Let it be, Lady Bird. There is still a light that shines

 In Cinema e Teatro

…E di luci in Lady Bird ne brillano parecchie. Basti pensare ai due Golden Globe vinti per Migliore Film Commedia e Musicale e Migliore Attrice Protagonista e alla candidatura agli Oscar come Migliore Regia. Sì, forse potrebbe bastarci ma, come ha detto F. prima di consigliarmelo a scatola chiusa, “in America se ne parla bene, ma chi li ha mai capiti i gusti e i criteri dei premi americani”.

Aperta la scatola possiamo dire che Greta Gerwin è la luce che brilla più di tutte.

Dopo aver interpretato in “Frances Ha” (USA, 2012) una ventisettenne “troppo imbarazzata per essere già una persona adulta”, che corre in cerca di se stessa sulle note di ‘Modern Love’ per le strade di una caotica New York, la neo-regista fa un passo indietro nel tempo e il primo dietro la telecamera. Torna a Sacramento, nella sua città natale, e da questo nuovo lato del set s’immagina e dirige un’egocentrica Christine McPherson (Saoirse Ronan) di dieci anni più giovane della sua Frances Hallinghton, che con più sfrontatezza e con capelli più rosa affronta i drammi e gli entusiasmi dell’adolescenza, nel timore corale – recitato ad alta voce da tutti gli studenti del ‘Cuore Immacolato’ – “di non riuscire a superare il nostro passato e di ciò che ha in serbo il futuro, di non riuscire a entrare nel college che vogliamo, di non essere amati, di non piacere e di non avere successo”.

Amen. Così sia. Così è.

Abbiamo capito ormai da tempo, e dai tanti spaccati televisivi e cinematografici, cosa aspettarsi dal racconto di vita di un’adolescente americana non benestante cresciuta alla periferia di una città puritana senza niente di speciale. È una storia già vista, ma c’est la vie; e se la storia (o la vita) non cambia, si può cambiare il modo di raccontarla. E ora andate pure in pace, perché la Gerwin ci riesce in maniera impeccabile, con un perfetto accordo tra fotografia, musiche e una scrittura intelligente e ironica che sfugge al rischio di pericolose banalità.

La personalità di questa giovane Lady Bird (è il suo nome di battesimo? Sì, si è battezzata “da sé, per sè”) si costruisce infatti su una sceneggiatura sapientemente studiata, che non sconfina mai nell’umorismo mediocre o nel drammatico scontato. Le reazioni di chi guarda non superano (e non dovrebbero superare in uno spettatore altrettanto intelligente e ironico) il sorriso e la malinconia: restano in quello spazio di emozione che non si fa risata fragorosa o pianto incontrollabile e non per questo annoia, ma piuttosto conferisce alla pellicola una bellezza artistica consapevole e misurata (per dirlo ancora con parole di altri, “il pianto e il riso sono esteticamente una frode”).

Il quadro che ne viene fuori ci racconta di un rapporto complesso tra una figlia ingrata e una madre che “non ti odia, è solo frustrata perché non sa come aiutarti” (dice il padre, quello buono). In primo piano la realtà, cruda, che una madre e una figlia possono anche non piacersi a prescindere dal cordone ombelicale:

– “Io voglio piacerti”

– “Certo che ti voglio bene”

– “Ma ti piaccio?”

– “ [sospiro profondo] Voglio che tu sia al meglio di ciò che puoi essere”

– “E se questa fosse la mia versione migliore?”

– “[sguardo incredulo e provocatorio]”

Sullo sfondo un’America di antidepressivi, di discount e sconto dipendenti, di accoltellamenti nella scuole pubbliche, di richieste di mutui e prestiti universitari, di domeniche trascorse a fingere di potersi permettere case in vendita “oltre il lato povero dei binari”.

Poi c’è il liceo cattolico, dove la gonna non deve essere troppo corta ma il “Salva un cavallo, cavalca un cowboy” passa inosservato.

L’amica sovrappeso che è l’Amica.

Il primo ragazzo con cui ci si rotola nel prato che può essere gay solo nei bagni della scuola.

Il secondo ragazzo che legge “A people’s history of United States” per avere impegnati argomenti di conversazione, quando “Kyle, altre cose sono tristi, non esiste soltanto la guerra!”.
Un’esperienza fatta nel modo sbagliato, perché “chi si mette sopra la prima volta?!”.
Un pacchetto di sigarette, un grattaevinci e una copia di Playgirl il giorno del diciottesimo compleanno.
La patente, e una Sacramento attraversata da una nuova e meno ostile prospettiva.

Finalmente il college a New York, dove Christine si chiama solo Christine ma “Cristo Santo, hai davvero della brutta musica. Hai solo ‘il meglio di…’”, ma “è il meglio, cosa c’è che non va”.

Niente Lady Bird, nei tuoi 92 minuti non c’è nulla che non va.
Shine until tomorrow.

 

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Francesca Mattiello

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