La mia vita con John F. Donovan, un passo falso per Xavier Dolan

 In Cinema e Teatro

Qualche mese fa, quando nel settembre del 2018, a Toronto, Xavier Dolan presentava la sua ultima opera The Death and Life of John F. Donovan, tradotto per le sale italiane come La vita di John. F. Donovan, i critici di tutto il mondo incombevano, accanendosi, e definendo la pellicola un vero e proprio fallimento e non lesinando in critiche e stroncature, talvolta eccessive, verso ogni singolo aspetto della produzione.

Il film rappresenta per il regista canadese, la sua prima opera nativa in lingua inglese, e viste le aspettative, visto il cast eccezionale, e considerato quello a cui Dolan ci aveva abituato, oltre i vari detrattori prevenuti, si è palesato un certo malcontento anche da parte di chi aveva sempre apprezzato le sue opere.

Xavier Dolan, che ricordiamo soprattutto per Momy e per Les amours immaginers, ora al suo sesto film, per anni è stato consideranto, infatti, l’enfant prodige della cinematografia contemporanea, ritagliandosi uno spazio tra i grandissimi. Questo salto verso un contesto più grande, per lui rappresentava quindi una sorta di prova del nove.

La vita di John. F. Donovan narra, in estrema sintesi, l’ascesa e il declino di un giovanissimo attore, John Donovan, appunto, che durante tutta la sua breve carriera, prima della sua prematura scomparsa, aveva avuto un lungo scambio epistolare con Rupert, un accanito fan undicenne, che diventato adulto, racconta in un libro proprio quello che è significato per lui conoscere il suo idolo, seppur attraverso delle lettere, e come queste confidenze abbiano cambiato in modo profondo la sua vita.

Per quanto riguarda il cast di La vita di John. F. Donovan siamo davanti a delle scelte di tutto rispetto. Le aspettative erano rivolte in particolar modo a Kit Harington (che forse si è ripreso dal finale di Game of Thrones…), protagonista nel ruolo di John Donovan, a cui si aggiungo Jacob Tremblay, nel ruolo di Rupert; Natalie Portman, nel ruolo della madre di Rupert; Susan Sarandon, che interpreta, forse, il ruolo più difficile nei panni della madre di Donovan; e Kathy Bates, manager d’un pezzo, fulcro e deus ex macchina nella carriera dell’attore.

Dolan, prova a raccontarci un legame tra due persone che vivono contesti diversi, legati ovviamente all’età e dalle circostanze, ma che paradossalmente, sono uniti dalle stesse problematiche. La vita di John. F. Donovan evidenzia quelli che sono per entrambi i conflitti irrisolti con le madri, il sogno di diventare attori riconosciuti e la lotta contro quello che significa diventare se stessi.

Quello che colpisce però,  oltre i vari piani narrativi che s’intrecciano verso un climax che fatica a decollare, sono le forzature. I dialoghi, ad esempio, spesso risultano quasi incastrati e levigati a fatica, didascalici o troppo enfatici senza averne un reale motivo. Anche la fotografia, vero e proprio marchio di fabbrica del regista, che nelle altre opere giocava con tinte accese, eleganti, in cui la ricerca del dettaglio era predominante, si perde quasi conformandosi.

La vita di John F. Donovan è un’opera scritta e concepita male, e che a metà della narrazione si perde senza trovare mai realmente un mordente o un pretesto narrativo credibile. Non rende merito nemmeno agli attori, che seppur con prove che raggiungono la sufficienza, subiscono le storture e restano incastrati dalla gabbia narrativa.

Un passo falso, dunque, ma che non mette assolutamente in dubbio quello che è il talento cristallino del regista canadese. Dispiace, perché con qualche accorgimento, ma soprattutto, con questo cast, il film avrebbe potuto avere sicuramente un impatto, e un risultato, totalmente diverso.

Diego Frau
È nato a Cagliari ma vive a Pisa dove ha studiato Scienze Politiche. Convive con le sue ossessioni (la letteratura e il tennis) e odia le bio.
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