Kendrick Lamar – untitled unmastered – Recensione

 In Musica

Kendrick Lamar è uno dei pochi artisti su questo pianeta a potersi attualmente permettere tutto.

Nell’ultimo anno ha conquistato tutte le terre finora conosciute (Italia esclusa?): il suo To Pimp a Butterfly ha venduto oltre due milioni e mezzo di copie, e per gli anni ’10 è un risultato strabiliante, soprattutto per il genere di cui parliamo. L’album è stato votato dalla quasi totalità degli addetti ai lavori del settore miglior disco del 2015. Proprio per questo, fa strano vedere che la vittoria ai Grammy nella categoria Album of the Year non sia andata a lui ma a Taylor Swift. Ok, Taylor è giovane, pop, bella e tutto quello che volete, però… nonostante ciò, il nostro eroe si è consolato portandone a casa altri 4: in fin dei conti non è andata poi così male.

E quindi, dicevo, dall’alto del suo potere e della benedizione ricevuta da uno sconosciuto Barack Obama (che lo ha tra l’altro invitato alla White House e pubblicamente preferito a Drake), Kendrick from Compton rilascia a sorpresa il suo nuovo disco il 4 marzo. Nessuna pubblicità, nessun annuncio, niente di niente. Nessun titolo, né all’album, né alle tracce, manco fosse Aphex Twin. Da un giorno all’altro ci siamo ritrovati tra le mani untitled unmastered, e di certo non ci dispiace (o almeno non al sottoscritto).

L'incontro di KL con il presidente Obama alla White House

L’incontro di KL con il presidente Obama alla White House

I brani sono semplicemente numerati progressivamente e riportano la supposta data di composizione: sono stati scritti tutti quindi tra il 2013 e il 2014 (ad eccezione di untitled 7, che vede delle limature anche nel corrente anno), elemento che fa pensare siano stati preparati per le sessioni di To Pimp a Butterfly e successivamente scartati. Alcuni di loro già li conosciamo per essere stati presentati live negli ultimi mesi in vari programmi dal rapper di LA, altri sono ineditissimi.

Nell’ascolto di untited unmastered quello che come al solito colpisce di KL è il suo flow da paura, il suo rimanere sempre a tempo anche quando sembra stia andando fuori, quando sembra stia perdendo la bussola. E’ infatti nella musicalità del complesso che si trova il punto di forza del rapper, di certo non in quella dei vocaboli in sé: le parole utilizzate sono comuni, un po’ macchinose e pesanti, anche molto gergali “nigga” e colloquiali, non parliamo di liriche ariose e armoniche. Questo perché i testi sono spesso discussioni vere e proprie, scambi di battute tra diversi personaggi che vengono interpretati da Kendrick stesso e dai vari ospiti delle canzoni. Ed è proprio questo il motivo per cui Lamar è apprezzato dai più:

La copertina del disco

La copertina del disco

tratta le tematiche più varie con grande semplicità e discorsività, quasi ti stesse parlando di persona, riuscendo, quindi, a colpire nel segno con una naturalezza e una spontaneità disarmante. Si avverte subito, insomma, che non sono pensieri creati a tavolino, ma flussi di coscienza a cui quasi si impone una fine, per evitare di dilagare e dilungarsi troppo.

Per quanto riguarda le tematiche dei testi, come abbiamo detto, sono abbastanza varie. Troviamo rimandi ad argomenti biblici riadattati ai tempi moderni (untitled 1), così come brani di denuncia nei confronti del “potere bianco” che a detta sua fa la felicità dell’industria sfruttando la sua persona e mettendolo in vendita (terza traccia dell’album). C’è anche spazio per il conflitto personale, come si intravede nel secondo brano, in cui il rapper è ben conscio della sua situazione di star privilegiata, rispetto ai suoi vecchi amici di Compton, ancora alle prese con i problemi e la drammaticità del quartiere di LA. Altri temi trattati sono relativi al libero pensiero e all’esaltazione di ogni individuo, sviluppati con grande acume e originalità.

Nulla da eccepire per quanto riguarda, quindi, la fase di scrittura vera e propria dei testi.

Rispetto al precedente To Pimp a Butterfly, però, c’è in generale una cura minore dell’aspetto musicale. Spesso e volentieri la musica è un semplice accompagnamento al testo, mentre in TPAB una delle cose che più colpiva era proprio la complessità, la qualità e lo studio dietro gli arrangiamenti strumentali. Non è un caso che i brani preferiti da chi scrive, siano quelli in cui abbiamo un pattern musicale più sviluppato (untitled 3 o la bossa nova del brano untitled 6). Altro elemento che non mi ha particolarmente esaltato è la qualità di produzione sonora, quella che viene definita “esperienza d’ascolto”. Sarò ripetitivo, ma non posso fare a meno di prendere come termine di paragone l’album hit dell’anno scorso. Era lì presente un ricchezza e una definizione dei suoni che qui purtroppo manca. Peccato perché le basi di questo lavoro c’erano, ed erano anche belle solide. Si tratta sicuramente di una scelta voluta, magari per approfittare dell’hype ancora presente intorno a Kendrick, o per rappresentare un back to the roots, ad uno stato più essenziale e meno elaborato di musica, senza eccessivi barocchismi.

https://www.youtube.com/watch?v=ZDW4nHlZoD8

Tutto questo sempre se consideriamo untitled unmastered un album vero e proprio. Nel momento in cui dovessimo cambiare prospettiva e vederlo semplicemente come una raccolta di “escluse”, un mixtape, il giudizio cambierebbe. E cambierebbe non perché cambiano le canzoni, ovviamente, ma per dei concetti che in marketing si chiamano valore atteso percepito e valore d’uso percepito. Quanto più ci si aspetta un prodotto di qualità (album), tanto più grande sarà la delusione nel constatare che l’esperienza del prodotto non è quella attesa (avere in mano un mixtape). Nel momento in cui, invece, stando il risultato finale (mixtape), anche il valore atteso percepito è più basso (mixtape), il livello di soddisfazione finale sarà maggiore della situazione precedente. Teorie economiche a parte, sebbene il paragone con To Pimp a Butterfly non regga per forza di cose, ciò non basta a sminuire un lavoro comunque positivo. A renderlo tale basta lo sconfinato talento di king Kendrick Lamar.

Beach Flavour

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