Trentaquattro ore, tre aerei, quattro aereoporti  e troppa aria condizionata da smaltire. Finalmente l’odissea era terminata, dopo quasi due giorni mi trovavo in Ecuador, Quito, seconda capitale più alta del mondo a 2850 metri sopra il livello del mare. La storia dell’aria rarefatta e dell’ossigeno da gestire consapevolmente, l’avevo presa forse sotto gamba, ma posso assicurarvi che la mia prima sigaretta mi ha causato quasi uno svenimento. Uno dei primi spettacoli che mi si presenta davanti, alle prime luci del mattino, è la cima innevata del Cotopaxi.

(All’interno di una jeep fotografo una delle prime bellezze naturali che questo posto mi regala, Cotopaxi: il terzo vulcano più alto del mondo con 5872metri sopra il livello del mare).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla città di Quito i vulcani non mancano: la città è circondata da quattro vulcani il Cotopaxi (che significa “collo della luna” in lingua Quechua e dista circa 80km dalla città), poi abbiamo Il Cayambe, il “volcàn Antisana“, infine il Pichincha. Insomma se io da anni del Vesuvio ne facevo un vanto, i quiteni ne hanno a disposizione quattro, mica male.

Proprio prima di salire sulla cima del Cotopaxi, mi imbatto in una delle peggiori esperienze culinarie della mia vita. Se sentirete parlare di Cuy non vi fidate, digiunate. Tra melodie andine alternate a suoni cumbieri cerco di recuperare le forze prima di affrontare l’altura. Da buon viaggiatore, in un ristorantino ho provato uno dei piatti tipici del paese; il cuy dovrebbe essere un porcellino d’india ma in realtà ai miei occhi sembrava un vero e proprio topo arrostito. Ovviamente essendo il “gringo” della situazione non mancarono simpatici sfottò alle strane espressioni che la mia faccia faceva assaggiando.

La città di Quito è divisa in due parti. Le differenze sociali non possono non essere notate. La zona “nuova” è composta da grattaceli, grandi centri commerciali, vie per lo shopping; più che essere in America Latina sembra essere catapultati in una grande metropoli statunitense. Il peso degli U.S.A. come in gran parte delle nazioni latinoamericane è forte, non a caso la moneta nazionale ecuadoriana è il Dollaro Statunitense; nonostante ciò la voglia di indipendenza ideologica da quello che è il colosso del capitalismo è una consapevolezza politica che ho trovato quasi in tutti i Quiteni (dal ragazzino di 17 anni al signore di 60).
L’altra parte della città per la sua bellezza quasi indescrivibile è considerata dall’UNESCO Patrimonio Culturale dell’Umanità dal 1978. Stiamo parlando del centro storico ricco di colori, odori, stradine in discesa ed in salita, vicoli ciechi e piazze multiculturali gremite di persone. Il centro storico è di per sè un’opera d’arte, quasi una quarantina di chiese (molte di stampo barocco) edifici coloniali e costruzioni Inca, tutto a testimoniare le incredibili culture millenarie che hanno calpestato il suolo che va dalla Calle Loja alla Boulevard 24 de Mayo. Insomma una spirale di vivacità, gioia e entusiasmo che solo una capitale sudamericana può regalare.

(Basilica del voto Nacional, sorge in cima a una ripida collina a nord est di Quito e domina la vista della città).

Su una collina nel bel mezzo della città, troviamo il Panecillo. Ma prima ancora di capire l’importanza di questo luogo è giusto raccontarvi come sono arrivato sin li sopra. Mentre i miei amici ecuadoriani erano arrivati ai 3000 metri della cima senza il minimo accenno di sforzo, io tra una goccia di sudore e una parolina in dialetto napoletano mostravo chiari segni di cedimento. Fortunatamente vengo salvato da una vecchietta e dal suo asino; Tia Martita oltre a regalarmi delle foglie di coca (utile per alleviare la fatica in posti dove l’altura può creare difficoltà respiratorie, le foglie di coca vanno poste sotto la lingua e masticate lentamente) mi scorta con il suo simpatico animale, sino al Panecillo. Dalla statua della Virgen riesco a godermi il panorama mozzafiato guardando in lontananza le casette colorate e le montagne che circondano la città. Il Panecillo è un luogo caro ai quiteni in quanto da li è possibile vedere il campo di battaglia dove il combattente Sucre (uno dei militanti più cari a Simon Bolivar) sconfisse i colonizzatori spagnoli, conquistando l’indipendenza del paese nel 1822.

Trovandosi in un paese con una ricchezza di flora e fauna inestimabile, mi fu impossibile visitare solo Quito. Mi diressi verso le “porte di accesso” della Foresta Amazzonica nonchè il più grande serbatoio di biodiversità nel mondo. Incredibile pensare che a pochi passi da un grande città potevo trovarmi in uno dei polmoni del Pianeta. Dopo quasi sette ore di macchina avvertivo il cambiamento, forte e d’impatto. L’uomo e tutte le sue costruzioni lasciava il posto alla sontuosità della natura. Il clima afoso, quasi tropicale e gli alberi millenari accompagnavano il mio tragitto. Ovviamente non pensate di arrivare nella foresta amazzonica comodamente in macchina, la foto che segue vi farà rendere conto di quanto bello ma faticoso possa essere un viaggio in questi luoghi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa canoa a pelo d’acqua, che sembrava affondare sempre più, in realtà era davvero resistente. Il tragitto è stato più che piacevole, una vera lezione di vita fatta da uomini e donne che non mi sento di definire indigeni, ma che sicuramente avevano a che fare ben poco con il nostro mondo “civilizzato”. Un concetto infatti a cui loro tenevano molto era proprio la Pachamama, che in lingua Quechua significa Madre Terra, venerata in passato dagli Inca, dagli Aymara e dai Quechua.

Ma finalmente quel concetto di amore verso il proprio pianeta potevo capirlo anche io.

Francesco Fusi

Francesco Fusi

Sono nato a Napoli ed anche se odio tanti aspetti della mia città la difendo a spada tratta ; laureando in lingue all'Università Orientale di Napoli , lavoro in una pizzeria da troppo tempo , ciò non significa che sono stanco di mangiare pizze !!! Lo yoga mi salva nei periodi di nevrosi ; Obiettivo costante : VIAGGIARE !