Il Lazzaro Felice, e incosciente, di Alice Rohrwacher

 In Cinema e Teatro

Nel piccolo borgo di Inviolata è difficile dire che anno sia. I contadini abitano ammassati in poche case fatiscenti, si contendono l’uso di un’unica lampadina, non hanno acqua calda né tantomeno elettrodomestici. Coltivano senza tregua né guadagno il tabacco della Marchesa Alfonsina De Luca, dispotica regina delle sigarette. I contadini credono di essere sua proprietà, senza sapere né sospettare che in verità fuori, nel mondo esterno, la mezzadria è ormai illegale, così come le sue antiche forme di sfruttamento feudale. In questa bolla fuori dal tempo c’è anche Lazzaro, ragazzo talmente buono e candido da sembrare un idiota. Lazzaro è di poche parole, non si arrabbia mai, vive come in punta di piedi. Offre il suo aiuto a tutti, servi e padroni, senza porsi troppe domande. È lo sfruttato ideale. Tra lui e il figlio della marchesa, Tancredi, nasce un’amicizia che lo porterà lontano dalla sua Inviolata, in un viaggio nel tempo e nello spazio alla ricerca di qualcosa che forse non è mai esistito.

Il terzo film di Alice Rohrwacher, Lazzaro Felice, è tante cose, forse troppe. Fiaba esemplare, denuncia sociale, parabola politica. C’è Bertolucci, Olmi, Zavattini anche Pasolini in un film a cavallo tra tensioni e poetiche differenti, che faticano a trovare una loro unità. Nella prima metà del film c’è uno sguardo a tratti manicheo che ricorda quello di Novecento (parte prima): ci sono i padroni e gli sfruttati, i buoni e i cattivi tutti immediatamente riconoscibili, quasi stereotipati. Non ci sono però le bandiere, i progetti utopistici né la destra e la sinistra diametralmente (quanto chiaramente) opposte. Per i contadini di Inviolata non c’è nessun progetto di riscatto, né morale né culturale. In alternativa lo sguardo della regista (per fortuna) post-ideologico, ma non per questo (a tratti) meno politico, ricerca una sacralità tutta laica che sarebbe piaciuta di più al compianto maestro Ermanno Olmi. Sua è infatti la voglia di saltare al di fuori del tempo e delle sue regole, anche in maniera illusoria, pur di conquistare un punto di vista altro rispetto alla catena di sofferenza e fatica alla quale l’uomo sembra “condannato”. Così la seconda metà del film vorrebbe portarci dalle parti dei Cento Chiodi di Olmi, dell’Edipo Re pasoliniano, del Miracolo a Milano di Zavattini. Vorrebbe ma non possiamo dire che ci riesca.

Nella galleria di interessanti simbologie di cui Lazzaro Felice si sovraccarica si fa infatti fatica a cogliere una direzione, un progetto che superi la mera suggestione o la semplice osservazione (a tratti anche assurdamente superficiale) della realtà.

Lazzaro non fa altro che assistere. Davanti ai suoi occhi candidi il ciclo di sfruttamenti si ripete e s’inasprisce (i contadini compatti si riducono ad una massa eterogenea di poveri in lotta tra loro) ma questo non lo rende per nulla cosciente della sua condizione. Lazzaro assiste nella sua tonta beatitudine e non si fa toccare minimamente dal male che attraversa. Un po’ come il Candido sembra confinato nel “migliore dei mondi possibili” in barba a tutto e a tutti. Ma dove in Voltaire c’era la pungente ironia, qui c’è un alone di sacralità che confonde. Mi sbaglierò, ma la “santità” e la felicità di Lazzaro sembrano più una pericolosa condanna all’incoscienza. Soprattutto oggi nell’attuale clima politico/culturale che si respira nel nostro paese. Perché Lazzaro resuscitato non riesce a distinguere neanche una padella dalla luna, come fosse la parodia del Ciaula pirandelliano.

Questo Lazzaro felice non compie scelte, non si definisce rispetto a nulla, resta semplicemente se stesso, simbolo di una purezza ormai irraggiungibile e forse mai esistita (I Cento Chiodi di Olmi erano decisamente più sovversivi). Si stava meglio quando si stava peggio? È una sapiente provocazione che non abbiamo colto? Evangelica dimostrazione della forza rivoluzionaria degli ultimi? Purtroppo usciti dalla sala si ha solo la fastidiosa sensazione che la prima a non aver fatto chiarezza sia stata proprio la regista/sceneggiatrice. Ed è un peccato.

Lazzaro Felice è un’opera coraggiosa schiacciata dal suo stesso peso specifico. Resta un film paradossalmente più utile di moltissimi altri, capace come è di far discutere e di farci interrogare sullo stato attuale della nostra società. Vedetelo e discutetene tutti. Questo dovrebbe essere il cinema.

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Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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