di Michele Assante

Vedere La Tartaruga Rossa è come riprendere fiato dopo una lunga apnea. Un film è sempre un viaggio: ci sono le corse frenetiche dominate dall’ansia di mettere una croce sul maggior numero di località; ci sono le strade che scelgono per noi la meta; e infine ci sono quei rari viaggi in cui, per un motivo o per un altro, siamo costretti a stare fermi in un solo luogo. Sulle prime, sbuffiamo e scalciamo per l’impazienza ma poi, un minuto dopo l’altro, cominciamo a guardarci veramente attorno. Allora tutto diventa come quei lunghi pomeriggi passati da bambini, fradici di strane e inspiegabili emozioni. Ecco cos’è la fiaba giappo/belga de La Tartaruga Rossa: un film prezioso che riesce a fare a meno di qualsiasi parola, lasciando alle immagini e alla meravigliosa colonna sonora di Laurent Perez il compito di parlarci in modi inaspettati.

Tutto inizia senza preamboli, nel bel mezzo di una tempesta: c’è il mare furiosamente gonfio e un uomo che cerca di non affogare. Tutto qui. Nessuna nave che cola a picco, nessun segno di un mondo esterno. Nulla che possa tirarci fuori da un microcosmo di colori e suoni primordiali. Nel giro di pochi minuti ci vengono presentati così i due veri protagonisti del film: un uomo senza nome e un’isola senza tempo. Lui è rappresentato con pochi essenziali tratti, disegnato con una delicata semplicità nella quale si coglie l’eredità della Bande dessinée di Tin Tin. L’isola, al contrario, è un paradiso del dettaglio e del pastello, percorsa come da un’anima silenziosa che ora si mostra, ora si nasconde tra il fruscio delle foglie e lo scorrere dell’acqua. È esattamente un posto dove si sarebbe potuta perdere, in un caldo pomeriggio estivo, la protagonista de La città incantata.

L’uomo senza nome cerca subito di usare gli strumenti della civiltà per sconfiggere l’isola. Ancora una volta si ripropone la parabola del borghese Robinson Crusoe che riesce a piegare un mondo ostile al proprio bisogno. In quel mito raccontato infinite volte, la strada della felicità passava attraverso l’ingegno della prevaricazione e la consapevolezza di poter trasformare ogni luogo sulla terra a nostra immagine e somiglianza. Qui, al contrario, la fiaba essenziale de La Tartaruga Rossa, inverte la marcia, scegliendo una strada differente da quella classicamente occidentale che dovrebbe portarci da un punto A ad un punto B. È così che la storia di un singolo, diventa metafora di una condizione universale.

Ogni uomo è un’isola, ostinatamente in guerra con tutti per fuggire dalle proprie spiagge. Lotta, urla al cielo ma non riesce in nessun modo a sconfiggere la propria infelicità. Così, una sconfitta dopo l’altra, il mito di Robinson Crusoe e della sua età dell’oro crolla. Nulla resta all’uomo senza nome, sbattuto nuovamente sulle sue spiagge. Dopo aver strappato all’isola tutto quello che poteva e dopo aver visto, a sua volta, l’isola rubargli anche l’ultima speranza, è allora che succede l’impensabile. Inizia la tregua con la natura e con essa comincia una storia d’autentico amore. L’isola, benigna e maligna, è sempre pericolosa, a volte anche mortale, eppure si mostra come un luogo da cui non dover necessariamente fuggire ma al quale, forse, addirittura tornare: per la prima volta e con occhi nuovi. Il naufrago resta sempre tale, non diventa cittadino o abitante di un lontano paradiso. Resta in balia delle onde, da qualche parte nell’universo, eppure, deposte le armi, potrà forse riconciliarsi con se stesso. La tartaruga rossa è un angolo di raro silenzio in una giungla di film chiassosi ma poeticamente muti.

 

di Enrico Zautzik

La tartaruga rossa non fa sorgere domande solo sul proprio significato, ma anche su cosa sia un film.

Da una parte si pensa all’intreccio narrativo, alle scelte stilistiche ed al messaggio che vuole trasmettere; dall’altra, sopravvive selvaggia la componente emotiva, slegata dal giudizio oggettivo e critico che ognuno di noi può maturare di fronte ad un lavoro artistico.

