto ciechiidiocracy1 da affermare che tutto questo non ci stia sfuggendo di mano? Senza poi contare l’innocente mancanza di strumenti culturali, di una fetta della popolazione, che non permette un’attenta selezione: per cui si montano stronzate gigantesche a cui tutti credono solo perché le hanno lette su internet.

Un esempio fra mille? La propaganda razzista e xenofoba che, nostro malgrado, prende forma e consistenza. Solo per il fatto che se ne parli, assume concretezza. E chi ha un pizzico di cultura in più o una forma mentis più umana, non può nascondersi dietro il fatto che gli imbecilli sono imbecilli e poco ci si può fare: questi imbecilli si moltiplicano attraverso la legittimazione di opinioni particolari che internet permette. E così si creano pseudo verità secondo le quali gli immigrati alloggiano in alberghi di lusso , e nessuno ha la capacità, sempre per questo confuso flusso perenne di notizie, di scovare la verità dietro queste vagonate di merda fumante. Nessuno arriva a capire che gli alberghi fanno a gara per accaparrarsi l’alloggio degli immigrati per ottenere sovvenzioni statali e magari guadagnarsi un ricco profitto in periodi di bassa stagione.
Così nasce il mostro, e giù masse di ignoranti presuntuosi che sparano falsità come fossero verità assolute, e si arriva a leggere di persone che dicono che negli altri paesi sparano sui migranti. Persone che evidentemente non hanno mai avuto occasione di notare che in Italia siamo piuttosto indietro in quanto a integrazione di minoranze etniche.

Allora cos’è che ci brucia davvero? Che a criticare sia un attempato signore che inconsciamente ci ricorda una figura genitoriale? O è davvero il contenuto in sé?
Quando è stata la fortunata, e artisticamente lodevole, serie tv Black Mirror a muovere più o meno le stesse critiche a questo mondo fittizio che prende sempre più corpo, nessuno ha alzato la testa indignato gridando al reazionario.
Dunque forse non è il concetto che ha fatto tanto scalpore, ma chi lo ha detto.
Non possiamo accettare la critica paterna perché il nostro orgoglio adolescenziale latente si contorce.
Eppure in tutta onestà mi sembra impossibile negare come questa libertà ben visibile sia degenerata in licenza di tutto, senza filtri. La questione non è certo la libertà d’espressione, ma il palcoscenico continuo di cui dispongono punti di vista particolari, soggettivi e poco fondati, che in un attimo assumono dimensioni da giganti e si vestono di verità; è come questo magma continuo ci inebetisca e ci renda deficitari nella qualità primaria della nostra ragione: la ratio critica. È questo quello che manca nel mondo virtuale, e, concedetemi, spesso anche nel mondo reale. O comunque è molto difficile da trovare.
In maggioranza ci sono solo una miriade incostante di asserzioni alle quali ognuno sceglie di credere in base alle proprie inclinazioni. È il definitivo omicidio del dibattito costruttivo, la crocifissione della dialettica come processo per arrivare ad una sintesi fra affermazione e negazione. Tutto questo in rete non c’è, c’è solo una massa di cani che abbaia in tutte le direzioni ed ognuno segue il rumore che sente più forte. Per questo credo che le critiche mosse ad Eco siano solo un’autodifesa vile, un paraocchi che preferiamo alla dolorosa accettazione che c’è un errore in tutto questo, e alla fatica di trattarlo.

Platone continuava dicendo un’altra cosa simile al concetto espresso da Eco: “…in un ambiente siffatto, quando raggiunge il culmine dell’anarchia e nessuno è più sicuro di nulla e nessuno è più padrone di qualcosa perché tutti lo sono…..”.
A quell’epoca certo non esisteva internet, e il filosofo parlava, spaventosamente in modo attuale, della società in generale. Ma cosa sono i social se non lo specchio della nostra società? Della parte che si vuol mostrare almeno. Ed è curioso constatare come questo discorso sia applicabile al mondo virtuale pur essendo stato concepito più di duemila anni fa.
Volete sapere come termina?
“Così la democrazia muore: per abuso di se stessa.
E prima che nel sangue, nel ridicolo
. ”
Non facciamo finta di non vedere che nella fase del ridicolo ci siamo entrati da un pezzo.

Enrico Zautzik

Enrico Zautzik

Non sono responsabile delle censure di quei %&*"°# degli autori
Enrico Zautzik

Latest posts by Enrico Zautzik (see all)

Post suggeriti

Leave a Comment

Contact Us

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.

Illeggibile? Cambia il testo. captcha txt

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca