“La Favorita” di Yorgos Lanthimos : una strepitosa “farsa” in costume

 In Cinema e Teatro

Dopo Il sacrifico del cervo sacro, che gli è valso il premio per la migliore sceneggiatura allo scorso Festival di Cannes, il regista greco Yorgos Lanthimos con La Favorita ha conquistato non solo la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia vincendo il Premio della Giuria ma anche Hollywood con ben dieci candidature all’ Oscar nelle categorie più importanti.

Nel panorama asfittico della cinematografia odierna, le opere di Yorgos Lanthimos portano certamente una ventata di aria fresca. Certo, un aria malsana e priva di qualsiasi pulviscolo di speranza, ma certamente una brezza assai originale e stilisticamente intrigante.

La storia è quella di Abigail Masham, (Emma Stone), giovane aristocratica inglese, perduta dal padre in una partita a carte con un aristocratico tedesco, caduta in basso e, letteralmente, nella merde (come dicono i francesi), accolta a corte come sguattera per intercessione della cugina, la duchessa di Marlborough (Rachel Weisz) e presto entrata nelle grazie della regina Anna Stuart (Olivia Colman), fino a logorare e poi dissolvere il rapporto decennale tra la sovrana e la sua amica d’infanzia, cameriera personale e amante. Sullo sfondo la guerra con la Francia.

In La Favorita la prima lapalissiana differenza rispetto alla straordinaria filmografia pregressa di Yorgos Lanthimos è l’assenza della cifra surrealista. Stavolta la componente astratta della sua poetica viene meno, sostituita però da un’insistita sottolineatura del grottesco che pervadeva le corti settecentesche – e che di fatto crea una dinamica non troppo diversa da quella dei primi film ellenici. A decretare una tale marcatissima differenza vi è l’assenza di Efthymis Filippou, il geniale e fedele sceneggiatore di Lanthimos dai tempi di Kynodontas, al cui posto troviamo Deborah Davies e Tony McNamara – due esordienti inglesi, che regalano al film una scrittura impeccabile, nonostante la mancanza di Filippou si avverta: in qualche piacioneria e collusione con i gusti della grande platea, nella rinuncia a certi radicalismi. Eppure, anche un Lanthimos dimidiato e disposto al compromesso resta Lanthimos, e perciò non perde la sua anima di autore in una produzione ad alto budget come questa.

Tutto in La favorita, dietro la smagliante confezione e la sontuosità delle scenografie, dei costumi e delle incalzanti musiche, è degradato moralmente, tutto è marcio, tutto è interesse, calcolo, strategia, inganno, gioco di maschere. Con personaggi che sono macchine guidate dall’avidità e dalla voglia di potere, per cui anche il sesso – lesbo e non – è rapacità, possessione dei corpi, controllo, tattica di conquista, dominio. Lanthimos realizza così il suo film più immediato e forse il più riuscito, godibile e mainstrean, mantenendosi nel fondo fedele a se stesso attraverso una regia assai determinata e consapevole del proprio progetto nel trasformare le immagini in una fiera malsana e grottesca, in un delirio barocco marcio e lutulento, realizzando così un prodotto irresistibile di indisciplinato divertimento. E se già si era visto in Il sacrificio del cervo sacro un regista perfettamente al controllo della macchina cinema, capace di riprese audaci e movimenti di macchina virtuosistici al limite della muscolarità autoriale, in La Favorita Lanthimos va perfino oltre, giganteggiando tecnicamente con piani sequenza diurni e notturni e un uso del fish-eye geniale. A restituire con la distorsione delle immagini il crollo di ogni rettitudine e linearità, anche morale, di un un universo chiuso e lercio come quello di una corte senza uomini in cui il potere è concentrato nelle mani di donne e conteso tra donne, in un triangolo al femminile, mentre gli uomini si truccano, tramano per far pendere la bilancia delle scelte reali dalla propria parte, vanno in guerra.
Nei suoi 120 minuti di durata, scanditi in maniera curiosa e ilare da otto capitoli contrassegnati in numeri romani (quasi fosse un vero e proprio romanzo d’appendice), La Favorita è essenzialmente una commedia satirica, in cui Lanthimos dichiara ripetutamente il suo amore per il genere femminile, capace di fagocitare senza difficoltà la propria controparte.

Le tre protagoniste infatti, le cui interpretazioni sono magistrali, offrono cambi repentini, quanto esili, di una miriade di stati d’animo, assecondando i complessi punti di vista e gli snodi narrativi. Sono personaggi primordiali, ma dotati di una carica istintiva che li rende imprevedibili, con un’intelligenza sottile e spietata, da animale selvatico che sul campo infatti si ferisce. Il regista si comporta con loro come uno zoologo attento, che annota freddamente ogni sfaccettatura della loro etologia, con sguardo minuziosamente patologico, distendendo sullo schermo, a guisa di tavolo settorio, il loro corpo e la loro mente, smontandoli pezzo per pezzo.

L’ironia dissacrante dello script nasconde, appena sotto la superficie, una stratificazione emozionale che affonda le proprie radici nel dramma straziante dello squilibrio mentale, della disperazione, della gelosia feroce, della brama di amore e di potere. Un potere che, mai come in questo caso, logora chi non ce l’ha senza però garantire soddisfazione a chi l’abbia conquistato.

 

Nunzia Ilardo

Nunzia Ilardo

"Giurista" e lettrice, fuori posto e fuori tempo. Non sono un'amante del cinema, sono la moglie.
Post recenti

Leave a Comment

Contact Us

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.

Illeggibile? Cambia il testo. captcha txt

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca