Joy – Recensione

 In Cinema e Teatro

Joy si apre con le immagini di una telenovela. Due donne dialogano, ma lo fanno SecretStormLaurabxwsenza guardarsi in faccia, rigide, patetiche o forse semplicemente finte. L’inquadratura impietosamente resta piantata in un campo medio che mostra l’artificio nudo e crudo. La stessa scena ci viene rimostrata qualche minuto più avanti, trasmessa nella televisione della madre della protagonista Joy, questa volta con i dovuti cambi di angolazione della camera che creano l’illusione del contatto visivo tra le due attrici, dando una paradossale sensazione di realismo. Tuttavia, nelle mente dello spettatore resta stampata la prima versione: quella chiaramente disconnessa dalla realtà, dove personaggi finti recitano battute dal facile pathos, destinate a cadere nel vuoto come i loro sguardi.

Joy di David O. Russel, ci parla di resistenza, riscatto e sogni traditi, in una parola, della vita e lo fa cercando di mostrarci come il cinema possa restituirla attraverso una terza strada che passa tra realtà e finzione, ben consapevole dei propri limiti. Tutto bello, peccato che O Russel non sia Frank Capra.

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Il film è tratto dalle vicende di Joy Mangano (Jennifer Lawrence), la creatrice del moderno mocio per le pulizie domestiche. Sin da bambina Joy si distingue per la sua creatività, sognando un futuro da inventrice. Col passare del tempo si ritrova però a dover cedere, un pezzo dopo l’altro, le sue aspirazioni pur di badare alle isterie familiari, con un padre instabile (Robert De Niro), una madre alienatasi con le soap opera(Julian Moore), un ex marito ed una figlia a carico. Ad incoraggiarla resta solo la nonna, quasi una fata madrina, che mai dubita del suo futuro. Armata di un semplice scarabocchio che illustra il suo prototipo, Joy dovrà trovare il coraggio di non tradire le promesse fatte da bambina.

Joy sembra un’iperbole concentrata della poetica di David O. Russel. The Fighter, Il lato Positivo, American Hustle, ci mostrano piccole rivoluzioni di individui che rifiutano i ruoli stabiliti per loro dalla società e che finiscono con il trovare se stessi introducendo una salutare, quanto minima, dose di anarchia in un sistema prettamente americano. Così anche in Joy, dove, altra costante di O. Russel, lo scontro principale parte ancora una volta dal nucleo familiare. Soffocanti e miopi, i parenti di Joy Mangano sono i suoi più cari nemici, la zavorra che lei sceglie di portare sulle spalle, fino a toccare il fondo. Nella favola ottimistica di O. Russel tuttavia il male non è che un passaggio verso il bene e anche la violenta opposizione della famiglia si rivela funzionale al successo della protagonista.

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E’ infatti più nobile sopportare le percosse e le ingiurie consolandosi con la finzione di una telenovela oppure prendere la armi contro un mare di guai ? Chiedo venia per la citazione stravolta ma è la domanda che sembra farsi David O. Russel. Dopo una prima parte nella quale orchestra il suo consueto coro di esaurimenti domestici all’insegna di una perfida ironia, si perde nello stesso linguaggio, serioso e pompato, da fiction che cerca di additare e smontare. Ripensando alla scena d’apertura si direbbe che Joy resti vittima del suo stesso gioco, se non fosse per il cast, decisiva forza motrice del film. L’ormai consolidata squadra di O. Russel (Lawrence, De Niro, Cooper) sorregge infatti il film anche lì dove la sceneggiatura scricchiola e il montaggio confonde. La Lawrence, ancora una volta, giganteggia senza rivali e mostra come una recitazione magistrale possa dare credibilità anche ad una cornice, a tratti, troppo farcita di pathos.

Eppure non mancano scelte felici, come la costante opposizione cromatica bianco/blu nella fotografia: ad un gelido mondo scandito dal denaro si contrappongono le speranze e lo sguardo azzurro di Joy che cerca di domare un mare di squali anche per ridare a quel bianco il sapore di un sogno puro d’infanzia.

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I momenti di forte emozione, pur presenti, non riescono a togliere di dosso la sensazione che il film più riconoscibile di David O. Russel sia allo stesso tempo la sua opera meno personale. Sulla bella favola moderna di una Cenerentola che si libera del Principe Azzurro grazie ad uno straccio, pesa una morale piuttosto controversa (e americana) che forse mal si addice al “campione dei disadattati”: possibile infatti che un sogno per essere realizzato debba essere necessariamente monetizzato? Joy è un film che confonde lo spettatore, pur travolgendolo con l’emozione, anche con l’aiuto di una colonna sonora tutta trasognata, in un oscillare furioso tra finzione e realtà, biopic canonico e fiction drama, dove gli attori purtroppo/ per fortuna finiscono con il fagocitare lo stesso sceneggiatore/regista.

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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