L’addio del Mucchio Selvaggio alla carta stampata

 In Musica

Parafrasando Tolstoj, tutte le riviste felici si somigliano, ogni rivista è infelice a modo suo. Esattamente un mese fa Il Mucchio Selvaggio ha attraversato un brutto momento di infelicità quando ha annunciato che avrebbe chiuso i battenti, e che il 767 di giugno sarebbe stato l’ultimo numero ad avere la vita su carta.

La notizia della chiusura è stata data il 29 giugno dalla redazione stessa con un editoriale dal titolo “Il futuro non è scritto”:

“Il numero 767 del Mucchio Selvaggio tuttora in edicola è anche l’ultimo. La sua storia, iniziata nell’anno di American Stars’n Bars di Neil Young, Heroes di David Bowie e The Clash, purtroppo termina qui. Resterà attivo solo il sito ilmucchio.it dove pubblicheremo gratuitamente contenuti inediti”.

Il Mucchio Selvaggio, n 767

Lo storico magazine musicale italiano è stato fondato a Roma nel 1977 da Max Stèfani, Paolo Carù e Aldo Pedron. Come tutte le vere riviste rock, ha avuto alti e bassi, ha attraversato periodi burrascosi e complessi senza che questo inficiasse sulla qualità del lavoro di redazione, per il quale Il Mucchio si è sempre posizionato, nell’ambito del panorama italiano, fra i magazine di musica e cultura più influenti e letti –  la stupenda copertina  dedicata a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles è stata premiata agli Society of Publications Designers Awards di New York, una cerimonia che punta a valorizzare le eccellenze nel design editoriale.

Senza un grosso sponsor a investire per brandizzare i contenuti, il futuro è segnato e non è scritto […] Probabilmente senza il supporto degli abbonati che hanno sempre risposto con generosità alle nostre iniziative questa storia sarebbe già chiusa

prosegue la redazione in quello statement pubblicato sia sul sito e poi diffuso sui diversi canali social, da Facebook a Twitter a Instagram.

La passionale generosità è ritornata anche in questa circostanza, per la quale i lettori del Mucchio Selvaggio hanno espresso commenti di malinconia, sorpresa e insieme tanta gratitudine verso una rivista considerata colonna portante e punto di riferimento per chi vuole saperne di critica musicale e culturale.

Il Mucchio Selvaggio nasce come mensile negli anni Settanta e a partire dal 1996 decide di allargare il suo raggio di azione verso nuove tematiche e nuovi format facendosi trovare in edicola ogni settimana fino al 2014. Nel 2011 il suo fondatore e direttore Max Stèfani cede la poltrona a Daniela Federico e intorno alla rivista si consuma un acerbo scontro tra vecchia e nuova direzione che riguarda sostanzialmente la questione dei finanziamenti pubblici (una ricostruzione puntuale della vicenda potete trovarla su Lettera43).

“La nostra scelta, resa inevitabile e non procrastinabile da un’ingiunzione di pagamento mossa dalla precedente direzione, ha le sue radici in un contesto editoriale e culturale fin troppo minato”.

L’arrivederci della redazione ai proprio lettori

Dopo 41 anni, Il Mucchio Selvaggio è stato costretto a cedere alla crisi inarrestabile e irrimediabile della carta stampata e dell’industria musicale: “Da anni ci muoviamo in un mercato in dissoluzione con le vendite e gli investimenti pubblicitari in costante calo, mentre il sistema di distribuzione continua a richiedere uno spreco di carta e risorse ormai insostenibile. Se per esistere sei costretto a una tiratura di quattro volte superiore al tuo venduto, allora anche la miglior misura di riorganizzazione assomiglia a una resistenza, mai a un reale rilancio“.

La rivista e i suoi redattori avrebbero però preferito un arrivederci di altro tipo, avrebbero voluto prendersi il proprio tempo per omaggiare e salutare i propri lettori. La chiusura invece è stata brusca e repentina, la cui causa è da attribuire all’ingiunzione di pagamento diventata esecutiva lo scorso maggio dopo una causa intentata dalla precedente direzione della rivista.

Quarantuno anni sono un pezzo di storia culturale e musicale italiana, e arrivato nel 2018 Il Mucchio barcolla ma non molla, e non si arrende, piuttosto di adatta ai tempi che stanno cambiando e continua a vivere nella sua forma digitale.

Giulia Mele

Giulia Mele

In un momento imprecisato di un giorno qualunque mi è capitato di innamorarmi follemente delle parole. Da Tucidide a Capote, faccio delle storie immaginarie e di quelle suoi giornali il mio pane quotidiano, alternando la lettura alla scrittura. Passerei la vita con lo zaino da viaggio in spalla, ma al momento vivo a Londra (e sì, ho la moka nella mia credenza).
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