La Solitudine dei Numeri Uno – Storie di Portieri

 In Sport, Storie di Sport

di Mario Villani

Per la rubrica “Vite parallele” di questa settimana faremo una piccola deviazione: l’oggetto non sarà un personaggio, bensì un ruolo, quello del portiere e di come una parata effettuata (o non) possa cambiare la carriera e la vita. Tre brevi fotografie per ricordarsi di loro.

Francesco Toldo, l’esaltazione.

La Solitudine dei Numeri Uno

3 Giugno 2000.
Si gioca Italia-Norvegia, classica amichevole di preparazione ad un grande evento; di lì ad una settimana sarebbe iniziato l’Europeo in Olanda e Belgio.

Al 10’ del secondo tempo l’indiscusso portiere della Nazionale, Gianluigi Buffon, cade male nel tentativo di parare un tiro di uno dei tanti giganti norvegesi: frattura della mano e addio all’Europeo.

Al suo posto entra l’allora portiere della Fiorentina, Francesco Toldo.
Alto, magro, con due mani enormi, che le vedresti anche dal terzo anello di San Siro, e un’espressione di apparente bonarietà dipinta in faccia, sembra il classico ragazzone di provincia.
Invece è il portiere titolare della Nazionale all’Europeo.
Durante la parte iniziale del torneo Francescone fa il suo, nessun problema, nessun intervento straordinario.
L’Italia si ritrova in semifinale. Ad attenderci, i padroni di casa dell’Olanda, squadra già di per sè temibile e in più con l’ulteriore stimolo del pubblico casalingo.
I giornali italiani avevano già iniziato a recitare i peana.
Così il 29 Giugno, gli Italiani si presentano ad Amsterdam con quella che forse è stata una delle migliori difese italiane di sempre: Maldini, Nesta, Cannavaro, Zambrotta. Non sembra bastare, gli arancioni partono fortissimo e il biondissimo Zenden sembra una freccia, Zambrotta non gli sta dietro e sono 2 gialli in mezz’ora. Italia in 10 nella bolgia olandese.
Non ci vuole molto prima che la partita sembri indirizzarsi in un’unica direzione, è un assedio, e dopo 4 minuti arriva un rigore per gli orange. Frank de Boer è uno specialista, è freddo, ma Toldone lo è di più e para, in basso a destra.

Il secondo tempo continua con un forcing forsennato degli olandesi che porta ad un ennesimo rigore. Questa volta il tiratore cambia, si presenta sul dischetto Patrick Kluivert, ma colpisce il palo. La porta sembra stregata.
Non bastano nemmeno i supplementari per sbloccare la partita.
Sembra il copione di un thrill
er psicologico: ecco i calci di rigore, dopo averne sbagliati due, gli olandesi sono psicologicamente distrutti.
E come in ogni thriller che si rispetti, sul dischetto torna Frank de Boer, ancora contro Toldone. e ancora una parata. Poi tocca a Jaap Stam, gigante olandese con la faccia truce da attore porno di serie B, che con tutta l’ignoranza di cui dispone spara la palla alta in curva.
Si delinea una situazione che hai i contorni della tagedia greca per tutta l’Olanda, e dell’eroico per gli Italiani, 4 rigori 4 errori, 2 parate di Toldo. Ed è qui che confortato dalla fortuna, Francesco Totti eseguirà il
suo primo celeberrimo cucchiaio; probabilmente senza Toldo non se la sarebbe mai sentita.

Sul dischetto torna Kluivert che questa volta segna, ma è una breve illusione visto che Toldo parerà anche il rigore successivo.
Tre rigori parati su cinque in una semifinale Europea.
Francesco entra nella leggenda con 3 parate.

Renè Higuità, La sconsideratezza.

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Il portiere è un uomo solo. Per definizione. È il più lontano da tutti, quando c’è un gol esulta alzando le mani al cielo, non abbracciando i compagni. Alla solitudine si accompagna di norma un certo grado di follia, di cui sicuramente non è sprovvisto il nostro Renè.
Questo Carneade del Pallone, prima del Settembre 1995 era praticamente conosciuto solo in Colombia e più per le sue frequentazioni con un certo Pablo Escobar che per le sue doti sportive. Nel settembre del ‘95, la sua Colombia (sua e di Valderrama, che insieme facevano più ricci dei Cugini di Campagna) si presenta a Wembley per un’amichevole contro i padroni di casa dell’Inghilterra.
Wembley era il cuore del calcio inglese, la patria del calcio, un luogo mistico per ogni appassionato di calcio. Fare un’impresa a Wembley non era come farla in altri stadi, valeva di più, diventava sacra.
A metà partita arriva un innocuo cross dalla destra, debole, sul portiere, senza nessuno intorno. Qualunque portiere sarebbe uscito bloccandolo in presa alta, ma El Loco no. Indietreggia di qualche passo, , si lancia a mezz’aria e colpisce la palla col tacco: il colpo dello scorpione.

Insensato, inutile, bellissimo.

Moacir Barbosa, il tonfo.

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Negli anni ’50 per i brasiliani il portiere non era un giocatore di calcio, lo si faceva giocare solo perchè serviva da regolamento. Il ruolo veniva così ricoperto da bianchi incapaci di giocare al futbol.

Il primo brasiliano ad interpretare veramente il ruolo di portiere è Moacir Barbosa.
Rivoluziona il ruolo e diventa anche uno degli idoli della Nazionale brasiliana che si appresta nel 1950 a giocare il Mondiale più atteso di tutti, quello in casa.

Come da pronostico il Brasile arriva in finale, contro un sorprendente Uruguay.
La rivalità è accesa e il Maracanà è trepidante.
Tutto il Brasile lo è: “i moribondi rinviarono la loro morte e i neonati si sbrigarono a nascere” diceva un cronista dell’epoca.
In Brasile il calcio è religione. È vita. E la nazionale brasiliana che gioca al Maracanà è il massimo di quanto questo sport possa offrire, è l’evento per eccellenza.
Però il Brasile perderà quella partita. 2 a 1 con gol decisivo di Ghiggia, un gol la cui colpa sarà interamente attribbuita a Moacir.


“Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.” scrive Saba.

E Moacir da quel giorno non vedrà più la luce.
Leggende vogliono che nei giorni post partita si sia registato un aumento dei suicidi, e un’ondata generale di depressione in tutta la Nazione.
Il capro espiatorio di tutto questo altri non era che il portiere (nonchè anche il primo portiere di colore della storia del Brasile) e la sua psiche non potette reggere il peso tutto questo.
La carriera di Moacir finirà qui, ripudiato da una Nazione intera per una parata mancata.

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Mario Villani

Mario Villani

Nato a Bari nell'ormai lontano 1989. Dopo 5 anni a Milano abbandona il grigiore padano per cercare qualcosa nel Sud Est del mondo. Oggi in Indonesia, scrittore per caso (o per sbaglio).
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Comments
  • Corrado Levi
    Rispondi

    Che bello bravo, anche angosciante… vero!Corrado Levi

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