Tartaruga rossa punta decisamente sul secondo aspetto: cerca di trasportare l’anima dello spettatore verso una più alta forma di riflessione attraverso la potenza delle immagini. La forma animata ben si presta a questa filosofia.
Se ne ammirano i disegni perfetti, la colonna sonora magistralmente sposata allo scorrere degli eventi, l’ammirevole tecnica narrativa che fa in modo di rendere appassionante un film completamente muto. Eppure, dell’intreccio e del significato ultimo dell’intera opera, si afferrano solo vaghi punti di riferimento generali, e si percepisce come lo stesso autore non abbia voluto indicare a chi guarda cosa pensare o sentire, ma piuttosto abbia lasciato spazi aperti in cui perdersi a riflettere.

Quello che ho percepito è stato prima di tutto un senso di una quieta e infantile ammirazione nei confronti di una natura predominante, potente e magnifica anche se solamente disegnata. Perfetti giochi di luce (talmente perfetti da rendere difficile credere siano artefatti) tratteggiano il profilo di questa entità viva, protagonista del film tanto quanto il naufrago che vi si perde dentro. È a Lei infatti che viene lasciata l’unica voce del film: attraverso la pioggia, i passi dell’uomo sul suo dorso, le interazioni del vento e delle maree sul suo corpo. È il solo suono della natura la voce narrante di Tartaruga rossa, un suono timido e discreto quanto terribile e sovrano all’occasione. Questo rende l’idea di quanto essa sia fondamentale nel racconto di Dudok de Wit, che non la limita al ruolo di sfondo teatrale.

Dopo la contemplazione sorda ed intima di queste bellissime rappresentazioni naturali, si arriva all’aspetto ancor più soggettivo di Tartaruga rossa: il senso. Non ci si deve aspettare una lezione, un monito giudicante dell’autore alla morale del pubblico. Quello che ho colto è il suggerimento di un’idea, la scintilla di un concetto da sviluppare con le proprie forze emozionali, più che razionali.

Il naufrago protagonista non è assoluto determinante della narrazione, ma piuttosto elemento incidentale, scusa formale per lo svilupparsi della trama. Attraverso di lui e su di lui, la natura si abbatte e si concede, in un reciproco rapporto di influenza che costituisce (per me) il senso della trama.

Fin quando egli si oppone alla situazione, figurando l’isola selvaggia su cui si è perso come un opposto contro il quale combattere, niente di buono lo aspetta: l’uomo si stanca e si innervosisce, quasi crepa nella sua capricciosa ostinazione alla fuga e al contrasto. La sua cieca opposizione fa trasparire l’arroganza umana, la distanza imposta per presunta superiorità da un uomo superbo e manipolatore, distanza che si concretizza in un bieco rapporto di utilità: la mano dell’uomo che cerca di plasmare la natura, concepita come creta morta e schiava del suo volere.

Quando la natura si oppone al suo volere, avviene lo scontro cruciale. Ma qui avviene anche il cambiamento. Il naufrago, pentito del suo accanimento, cambia prospettiva: si sente malvagio, perso nella sua ostinazione, e la tartaruga rossa diventa d’improvviso elemento da accudire per redimersi, piuttosto che nemico da vincere. Ed è così che egli si abbandona alla natura, lasciandosi trasportare dall’ineluttabilità della situazione in cui si trova, perdendo ogni spirito conflittuale.

Il rapporto fra i due cambia: avviene il ricongiungimento che dimostra come uomo e natura siano una cosa sola ed inscindibile. L’uno accudisce l’altra e viceversa, in una reciproca unione che racchiude sia il concetto di uomo che di natura.

Ed è null’altro che questo il messaggio che ho colto da La Tartaruga rossa: un discreto invito al ricongiungimento, all’abbandono della volontà di definire l’uomo come assoluto a sé stante, riconciliando l’elemento primo all’insieme a cui appartiene. Tutto questo attraverso la contemplazione sublime e muta di una natura donna, madre, compagna. Dudok de Wit sembra suggerire un matrimonio rinnovato fra l’uomo ed il suo mondo, rinunciando all’ostinazione della fuga del posto da cui si proviene a favore di un abbandono emotivo che può suscitare timore, all’inizio, ma che saprà ripagarci attraverso l’impagabile senso di appartenenza.

Senso di appartenenza che perdiamo sempre di più, allontanandoci ciecamente dall’unico sistema che può contenerci allevandoci in grembo: la Natura.

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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Enrico Zautzik

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