L’attacco dei giganti: il nuovo mondo

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L’attacco dei giganti ha concluso la prima metà della sua ultima stagione martedì scorso, rilasciata su Prime Video, lasciando milioni di spettatori col fiato sospeso. Questa quarta stagione rappresenta un balzo di maturità ed eleganza narrativa enorme, ben definito da uno stile ancor più cupo e contorto di quanto le tre stagioni precedenti ci avessero abituato.
Il cammino verso l’epilogo di uno dei più ricchi e meglio delineati universi immaginari del nostro tempo prende la piega giusta, elevando ancor di più un’opera che, sin dalla prima puntata, si è dichiarata memorabile.

Come avevo detto già quasi cinque anni fa, a proposito di Berserk, la narrativa giapponese mantiene un filo diretto con l’epica antica, in modo più saldo ed energico di quanto riesca a quella occidentale. Ora che la sua veste animata non è più rinchiusa come un tempo ad una forma gregaria d’infantilità, ma, anzi, va imponendosi in tutto il mondo come attuale e accattivante, essa dimostra tutto il suo potenziale narrativo ed ideologico, cibandosi ed alimentando storie sempre più complesse, articolate, e artisticamente valide. Nel bagaglio sconfinato della sua produzione, a volte viziata da canoni violenti estremi, pessimismi difficili da sostenere, o da forme oniriche troppo stravaganti, la fantasia nipponica ha aumentato il valore medio della propria resa, moltiplicando di conseguenza il numero dei capolavori. L’attacco dei giganti è solo l’ultimo, ma forse il più grande, esempio di come questo continuo e serio lavoro, alimentato ideologicamente da una cultura connivente, che non smette di promuoverlo, abbia dato i suoi splendidi frutti.
Essendo riuscita a sintetizzare perfettamente il dialogo col cinema hollywoodiano e le esigenze stilistiche occidentali, la narrativa nipponica sta raggiungendo vette altissime con una costanza da pluricampione del mondo, di cui questo anime è forse il trofeo più pregiato.

L’attacco dei giganti è davvero l’universo fantastico più elaborato degli ultimi anni: un impianto esistenziale capace di reggere il confronto, e forse battere a man bassa, i più illustri colleghi occidentali (Harry Potter, Il trono di Spade, Matrix e via discorrendo), mantenendo al contempo una carica filosofica, morale ed umana, di cui stiamo perdendo ogni traccia nella nostra fantasia. Non solo non mi viene in mente un corrispettivo di livello nel giardino di casa, ma nemmeno l’ambizione di scrivere qualcosa del genere è più presente da questo lato del globo. Tutta la nostra concentrazione è focalizzata sul costruire la trama, la trama, la trama: come se la costruzione della stessa giustifichi in qualche modo l’assenza di un contenuto alto, profondo, ed ambizioso di pari passo.
Costruiamo archi di trionfo con i fiammiferi.
Il peso specifico di quest’opera, al contrario, è sovraumano: nata dalla giovane ed umile mente di Hajime Isayama, essa riunisce in sé l’umano e il civile, l’irrazionale e la logica, la sequela di avventure epiche alla più becera disgregazione morale. La sua genesi ne riassume più di tutto la profondità, per parola del suo stesso creatore: “l’essere umano è l’animale più familiare e spaventoso del mondo”. E’ questo incipit, che evade ogni stilema fantasy, pur essendo L’attacco dei giganti ascrivibile a questo genere, a riassumere perfettamente sia l’aspetto antropologico dei giganti, sia il senso di tutta l’opera.

Isayama aveva dato già prova nelle scorse stagioni di saper abbracciare una moltitudine di temi tale da rendere la sua opera universale: l’essenza stessa dell’esistenza di Eren e degli Eldiani di Paradis, già dal primo episodio, rappresenta una visione generale ed esistenzialista della vita umana, sapientemente riassunta in poche, ma efficacissime, figure retoriche. Immediatamente l’uomo di oggi si identifica in quell’umanità rinchiusa in delle mura monolitiche, insormontabili nella propria struttura quanto nel proprio significato; al contempo, è istantanea l’intuizione di come esse siano prigione e difesa al tempo stesso, rappresentando, con un piccolo gesto allegorico, la situazione dell’uomo moderno. Per uomini e donne giovani al giorno d’oggi, L’attacco dei giganti parla una lingua conosciuta e intuitiva, un modo d’intendere il vivere familiare e terribile al tempo stesso.
Se questo sfondo ideologico era bastato a sostenere tre intere stagioni, coadiuvato da una narrazione violenta e articolata, finemente dosata in tutte le sue parti, la quarta stagione de L’attacco dei giganti compie un ulteriore sforzo universalistico, spingendosi a cercare di tradurre la Storia, intesa come ripetizione di se stessa, e tutto il genere umano.

