Che fai a 24 anni dopo che ti sei laureato in economia alla Bocconi?

Due opzioni: o vai a fare consulenze per aziende intorno a Milano, oppure cerchi qualcosa di più. Più che? Non lo so, basta che sia di più. Mario Villani (Bari, classe 1989) sceglie la seconda e a settembre 2013 parte per l’Asia e va a fare lo stagista in Indonesia, a Jakarta. “Fare consulenza in Italia vuol dire che passerai i tuoi primi sei mesi a fare fotocopie, se ti va bene. Io volevo imparare qualcosa, ed ero molto attratto dall’Asia”. Due anni lì e da agosto 2015 uno e mezzo a Singapore, sempre per la stessa start up, Zalora (che, nonostante le spiegazioni tecniche del nostro prode, per me resta “Zalando Jakarta”), e poi una breve esperienza nel food delivery. A marzo 2017 Mario lascia tutto per lavorare a un progetto suo. Qual è la meta dove mettere in cantiere la sua prima start up? Home sweet home, l’Italia.

Il momento è quello in cui si trovano da un lato una sfortunata necessità e dall’altro la nostalgia che prende chiunque stia lontano da casa per più di un mese. Nasce così, e viene inaugurata due settimane fa, “NutriBees”, la mini azienda del cibo sano. Mario e il suo collega e compagno di studi Giovanni Menozzi pensano di avviare “NutriBees” quando la mamma di Giovanni incontra dei problemi nel seguire una dieta di un certo tipo per motivi di salute. Ma da lì al passo successivo è un attimo. In fondo chi non vorrebbe avere a disposizione i pasti del suo piano alimentare già pronti e soltanto da scaldare?

Ecco quindi la piattaforma sulla quale ordinare piani settimanali, sottoscrivere abbonamenti mensili, acquistare snack salutari, richiedere un piano personalizzato realizzato da una nutrizionista e ricevere il tutto sul proprio divano. Eppure, gli chiedo, gestire una start up che poggia su terze parti – azienda che confeziona i cibi a Venezia, corriere espresso in giro per la penisola – non si può fare senza lasciare un lavoro che ti piace e che paga bene? “Direi di no,” mi risponde Mario. “A Singapore guadagnavo quattro volte quello che avrei preso in Italia, non si pagano le tasse, ma una birra costa 11 dollari. Il problema però è che se inizi una cosa tua, e se vuoi che funzioni, ti ci devi dedicare. Non lo puoi fare nei ritagli di tempo.”

Tempo e impegno però non sono le uniche variabili in gioco: “Casa mi mancava ogni giorno, ok forse non proprio tutti, ma specie nei primi periodi, quelli di transito da un posto all’altro, mi mancava la pizza, una persona in particolare, scendere di casa e vedere il mare” e poi, come mi scopro a pensare anche io, “Mi mancava parlare italiano. Per il lavoro l’inglese va benissimo, è una lingua precisa ed efficiente.
Ma non ci puoi spiegare come ti senti”.

Il racconto di Mario mi fa ricordare di tutte le volte che provo a spiegare ai non napoletani (e poi a lui) che cosa sia la pucundria, ma non funziona mai. E a quanto sia difficile decidere di tornare. “Tornare è difficile. Non sai se hai nostalgia e basta, o se vuoi tornare per restare. Ogni volta che negli ultimi tre anni ho visto Nuovo Cinema Paradiso ho pianto come un bambino. C’è lui che da vecchio torna da Roma al suo paese natale e si accorge di come le cose sono cambiate…”. Ci pensa un po’ e continua: “Non sai se sono le cose che sono cambiate o se sei cambiato tu. Tornare in
Italia e restare è diverso. Non sono qua in vacanza. Milano è diversa, i rapporti con gli amici sono cambiati. Ma la vivo meglio”. E a casa casa? “A Bari ho più la sensazione del cambiamento nostalgico, sì”.

