A poco più di un mese dall’uscita dell’attesissimo quinto studio album di Kendrick Lamar Duckworth, tocca buttare giù due idee e tentare di mettere insieme quella che solo in apparenza potrà sembrare l’ennesima recensione di un disco qualunque. Il problema è che ad oggi, se si vuol parlare del ventinovenne prodigio “straight outta Compton”, non lo si può fare con la stessa leggerezza e tranquillità con cui parleremmo di un qualunque altro artista. Il motivo principale è che in termini sia artistici che di successo, Mr. 7 Grammy Awards ha raggiunto una dimensione che difficilmente noi poveri umani riusciremmo a quantificare. Probabilmente bisognerà ricorrere agli anni luce, allo Yotta o che so, pensare ad un’unità di misura a posta per lui, soltanto per provare a quantificare ciò che frulla nella mente di Kendrick. È stato un percorso intenso, iniziato nel lontano 1995 quando a soli 8 anni Kendrick sulle spalle di suo padre, ebbe la fortuna di assistere alle riprese del music video di California Love, praticamente dietro casa sua: come toccare il cielo con un dito al cospetto dell’immensità di 2Pac e Dr.Dre, due delle persone più influenti della storia della WEST COAST e della musica nera in generale. Un po’ come se quel giorno Dr. Dre nei panni di Mufasa, si fosse rivolto in tono solenne al suo cucciolo di leone con la fatidica frase: “un giorno tutto questo sarà tuo”. Beh signore e signori, quel giorno è arrivato.

La copertina dell’album

Da quel giorno tutto è cambiato e infatti dopo un signor debut album che però risulta leggermente fuori dai radar dello showbiz, soltanto con il secondo album arrivano le prime vere soddisfazioni (good kid, m.A.A.d. city). Poi quel C-A-P-O-L-A-V-O-R-O (fatemelo scrivere così vi prego, altrimenti non rende l’idea) di To Pimp A Butterfly, e si arriva fino al 14 aprile 2017, data in cui Top Dawg & Aftermath Entertainment pubblicano DAMN., autentica bomba a mano con 14 tracce che non fanno altro che migliorare di volta in volta, ad ogni singolo ascolto. Nel mentre tra i due ultimi dischi per così dire “ufficiali”, meritano una menzione untitled unmastered. e IV – il primo uno studio album di 8 tracce inedite registrate tra il 2014 e il 2016 e il secondo un EP molto interessante – vere e proprie briciole di pane con cui Kendrick decide di mostrarci la via per qualcosa di più grande. Infatti DAMN. parte letteralmente in quarta con DNA., pezzo monumentale che dopo una breve intro – BLOOD. – ci catapulta all’interno del corpo di Kendrick facendoci provare soltanto per pochi minuti, cosa voglia dire essere il rapper più cazzuto sulla faccia della terra. Questa trasmigrazione dell’anima, questa metempsicosi – così come la definivano gli antichi greci – è resa ancora più evidente dal suggestivo video di DNA., in cui troviamo l’hollywoodiano Don Cheadle rivestire i panni di un detective pronto a sottoporre Kendrick Lamar al test della macchina della verità, ma che finisce per essere letteralmente assorbito dalla mente del rapper, troppo più avanti rispetto alla gente comune.

Il disco prosegue liscio come l’olio con impostazione decisamente “old school”, confermando il nostro Kendrick quale fonte inesauribile di rime senza esclusione di colpi e in quanto a featuring, certamente non sfigura. Rispondono all’appello: Thundercat al basso in FEEL.; Kamasi Washington in LUST.; James Blake produttore mascherato in ELEMENT. e Zacari Pacaldo – ancora convinto di essere su “Scherzi a Parte” per essere riuscito ad imbucarsi in un contesto del genere – con LOVE., che potrebbe essere definita – sia chiaro, con le dovute differenze e le dovute proporzioni soprattutto dal punto di vista emozionale – come la I’ll Be Missing You dei giorni nostri: un inno all’amore con un ritmo e un sound piacevolissimi, il tutto ulteriormente impreziosito dalla voce di Zacari. Sono certo che P.Diddy sarebbe orgoglioso di questo paragone. Si aggiungono alla lista Rihanna con LOYALTY. – manifesto del sex appeal, grazie alla principessa del R&B e ad una collaborazione per così dire velata, con Bruno Mars – e gli U2, che per quanto si possa storcere il naso – ammetto di averlo fatto – XXX. viene fuori una bellezza: un pezzo intenso nel quale Kendrick tratta temi di attualità – “it’s murder on my street, your street, back streets, Wall Street, corporate offices, banks, employees and bossess with homicidal thoughts, Donald Trump’s in office, we lost Barack and promised to never doubt him again”. Il contributo di Bono e la sua combriccola irlandese appare verso la fine con un mood da titoli di coda e pian piano, in dissolvenza, introduce la ending track del disco – DUCKWORTH. – che suggella alla perfezione un disco da 10 e lode.

Credo sia opinione condivisa che siano necessari anni e anni di esperienza per riuscire a guadagnare una posizione importante, per riuscire a contare davvero qualcosa, specie se parliamo dell’universo Hip Hop, che oggigiorno sta perdendo pezzi e solo in parte mantiene il vecchio appeal di musica di stomaco, minacciosa, feroce. A volte però ci si imbatte in autentiche forze della natura che esulano da qualsiasi schema: per loro il tempo non scorre allo stesso modo. Kendrick è molto più di un semplice rapper. È un vero e proprio poeta, diventato in poco tempo inconfondibile così come per noi diventa automatico riconoscere un pezzo di Eminem, l’unico che a parer mio può arrogarsi il diritto di guardare Kendrick dall’alto in basso. Per farvi capire, non posso che condividere questo freestyle improvvisato a “Power 106 FM” Los Angeles, dove Big Boy mette semplicemente la base. Una volta premuto Play, niente sarà più lo stesso.

È grazie a persone come Kendrick Lamar che l’Hip Hop è salvo.

È grazie a persone come Kendrick Lamar che la musica ha importanza.

Grazie Kendrick.

Enjoy!

Valutazione dell'autore
Camillone

Camillone

vivo tra Napoli e Milano. Ognuno ha un Dio a cui rivolgersi e pregare; io ho la musica.