L’attacco dei giganti imbarazza i creativi di mezzo mondo confezionando con semplicità surreale una storia grandiosa, colma e pulsante di tutto ciò che vive e maledice l’uomo dall’era dei tempi. Quest’opera rappresenta un monumento d’immaginazione non alla mera ambiguità morale (quella sta andando molto di moda un po’ ovunque, riuscendo a donarci personaggi credibili in cui immedesimarci), ma bensì alla prospettiva stessa, parziale e fallibile ad ogni suo livello. Da individuo a individuo, da parte a parte, fino ad arrivare all’incontro-scontro fra popoli e nazioni, la prospettiva è ciò che dirige e comanda la nostra morale e il nostro ideale, convincendoci di essere nel giusto o nello sbagliato. Nella quarta stagione, dagli occhi di Isayama, riusciamo a vedere quanto essa sia capovolgibile e ricomponibile, in una serie infinita di sovrapposizioni che sono le vere madri della violenza e del conflitto. Non ci si limita più a spiegare perché l’antagonista cattivo è tale, ritrovandone le motivazione in una ragione intrisa di pietas e sofferenza, ma ci si spinge fino ai limiti dell’anarchia, finendo per non capire nemmeno più chi sia l’antagonista e soprattutto rispetto a chi, visto che sono (e siamo) tutti esseri umani.
Il tutto avviene con lo scherzo della mano ex machina, lo sceneggiatore che riesce a parlarci di antimilitarismo, delle prospettive parziali e limitate dei conflitti e delle guerre, attraverso l’azione ed il conflitto stesso, sfruttandone in scena il potenziale d’intrattenimento. Assistiamo quindi ad un’enorme lezione di pacifismo, nel teatro del conflitto più generalizzato possibile.

Non si registra nelle attuali cronache, almeno a mia memoria, un proposito più grandioso, totale e totalizzante da un prodotto d’intrattenimento (se si può chiamare tale senza scomunicarsi da soli). Capolavori come Cowboy Bebop, Ergo Proxy, o lo stesso Berserk non erano così onniscienti, così perfettamente intrisi di umanità, per quanto anch’essi ambiziosi e umani, in un modo o nell’altro.
Con L’attacco dei giganti si è rotta in via definitiva una linea di demarcazione, il limite della grandezza non solo degli anime, ma di cosa una storia stessa può arrivare a rappresentare. In questo sistema chiuso, ispirato nell’aspetto ad una cittadina tedesca, Nordlingen, vive un storia dai mille riferimenti filosofici ed emotivi, squisitamente sposata con il sentire di disagio e rassegnazione che pervade la società di oggi. L’attacco dei giganti è un vero e proprio manifesto, sia nella sua forma stilistica, sia nei suoi contenuti, fino alla reazione morale e ideologica che si sviluppa dalle sue premesse e nei suoi intrecci. E’ l’opera capace di raccontare l’uomo e la storia moderni, rielaborandone gli argini con tratti a matita per svicolare il dogmatismo, ma comunque capace di impressionare, inorridire e far riflettere, oltreché insegnare importanti lezioni umane.

La commozione dello spettatore, non è solo la puerile passione per le vicende messe in moto, ma è un vero e proprio riconoscimento di sé, una traslazione fugace quanto potente del vivere, del disperare, del modo in cui sperare di oggi, riassunto in una storia articolata e diretta alla perfezione.
Le implicazioni morali del rapporto fra uomini e giganti, sono la più efficace e cruda allegoria dei rapporti fra simili, dello scontro dell’individuo con la famelicità del mondo e dei suoi vicini, che egli riconosce però come uguali a sé, in fin dei conti. “L’essere umano è l’animale più familiare e spaventoso del mondo” è il motto di un nuovo modo di intendere i rapporti del tempo moderno, una sentenza, partorita dall’enorme e sopraffina sensibilità giapponese, che ne L’attacco di giganti trova una sua spiegazione, un’interpretazione erudita quanto splendida di ciò che ci muove e ci fa cadere, da fuoco alle nostre speranze e agita il nostro terrore della morte.

Qualche difetto L’attacco dei giganti lo avrà sicuramente, ma chi vi dice che la perfezione sta nelle cose perfette non sa niente della bellezza.

Enrico Zautzik

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