La la land – Recensione

 In Cinema e Teatro

Buio in sala, si alza il sipario. Ci sono macchine in coda, su un cavalcavia di Los Angeles, e una donna ferma nel traffico inizia a cantare. Esce dall’auto, cammina ondeggiante sotto il sole eterno della California… che lo spettacolo cominci! Ecco che tutti, uomini e donne, cantano Another Day of Sun, e intanto ballano e sventagliano le gambe e saltano da un lato all’altro della strada e sui tettucci dei Suv, mentre i titoli di testa scorrono in un piano sequenza davanti al quale si va a pesca di sorrisi dimenticati. Poi l’ultima nota si spegne, i passi e le voci si fermano, si torna ai propri posti.

Una scena iniziale che ha rubato un applauso scrosciante a Venezia e in cinque minuti ha fatto palpitare i cuori. 

Incastrati in quell’ingorgo ci sono due persone. Lei è Mia, una cameriera che sogna di diventare attrice, lui è Sebastian, un pianista talentuoso costretto a suonare motivetti natalizi in un ristorante per famiglie, quando il suo sogno è restituire dignità e vita al jazz. Mia e Sebastian si scontrano, si incontrano, si incontrano ancora. C’è il sole in California, in ogni stagione, anche nel cuore dell’inverno. È una storia d’amore tra sognatori e per sognatori, leggera e malinconica, che ha tutto il sapore agrodolce dei grandi classici del musical. Si passa dal tip tap all’iphone in meno di un secondo, ci si dimentica del tempo, quello della storia e della realtà. È tutto sospeso, come direbbe Boris Vian, su una nuvola rosa.  Come al solito avevo con me il mio taccuino, ma non ho preso nemmeno un appunto perché non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo. La la land è il Cinema con la maiuscola, quello che ti strappa alla vita, e alla fine vorresti che la vita fosse prolungamento di quello che hai visto. Vorresti non uscirci più, da quella sala e dal quel sogno.

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Ryan Gosling e Emma Stone sono magnetici, colorati, innamorati, affamati di sogni. Danzano tra le stelle, omaggiando Ginger Roger e Fred Astaire, in una scena che per un istante rischia di scivolare nel kitsch. Tuttavia Damien Chazelle (enfant prodige, a soli trentun’anni ha già una collezione di premi) conosce il cinema, tocca i cliché ma solo per tinteggiarli di sfumature lievi e nuove. Pur intessendo il tutto in uno stile perfettamente hollywoodiano sa fino a che punto può spingersi per evitare di inciampare in banali stereotipi. Dopo il montaggio frenetico di Whiplash, gli scontri marziali e il sudore sulla fronte, Chazelle ci regala una piuma. Simmetria nelle inquadrature (tanto negl’interni quanto negli esterni, la macchina da presa sembra muoversi su un immenso palcoscenico), bilanciamento nei colori, scansione dei tempi di musica, di recitazione e di silenzio. Alla realtà fanno seguito momenti onirici, immortalati dalla splendida fotografia di Linus Sandgren. Fioccano le nominations agli Oscar: ben 14, tra cui miglior film, miglior regia e migliori attori protagonisti. La la land raggiunge il record di Titanic (ne vinse undici) ed Eva contro Eva (che ne vinse sei). Ben due canzoni hanno ricevuto la candidatura: City of Stars e The Fools who Dream.

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L.A. sta per Los Angeles, ma il titolo si riferisce anche all’espressione inglese lalaland, uno stato mentale euforico e sognante, distaccato dalla realtà. Come quello degli innamorati. È sul quel piano che Mia e Sebastian (e l’occhio di Chazelle) si muovono, sempre a un passo da terra. È inevitabile sentirli lontani da quello che dovrebbero essere le persone reali, ed è difficile immedesimarsi nei loro panni, eppure incarnano una storia che tutti, in un certo modo, abbiamo vissuto. Quella delle occasioni perse, e ritrovate troppo tardi.

La regola è che ci sia nelle commedie più riuscite sempre un aspetto drammatico, così come nelle tragedie migliori non dovrebbe mancare l’umorismo. Il dramma di La la land è la malinconia. È il tema delle note di Sebastian, paladino di una musica e di un’era perdute; è il filo su cui si muove lo spettacolo teatrale di Mia: un monologo, una luce che si spegne, una finestra affacciata su Parigi, un destino già segnato. È la scena finale, è la strada mai presa, è l’alternativa mancata. Eppure, per un breve istante, che sia l’istante di un pezzo jazz o l’istante di un film, quelle vite alternative ci paiono possibili, perché questo, in fondo, è il compito dell’arte. E in questo senso, Damien Chazelle ha già vinto.

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Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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