Mario ha messo insieme il desidero di provare a tornare per restare e quello di fare qualcosa di suo. Si è dato un anno per vedere come procede. “Lo considero un anno sabbatico. Però in cui crei qualcosa”. “NutriBees” in realtà non è il suo primo tentativo di start up. Ci aveva già provato qualche anno fa, ma il progetto non era mai partito. Perché? “Banalmente perché non sapevo cosa fare. Andare per tentativi costa. O hai tanti soldi o fai prima esperienza. Non sarei in grado di gestire le cose come faccio adesso se non fossi stato all’estero”.

Anche perché adesso è in grado di provvedere autonomamente alle spese iniziali. “Questa start up ci costerà 50mila euro per i primi sei mesi. I fondi pubblici che offrono in Italia non sono assolutamente vantaggiosi per i giovani imprenditori. Nessuno vuole prendersi rischi e a controllare il mercato sono sempre le stesse persone. Quando ti danno 25 o 30mila euro nella fase iniziale ti fanno un’offerta bassa, che probabilmente ti permetterà di crescere poco, visto che avrai degli obblighi nei confronti di chi ti ha finanziato (soprattutto se si tratta dei pochi privati attivi sul territorio). Da noi vedo gente con idee più che in ogni altro posto del mondo, ma le possibilità sono molte meno”.

Perché scegliere Milano come HQ di “NutriBees”? “Milano la considero casa mia al pari di Bari, ci ho passato i cinque anni
dell’università. E poi perché è vero che l’economia in questo senso gira di più qua. Vendere a Milano è più facile, ma in teoria sarebbe possibile farlo anche da Bari”. Poi ci sono i clienti: “Un pasto da noi costa circa 11,00€, in abbonamento un po’ meno. A Milano ci sono più persone disposte a spendere una cifra del genere e che ne hanno necessità, cioè lavoratori single in carriera che vogliono lavorare. Ma i costi si modificheranno sicuramente. Non mi pongo limitazioni in questo senso. Anzi, il progetto è arrivare ad avere una cucina nostra e preparare qualsiasi piatto richiesto dal cliente”.

A proposito di limitazioni, ci sono idee per l’estero? Dove sarai tra 5 anni? “Mi vedo sempre in Italia. Ma è tutto molto dinamico. Dipenderà dalle occasioni. Se dovessimo esportare l’idea in altri Paesi non mi spaventerebbe passare due anni in Sudamerica o da qualche altra parte. Magari è bello avere nostalgia ogni tanto”.

“Sei spaventato?”, mi viene da chiedergli. “No, non sono spaventato. Il fallimento è parte di queste cose. Nove start up su dieci falliscono, non arrivano al secondo anno. Il piano B non ce l’ho, ma non sono spaventato. Sono ansioso, come se avessi un figlio”. Si ferma e poi prosegue: “La sfida per migliorarsi è continua, ci sono molte cose che abbiamo in testa ma che ancora non possiamo fare. I fondi li cercheremo adesso per crescere, sarà un dialogo diverso”.

Che diresti agli altri giovani italiani con tante idee? “A chi ha tante idee direi che deve trovare il modo per realizzarle e i soldi per farlo. Se non hai né l’uno, né l’altro i bandi nazionali possono andare bene. Ma trovare un altro modo da soli è possibile. Andare all’estero serve, però poi bisogna tornare. C’è troppa gente che ci dice di andarcene e troppo poca che ci chiede di restare. Non c’è la fiducia nel futuro, ma non tutto quello che si fa in Italia deve essere fallimentare o fatto male. Bisogna crederci e cambiare, crescere insieme”.

Tutto giusto. Ma parlerebbe così se non se ne fosse andato? Il silenzio che precede il suo “Non lo so” è abbastanza eloquente. “L’amore che provo per l’Italia è dato anche dal fatto che me ne sono andato. Te ne vai dall’Italia perché è un paese che sta morendo, ma da fuori ti torna la voglia di farlo rinascere”.

Iolanda Sequino

Iolanda Sequino

Sono nata lo stesso giorno di Montale, però a Villaricca, provincia di Napoli, e nel 1990. Mi sono laureata in Lettere moderne alla Federico II. Il mio regno per gatti, feste a tema e giochi di parole. Studio come parlano le persone, mi piace un sacco.